Aria di stagione

di Silvia Napoli /
19 Ottobre 2026 /

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Sempre un piacere inaugurare la stagione autunnale accompagnare il farsi crepuscolare della luce atmosferica con qualche primizia teatrale e qualche gita fuori porta dedicata. Andremo per cominciare nelle campagne del ravennate che visitammo già in primavera con il festival Polis per tornare nel teatro dei cappelletti in quel di Piangipane. L’occasione ce la offre su un piatto forse di materiale più modesto ma non per questo meno significativo dell’argento il nuovo lavoro molto diversamente corale eppure a suo modo egualmente epico e di piglio internazionalista di Luigi “Gigio” Dadina tra gli storici fondatori di Albe. Non si intervista Gigio, si fanno delle chiacchiere con lui ed è sempre come attraversare un caleidoscopio di emozioni.  

Che tipo di lavoro è questa ultima tua fatica a pochi mesi dalle mirabolanti avventure del re scimmiotto?  

Un lavoro certo diverso per molti meno attori e tutti professionisti da un pezzo, perché si entra magari nel mondo Albe per un laboratorio da ragazzi e non se ne esce più ma comunque fatto elaborato, con spirito artigiano. Praticamente in una sorta di famiglia allargata. L’impianto luci e curato dalla bravissima Cinzia Baccinelli, che è la morosa di Roberto Magnani, l’attore maschile protagonista che compare solo in video. D’altro canto, questa parte è curata da mio figlio Riccardo fidanzato di una delle due attrici in scena, ovvero Livia Tura. L’altra è una storica delle Albe Laura Redaelli. Livia peraltro ha curato con me e mia moglie Laura Gambi tutta la drammaturgia.  

Questa parte di lavoro ci ha preso parecchio tempo. La storia di cui si parla nello spettacolo è vera. Ci siamo ispirati ad un libro di memoria storica scritto da due ex sessantottini locali, Saturno Carnaroli e Guido Pasi e abbiamo fatto anche ricerca archivistica sui fascicoli processuali dell’Archivio di Stato.  

Aspetta, a quale processo ci stiamo riferendo?  

Lo spettacolo e ispirato alla storia vera di Rita Barbieri una popolana del contado di Villanova di Bagnacavallo. Siamo alla fine dell’800. Grande miseria nelle campagne, ma qui diversamente che altrove in Italia grande spirito solidaristico bracciantile. Rita, bella e appassionata si innamora di Achille, che la mette incinta ma si rifiuta poi di sposarla e, anzi, la diffama. Rita intanto perderà il bambino ma non l’orgoglio. Così prepara il suo piano da giustiziera. Si munisce di un coltello affilato lungo trenta centimetri, lo unge di grasso e cosparge di sale al fine di renderlo più micidiale si apposta fuori dalla chiesa e  

aggredisce uccidendolo il disgraziato ex. Ne segue naturalmente un clamoroso processo in cui Rita non cerca attenuanti. Anzi. Del resto tutti l’han vista in flagranza ed il delitto è pure premeditato. Tuttavia, in maniera inusuale l’opinione pubblica si schiera compattamente con lei. Non volevo crederci neanch’io ma gli atti parlano chiaro. Rita si guadagna financo la solidarietà del parroco e del capo delle guardie. Pertanto viene condannata a scontare qualche anno di lavori socialmente utili, ovvero vestire i morti per il locale ospedale. Cosa che farà diligentemente per qualche anno. Il tema funerario ritornerà più tardi nella sua esistenza. Ma non finisce qui.  

Ho come l’impressione che il titolo la Dimenticanza alluda a qualcosa di diverso di una dimenticanza storica, vista la mole di materiali consultati. Uno spettacolo cameo o inserito in una stagione?  

