Terminiamo per il momento almeno, la lunga cavalcata tra programmazioni già in essere, ai blocchi di partenza, o appena partite, con una sorta di tour tra centro e periferie, che ci dice in effetti molto delle varie anime che la città di Bologna contiene in questo momento. Momento delicatissimo, peraltro, che la città della Cultura vede riflesso nelle sue articolazioni ed anche nei vetri e nei sogni infranti di una generazione. Voglio anche qui ricordare come il 19 Dicembre si terrà una nuova sessione di appello qui presso il nostro Tribunale per la quale è già stato organizzato un presidio, rispetto ai fatti che hanno coinvolto parte della dirigenza del Teatro Due di Parma. Alla luce di quanto sta accadendo nelle strade, tutto assume anche in questo caso valenze ulteriori e sta a raccontarci come oggi in ciascun settore, le più giovani generazioni abbiano effettivamente accumulato una quantità di risentimento che intreccia ora più di sempre motivazioni di censo e di postura etica, valoriale e identitaria.
Questi temi risuonano, il termine non potrebbe essere più adatto, nella conversazione con Massimo Simonini, curatore, mente erratica e al tempo stesso centratissima delle molteplici rassegne di Angelica Festival, che sono davvero molto di più di ciò che sembrano.
Se credevamo il ricchissimo appuntamento festivaliero di maggio potesse aver acchetato lo spirito indomito da esploratori che contraddistingue lo staff ideativo e operativo del centro di ricerca al San Leonardo, ci sbagliavamo di grosso. Già dal 23 settembre il palinsesto è tornato a infittirsi anche in trasferta, di appuntamenti che non sono tematizzati tanto su argomenti e filoni contenutistici precisi e decisi dall’alto, o su scelte stilistiche prioritarie ad excludendum di altre. La coerenza di Angelica è proprio la sua metodologia di selezione, accoglimento, la curiosità inesausta di far prender vita a progettualità realmente site specific e al contempo rispondenti alla storia in progress, attenzione, non a quella cristallizzata e risaputa, dei vari artisti in questione. Ci vogliono fiuto e coraggio per innovarsi senza fare nuovismo a tutti i costi ed è quello che andiamo ora a verificare con un breve scambio di battute con il nostro deus ex machina, già prontissimo all’ideazione di una strabiliante cover per il prossimo festival di maggio.
Avete messo in piedi già una sorta di nuova stagione dopo aver chiuso tutto sommato da poco, il vostro tradizionale imprescindibile festival Angelica. Vuoi dirci brevemente se esiste continuità nel modo di progettare questo segmento o si tratta di una situazione fortemente caratterizzata in altro senso?
Allora, il festival Angelica ha da sempre una sua vocazione internazionale, internazionalista direi e cerca di dare una panoramica molto ampia della ricerca globale, ricerca che può partire anche da un recupero di tradizioni e di forme folcloriche. Gli artisti vengono anche per incontrarsi, oltreché per incontrare il pubblico e la città. Noi ci abbiamo sempre tenuto a valorizzare la dimensione di cooperazione creativa e di community da un lato, l’incontro con la città ed il suo modo di socializzare e stare nelle cose. Non si viene per stare qui un giorno fare un set e sparire subito altrove. Creare questo clima di familiarità richiede impegno ed investimento anche economico. Risorse umane a tempo pieno e da un lato a volte mi stupisco che siamo qui in 8 a lavorare con contratti a tempo indeterminato: mi stupisco in modo duplice perché non è cosa banale di questi tempi eppoi mi stupisco perché sembra che siamo molti di più per quel che realizziamo. Questo significa staccare pochissimo. Noi ci teniamo a trattare bene i nostri artisti. Questo significa essere all’altezza della fama di professionalità che abbiamo e allo stesso tempo conservare quello spirito un po’ situazionista che ci ha sempre contraddistinto. Significa osare ed alzare asticelle in modo divertito e facendo divertire. Non per provocare i borghesi o scandalizzare, ma neppure per compiacere correnti o tendenze. Fa parte di tutto questo fare una politica chiara con gli artisti e renderli consapevoli del fatto che saranno rispettati in tutto, nella regolarità dei contratti e nella ospitalità, ma che non si aspettino cachets da capogiro. Finora queste condizioni hanno soddisfatto tutti, perché conta qualcosa essere inseriti nelle nostre programmazioni e venire a Bologna. Oltre alle segnalazioni di amici, sodali ed altri esperti, non hai idea di quante mails ogni giorno mi arrivano di persone che si propongono. Io non mi affido a segreterie filtro e valuto attentamente ogni proposta. Questa si