Allora, cominciamo dalla fine lo spettacolo ha debuttato il sei di ottobre e chiude domenica 18. Tranne il lunedì ogni sera replica alle 21. La domenica h 16. Piangipane, teatro costruito mattone su mattone nel 1911 dai braccianti ha una sua fetta di stagione e si cercano cose adatte da far qui ma non necessariamente connotate in senso politico attivistico. Questa storia ha un sacco di senso storico sociale ma noi l’abbiamo riletta anche in chiave quasi metafisica ispirandoci anche ad Henry James per esempio. La dimenticanza cui si allude è identitaria perché è la perdita di identità il focus del lavoro 

Allora penso tu debba raccontarmi qualcosa ancora perché faccio fatica a conciliare Henry James con le lande del Passatore quantunque molte ispirazioni di Ermanna da questi luoghi alludano a presenze ancestrali e fantasmatiche.  

La storia di Rita Barbieri è straordinariamente lunga, sorprendente e ricca di colpi di scena. Dopo 4 anni di lavoro socialmente utile per così dire, si fa convincere dal cugino a fuggire con lui in America. L’America del sogno delle grandi promesse di riscatto. Si piazzano ad Arkanta, un posto assurdo tra Louisiana e Arkansas il borgo natio di Scott Joplin per intenderci. Solita storia da film: ferrovia in costruzione, alcool a fiumi donnine allegre. I due sono svegli e si inventano un punto ristoro in mezzo al nulla che poi diventa una grande produzione di hamburgers. Diventano decisamente abbienti e riconosciuti dai notabili locali. Si sposano e sono tra i primi a possedere una macchina. Rita diventa madre di una coppia di gemelli. Purtroppo uno dei due muore perché giocando sbadatamente con i fiammiferi perché prende fuoco un indumento che indossava: un capo sintetico tra i primi in commercio. Rita Barbieri va in Italia a far le terme a Montecatini, ma naturalmente passa dal paese, dove fa costruire una elegante tomba di famiglia liberty. Decide di portar con sé sua sorella negli USA. Ma mal gliene incoglie. Il marito insidia la sorella nasce una bambina. Nella famiglia allargata si moltiplicano turpitudini ed episodi di abuso. Rita stavolta non si ribella e decide di tenere tutto insieme a dispetto delle circostanze. Nel frattempo ha anche aperto una impresa di pompe funebri, sfruttando evidentemente le pregresse esperienze, come dire, la elaborazione capitalista del trauma, Questa disparità tra la Rita contadina e l’imprenditrice impellicciata e matura ci ha stimolato enormemente.  

Come avete reso questa storia in cui patriarcato e riscatto si sovrappongono in tempi cronologicamente tanto distanti?  

In scena abbiamo le due attrici Livia e Laura contemporaneamente presenti in scena come fantasmi che si fronteggiano in una dialettica aspra e dolente. Roberto Magnani interpreta il fedifrago cugino in video però.  

Lui si rappresenta la virilità classica: impartisce ordini del tipo puliscimi gli stivali portami il fucile che voglio andare a caccia e cose così. Il potere della civilizzazione intesa come modernizzazione violenta e il core da cui si irradia la drammaturgia. Sono fondativi dell’occidente, dove spesso il sopruso si fa normativo mediato con e dal potere del denaro e del consumo.  

Pensate di far girare questo lavoro?  

Certamente per la prossima stagione speriamo di immetterlo in qualche ampio circuito regionale in modo che giri. Il buon motivo per cui io in questi casi non mi metto come interprete perché non mi sento più la fibra di andare in tournée. Per l’immediato Ermanna e Marco non lo hanno ancora visto. Penso andranno per ultimi perché sono sempre molto richiesti in giro. Il loro giudizio è sempre quello che mi sta più a cuore ovviamente. Mi interessano tuttavia in questo caso le reazioni dei più giovani e della comunità. Sono ancora presenti eredi alla lontana delle varie famiglie coinvolte: alcuni di loro vennero a suo tempo alla presentazione del libro di cui ti dicevo e i rapporti erano cordiali e distesi. Stavolta abbiamo visto sì è prenotata una signora molto molto anziana che si chiama Barbieri, la presumiamo una discendente. Staremo a vedere.  