chiama cura, cura che impiego molto sui giovani talenti, per garantire un passaggio di consegne e che quindi va molto per esempio sui giovani italiani, perché notoriamente sono i meno garantiti a tutti i livelli. Quindi nella programmazione che vedi qui, nel flyer, che arriva fino a dicembre, spiccano molti talenti italiani, più o meno già noti, ma è cosa doverosa e se guardi bene ci sono anche molti nomi internazionali che sono autentici maestri e che rimarcano il segno della trasmissione di esperienza. Però è vero che i rincari dei carburanti e dunque dei voli e di tutte le forme di accoglienza non aiutano l’organizzare. Si tratta di fare un gran lavoro di bilanciamenti, di piccole rinunce, di ridimensionamenti parziali per mantenere il risultato complessivo che non può in un settore come questo, mai essere qualitativamente inferiore né tantomeno scontato. Angelica come progetto globale è riconosciuto e dunque anche supportato, ma i finanziamenti, erosi appunto dalla crisi, è come fossero fermi a 15 anni fa. Pertanto, ti faccio un esempio plastico di tutto questo discorso che è l’attesissimo lavoro di Arto Lindsay, che sarà in scena sabato 31 ottobre al Valli di Reggio Emilia. Si tratta di un progetto a matrice realmente internazionale e composita, coinvolgendo Stati Uniti, Brasile, Austria, Italia. Una prima assoluta e il titolo The ghost of unity, mi sembra molto parlante. A Reggio lo vedremo con il gruppo di Arto più Icarus ensemble che è tutto italiano e il coro interculturale di Reggio Emilia. Ecco qui per esempio angelica, in quanto centro di ricerca Musicale e come sai lo è dalla seconda metà del 2011, coproduce con Festival Aperto, Fondazione i Teatri di Reggio Emilia, residenza e registrazione, nell’ambito di OO, Opere OLTRE. Ci sta perché la dimensione regionale ci compete e con il Valli si lavora bene. Ma se avessimo più fondi potremmo immaginare di toccare altre città in Regione a cominciare da Bologna.
Vedo intanto in questo cartellone tante operazioni molto interessanti che sono state fatte, anche nomi non propriamente musicali …
Intanto diciamo che è già pronto, con diverse intriganti sorprese, anche il cartellone di anno nuovo che ci traghetta al prossimo maggio. Inizierei a dire che una cosa molto interessante sono le intersezioni con festival diversi, per esempio la Città delle Donne, per il quale abbiamo supportato il lavoro teatral-documentario su Francesca Alinovi, opera prima di Laura Gramuglia, di cui lei stessa era interprete affiancata da uno straordinario gruppo di musicisti. Si tratta di coproduzioni che non solo hanno partners diversi, ma anche ambiti e fonti di finanziamento diversi, come nel caso del progetto – evento di chiusura del festival Archivio aperto – Upsidedown, per cui l’insieme delle sonorizzazioni dei vari filmati era coordinato da Massimo Carozzi e Laura Agnusdei. Di volta in volta entrano in gioco oltre a comune e regione, anche il MIC e le nostre due principali fondazioni bancarie o altre come nel caso del progetto dedicato a Giuseppe Chiari e che ha visto coinvolti gli eredi Chiari, in particolare il figlio Mario e Lorenzo Balbi, già direttore di Mambo. In questo caso Lorenzo e Mario hanno scritto Partitura per un Museo, una mostra affiancata da una serie di concerti e questo progetto è stato per dire ascritto alla famosa Direzione della creatività contemporanea del Mic. Ma non sono mancate altre chicche come questo recital concerto sul libretto scritto da Franco Berardi Bifo e musiche di Marco Bertoni e Clara La Licata, dal titolo Elena a Gaza. Una rilettura del mito evidentemente nell’oggi bruciante e che si avvaleva di soprano, tenore, musicisti ma anche della voce attoriale di Licia Lanera, in quanto Tiresia. Per restare sul classico in novembre avremo ad esempio Questo: Istantanea 8- Edipo Re, dramma contemporaneo in 5 brevi atti. Dicembre si aprirà con un grande David Shea, dall’Australia con piano, campionature e video. Bisogna dirlo che i nostri impianti audio e video sono ottimi e che curiamo ovviamente tantissimo questo aspetto per una resa veramente esperienziale e appagante. Per l’anno che viene daremo più che mai attenzione ai giovani musicisti italiani tramite il bando Siae. Quindi avremo in gennaio l’orchestra degli studenti del conservatorio, poi il ritorno di Puglisi con Risveglio, Daniele Faraotti, il gruppo Mask, da S Marino, i Thauma ensemble un quartetto di percussionisti. Abbiamo in mente un progetto particolare su San Colombano che ha una collezione di antichi clavicembali e non posso spoilerare nulla. non mancheranno tuttavia i nomi internazionali come Gordon Williams o Chris Cockburn.