Mi congedo da Gigio molto curiosa e fiduciosa per questa prima e confido che solleverà moltissimi interrogativi proprio nella platea più giovane. So che a Piangipane gestito come circolo popolare e famoso per i cappelletti auto prodotti vengono molti abitanti dei borghi intorno, ma naturalmente anche affezionati da Ravenna e oltre.  

intanto però stanno principiando i cartelloni delle varie stagioni Ert e si annunciano anche molte altre programmazioni come Teatri di Vita, Agorà, Ateliersi, Teatrino del Giullare. Cercando di render conto di un po’ di tutto vorrei cominciare da una veloce panoramica proprio su questa ultima rassegna che è un po’ una celebrazione di 30 anni di un teatro multimedia a modo suo e soprattutto, come si evince in conferenza stampa, estremamente appartato in questa fatale dimensione fatata che dà titolo al concept.  

Teatrino del Giullare, nasce all’interno dei corsi Dams, con la benedizione di Giuliano Scabia, il grande visionario fantastico compagno di strada di tutte le rivoluzioni più significative degli anni 70. Scabia, così come Fofi, maestro senza volerlo né essere e sembrare di pensiero critico e, a livello teatrale, grande collettore di diversi impulsi e tradizioni etnoteatrali è figura portante e formativa nell’epopea di Enrico Deotti e Giulia Dall’Ongaro. 

La vena nomade, itinerante e coerente ai luoghi in un senso politico che travalica il semplice site specific ereditato da cotanto maestro, stanno anche tutti dentro questo incantevole progetto incantatore di compendio in verità, più che di celebrazione.  

Non si consacra e commemora infatti ciò che ancora è così attinente allo spirito dei tempi e alla ricerca sui linguaggi. 

La grandezza dei maestri si valuta su questa autonoma autentica capacitazione alla rigenerazione e su questa sognante accettazione di una certa dose di solitudine rispetto ai movimenti e alle appartenenze. Una postura coerente e poco frequentata che verrà rimarcata in sede di conferenza stampa anche dall’assessore alla Cultura. 

C’è anche da dire che altrove, un teatro che si nutre di ombre, maschere, oggetti, schizzi, animazioni, figurazioni pupazzi, voci, presenze evocative come il loro, che sfrutti tecniche di cuntu in maniera tutt’altro che folclorica, bensì fantasmatica avrebbe maggior risonanza. Anche per la straordinaria ubiquità, una cosa diversa dal site specific, che indica la facoltà di abitare e possedere i luoghi quasi mesmericamente.  

Benissimo ha fatto Gerardo Guccini a rimarcare con l’occasione offerta da questo trentennale il tema del repertorio, che nel bulimico sistema produttivo teatrale italiano perde il suo status fondativo e generativo per tramutarsi in stanche ripetizioni ammantate del nuovismo o sporadiche gracili riprese. Ben diversa la lettura che qui si dà delle categorie appunto, di vecchio e giovane spettacolo. Questa programmazione peraltro già iniziata e in chiusura in dicembre, che vede anche la collaborazione di Mismaonda, sapientemente ripercorre cavalli di battaglia facendoli anche rinascere grazie al contributo di altri artisti, in particolar modo, musicisti di vaglia: a mio avviso, una intuizione molto bella e generosa su cosa significhi essere “autori” creatori, nel momento storico dei beni comuni necessari e della ricostruzione di una intelligenza collettiva anche nelle arti.  

Così, scorrendo il programma a parte la bella esposizione alla mitica galleria Squadro, delle opere – inventario del genietto Cikuska, una forma di alias dell’intelletto comune di Giullare, oltre la sonorizzazione vocale da l vivo di Hamlet, avvenuta al Cinema auditorium Modernissimo, segnaliamo all’oratorio S filippo Neri, la tragedia di Roncisvalle con bestie di Giuliano Scabia impreziosita dalla partecipazione del grande violoncellista Mario Brunello come evento imperdibile il 4 di novembre, anche perché qui si dispiega la poetica del punto di vista animale che è altra caratteristica di questo decennale appartato e cesellato lavoro di bottega.  