Quali potrebbero essere secondo te gli incentivi veri perché la musica contemporanea assumesse una valenza meno residuale rispetto al puro commercial o alla riproduzione degli stilemi classici?
Beh, naturalmente penso siano trasformazioni che debbono investire il nostro sistema di istruzione e che i conservatori dovrebbero essere messi in rete con altre realtà, così come i teatri musicali, i grandi teatri musicali dovrebbero osare proposte più rischiose e dare più fiducia ai giovani compositori. più cinghia di trasmissione, insomma, tra posti come il nostro, conservatori e teatri. E un sistema di commissioni. Bisogna commissionare opere, partiture, scritture musicali e retribuire anche chi si prova per la prima volta, chi si mette in gioco qui e non scappa subito all’estero. Magari abbiamo tanti giovani musicisti anche ora, bravi e competenti, ma non operano qui. Anche questo va detto. Ed è direi abbastanza chiaro il fatto che la nostra impostazione non è certo patriottarda, per cui in linea di principio va benissimo anche questo sia per aspetto formativo, che diffusivo e partecipativo, ma va molto meno bene l’aspetto di inadeguatezza strutturale che potrebbe leggersi tra le righe rispetto al riconoscimento di cui godono o meno in Italia certi percorsi artistici. Noi perseguiamo una strada chiara, comunque, e abbiamo tanti seguaci e simpatizzanti nei mondi più svariati. Per rimanere attinenti a ciò di cui ti occupi tu, un nostro fan è Romeo Castellucci per esempio. Abbiamo chiesto a lui come ad altri di scrivere una contribuzione, una testimonianza per un’altra sorpresa che abbiamo in cantiere, perché in fono tra poco saranno 25 anni ed un quarto di secolo va pure celebrato.
Mi congedo da Angelica, ovvero perciò stesso dalla sala S. Leonardo in loro gestione che, anche a detta degli artisti di punta internazionali quivi ospitati per il festival Gender Bender ha una acustica meravigliosa, per traslarmi al Pilastro, che insieme a Bolognina tiene banco nell’allarmismo cronachistico bolognese da svariati mesi. Non ho certo bisogno qui di ricordare che cosa è accaduto proprio poco tempo fa ed ancora e ancora giustamente fa discutere, in una torrida domenica bolognese pre-ferie estive, per chi ovviamente può ancora ritenere di permettersele, in questa parte estrema del Quartiere s Donato S Vitale.
E di vitale e fattuale qui c’è la constatazione che per elaborare un lutto e una ferita così grandi ed ennesimi su questo territorio, ci si debba necessariamente riferire a figure ed enti culturali talmente radicati sul campo, da fungere contemporaneamente e da ricerc’attori, e da esegeti e traduttori di saperi dal basso.
In questo senso specifico, la parte del leone spetta all’ensemble Dom, la cupola del Pilastro che ha maturato in tutti questi anni un sapere esperienziale a prova di qualsiasi rovescio di fortuna e che ora si appresta ad una tranche di programmazione tra 3 e 27 novembre, azzardosissima per definizione. Una sintassi organizzativa in cui si cerca di far deflagrare insieme rigore, soprattutto e modalità di esprimere linguaggi e poetiche differenti, ma tutte afferenti al perimetro comunitario. Difatti il titolo di questa programmazione è: Nel limite. Come sempre una indicazione di metodo icastica, segnaletica, vera accensione di immaginari attenti, puntuti, calibrati sull’orizzonte materiale di un quartiere periferico, ma non certo assoggettati ad alcun limite immaginativo. Così la programmazione è sempre qualitativamente alta. Si comincia infatti il 3 novembre alle 19 con la inaugurazione della mostra fotografica dedicata ad alcuni suggestivi scatti del grande Gianni Berengo Gardin realizzati proprio al Pilastro alcuni anni fa, impreziosita a seguire dalla performance di Febo del Zozzo, compagnia Laminarie, E TUTTO QUI. Performance solistica che vede emergere dal buio le azioni, sottolineate da colpi sordi e suoni dissonanti di un uomo alle prese con una matassa di corda blu, mentre la scena è illuminata solo dal riverbero della scritta “Il teatro accetta gli imprevisti”.
Il nitore del bianco e nero, la profonda rilettura della cultura di fabbrica novecentesca, l’avanguardia musicale italiana sono anche al centro della serata del sei novembre. Un omaggio in buona sostanza a Simone Weil. Infatti, alle ore 21 andrà in scena la fabbrica illuminata, reading tratto da diario di una fabbrica della Weil che vede alle letture Bruna Gambarelli e Vania Moretti. Giancarlo Gaeta e Maria Concetta Sala sono deputati a introdurre l’uno e commentare l’altra ciò che si vien facendo, perché i testi saranno messi in relazione con l’opera di Nono, La Fabbrica illuminata, composta nel 64 ed eseguita dal soprano Maria Eleonora Caminadae da Alvise Vidolin, pioniere della musica informatica e interprete di riferimento nel live elettronico che curerà anche la regia del suono. A tutto ciò, come se il piatto non fosse abbastanza ricco, si accompagnerà la proiezione degli scatti fotografici realizzati proprio insieme a Nono, dalla mitica fotografa Lisetta Carmi, una delle mie favorite, in quel dell’Italsider di Genova. Insomma, una sinestesia di grande valore sociologico e artistico insieme che ci sembra francamente fra gli imperdibili appuntamenti della settimana in questione. Mercoledì 11 novembre alle 17, l’Attesa sarà invece la prima di tre attività laboratoriali gratuite riservate ai più piccini in quel della piazzetta Lipparini, a testimoniare la grande attenzione che la compagnia riserva da tempo all’infanzia in tutte le stagioni dell’anno.
Si torna alla danza nelle programmazioni di Dom, con la seconda generazione Castellucci, il 18 novembre alle ore 21, quando si potrà vedere la compagnia Dewey Dell, formata appunti dai performers Agata e Teodora Castellucci con Vito Matera insieme al musicista Demetrio Castellucci. Echo dance of Fury è un lavoro ispirato agli ex voto anatomici statuette antropologicamente assai interessanti che collegano sacro a profano nella nostra cultura. Il giorno seguente alle 18 la compagnia proporrà un laboratorio, il secondo dei gratuiti, volto a indagare le possibilità espressive del corpo attraverso azioni individuali e collettive rivolto ad un massimo di 15 partecipanti. Il 24 e 25 novembre dalle 18 e 30, terzo laboratorio, dedicato stavolta al tema della caduta, condotto da Gaetano Palermo, Michele Petrosino e Rita di Leo. Equilibrio, reattività, controllo, rischio e fiducia saranno assetti e motivi funzionali al centro del lavoro collettivo. Il laboratorio anticipa la performance Swan di Gaetano Palermo e Rita di Leo il 26 novembre alle 18 e 30 al centro commerciale Pilastro. Quotidianità ed eccezionalità si incontrano nello spazio pubblico, con esiti che ci configuriamo sorprendenti e davvero anche in questo caso rigore sperimentale e qualitativo sono assicurati dalla produzione La Biennale di Venezia e Kinkaleri le Supplici, al centro di una ricca rete di supporti e contribuzioni. Nel limite si conclude il 27 novembre alle 19 con un classico appuntamento per i formati della Cupola del Pilastro ovvero, Cento di questi giorni, che fa delle ricorrenze celebrative un momento di approfondimento di pensiero e magistero. Il cento di questi giorni di quest’anno è dedicato alle opere e al pensiero di Ivan Illich, filosofo, storico, pedagogista e critico delle istituzioni. Interverranno per l’occasione Luigi Monti, maestro nella scuola elementare Frisoun di Nonantola e collaboratore della rivista Gli Asini, insieme a Fabio Milana curatore delle opere complete di Illich per Neri Pozza editore. Seguirà concerto ovviamente a cura della Scuola di musica popolare Ivan Illich. Forse non sarà la Bellezza che salverà il mondo, ma certo aiuta a scaldare il cuore di un quartiere troppo spesso stigmatizzato e sofferente quale il Pilastro. Finiamo in bellezza con Teatri di Vita, perché appunto, la famosa frase di cui sopra è naturalmente una celebre battuta dall’Idiota di Dostoevskij, pronunciata dal protagonista principe Myskin in un empito di naïveté nel corso delle grottesche e tragiche vicende che si susseguono nel romanzo- parabola per eccellenza dell’800 russo… Lo sottolineiamo perché tra il 6e l’8 di novembre sarà in scena ai Teatri, in una versione in solo curata per una produzione le Belle Bandiere da Valerio Pietrovita, trentatreenne napoletano che sceglie una chiave interpretativa sardonica dentro questo circo di voci per un attore solo. Ma andiamo con ordine, perché non abbiamo ancora detto nulla di questa programmazione che procede per blocchi e che quindi partita ai primi di ottobre, con una versione specialissima del Cantico di s Francesco per la regia di Andrea Adriatico e l’interpretazione di Eva Robin’s, ci traghetta fino alla fine dell’anno, con una centralità di tematiche e drammaturgie del presente, molto marcata, a parte questi due casi che però probabilmente sono proiettati addirittura nella distopia morale del futuro prossimo.
Intanto la stagione si intitola L’Allegria e allude apertamente sin dalla infografica curatissima che poi si ritrova per ogni artista in cartellone incorniciato con la sua opera da una personale caduca foglia, alla poesia ungarettiana tanto spesso citata per descrivere una sorta di mesto ineluttabile attendismo, intriso e mixato con sopportazione, istinto di sopravvivenza, senso di sconfitta e solitudine. Verrebbe da dire che c’è poco da ridere, conseguentemente, ma passando in rassegna gli spettacoli vediamo tanto humour a dispetto dei tempi. Abbiamo già potuto vedere una particolarissima riscrittura all women e queer del Calapranzi di Pinter titolata Postremos, un po’ come se il capolavoro british si fosse incrociato con le Serve di Genet da parte di Xhuliano Dule, uno dei nuovi re della stand up ed Emila Agnesa. In scena due efficaci interpreti come Bianca Mastromonaco ed Eva Sabelli.
Si prosegue in questi giorni con due versioni di Medea. Una decisamente insolita, una ME.DEA in clownerie, e l’altra per la regia di Lelio Lecis, Akroama Teatro, in cui invece la principessa barbara è una spietata killer. Si prosegue con uno sguardo sull’Iran contemporaneo con lo spettacolo di danza Mohabbatil 3 di novembre, per poi planare su Non è niente, uno spettacolo sull’identità tossica di un maschio normale. Dicevamo dell’Idiota che allude ai nostri giorni, ma immersi nei nostri giorni fino al collo o nella storia internazionale comunque recente sono sicuramente Subversive Bodies, Tape e Pedro e il Capitano. La chiusa di questo pacchetto è affidata a Uscivamo molto la notte, un docufilm omaggio di una temperie diretto da Stefano Pistolini dedicato al rinascimento rock fiorentino degli anni 80 filtrato attraverso la lente e la sensibilità di vari protagonisti di quel momento, con speciale riferimento alla sbieca malinconia di Pier Vittorio Tondelli. Ma anche Teatri di Vita ci prepara molte sorprese e pertanto la vera notizia è l’apertura di uno spazio bellissimo, ristrutturato in forma di gemellaggio con quello bolognese che sarà teatri di Vita Scalo nel quartiere s Lorenzo, un luogo teatrale multifunzione, dotato anche di giardino che per il battesimo decembrino vedrà replicarsi lo spettacolo ispirato ai testi francescani di cui vi parlavamo. Sarà una bella impegnativa sfida che vedrà duplicarsi la possibilità di circuitazione per alcuni spettacoli e che sancirà ancora una volta la inequivocabile radice pasoliniana di un percorso intellettuale e di una chiamata d’arte unendo idealmente due poli formativi importanti nella biografia del poeta e regista.
Insomma, l’autunno è malinconico, ma non per questo rassegnato: piazze di realtà ed agora di cultura e pensiero stanno qui a dimostrarcelo.