A proposito di bottega e di intelletto generale è molto significativa in questo senso la collaborazione con realtà teatrali di ascendenza e spessore quali Le belle bandiere e tra Un Atto e l’altro che consentono da un lato inserti e intrecci con altre stagioni, come Le altre rose di Corticella spingendo dunque la sperimentazione in periferia e dall’altro di reinterpretare in modo inedito autori apparentemente distanti da un’attitudine così fiabesca, come lo spigoloso, scostante Bernhard, la chirurgica Elfriede Jelineck, il rarefatto Beckett, lo smagato Pinter e il didattico Brecht del volo transoceanico, ambientato al museo del patrimonio industriale.  

Si può dire che ci sono e saranno fin a ridosso di Natale incursioni e scorrerie tra centro e margine fino a riabitare quel gioiello che è il padiglione Esprit Nouveau di piazza della Costituzione recentemente riacquisito dal Comune.  

Tornando alle questioni di genere e alle figure femminili non mancheranno appunto affondi dedicati: Coco, l’ultimo sogno alla storica Centofiori di Gorki, con accompagnamento alla fisarmonica di Davide Sarnelli, ne è un esempio, così come Sono fatta così, l’abbecedario di Juliette Greco al Camera jazz di vicolo Alemagna. In questo caso il necessario contrappunto musicale è assicurato da due artisti di solida e meritata fama come Piero Odorici al sax e Nico Menci al piano. Insomma, credo che iniziare a farsi un personale palinsesto e prenotarsi sia in definitiva doveroso.  

Abbiamo parlato della logica della condivisione e di rinvenire terreni culturali comuni: per fortuna in città sono tanti a percepire questo bisogno e a declinarlo secondo le rispettive attitudini identità e capacità. La logica di servizio, esperita nelle modalità laboratoriali e di formazione permanente è quanto emerge dalla conferenza stampa organizzata Da Ateliersi nella loro sede in convenzione con il comune di Bologna, in uno storico palazzo di via s Vitale.  

E proprio da questo punto, delle vetuste mura e della loro vocazione e funzione di residenza teatrale, dotati come sono anche di una piccola monacale foresteria, che parte con umiltà e ispirazione il ragionamento di Andrea Mochi Sismondi e Fiorenza Menni che ne sono curatori e animatori e che creano e producono anche del loro in quegli spazi.  

Colpiscono nelle loro parole due considerazioni, riguardo alla profonda consapevolezza della loro funzione pubblica, che intendono onorare al meglio e, se è vero il ragionamento di Dario Salvetti, ex GKN, sulla necessità di trovarsi buoni compagni di strada e di lotta, la loro affezione alla squadra, di lavoro, a tutto il team che sono e anche ai collaboratori ormai fissi come Anna Amadori, che sono riusciti a trovarsi.  

Questa programmazione è parziale in senso cronologico, dato che copre solo la prima parte dell’anno ed è appunto un grande quaderno di indicazioni di piste di lavoro da seguire.  

Un’altra pressione, appunto, il titolo, a segnalare quella più delle urgenze del fuori che quelle dell’industria culturale una responsabilità, sentita tutta nel cuore e nei gangli vitali per ben 13 anni di lavoro volati via molto in fretta. ci sono già state presentazioni di libri importanti, ma giovedì 15 ottobre alle 19 e 30, avremo la performance di Romane Piffaut Chronicle of an evolving balance, giovedi19 novembre, i romagnoli Menoventi con La mia vita è un libro aperto, alle 21, le Albe con la Dimenticanza in debutto come si diceva sopra a Piangipane venerdì 18 dicembre, teatri in gestazione con Variante B. Not found. Piffaut naturalmente è in residenza presso Ateliersi. Ateliersi, vuol dire appunto pratica e autoformazione continua e i formatori che qui operano sono eccellenze. Come Anna Amadori, the voice, per il suo dire palpitante che mette i brividi, stavolta dopo Kafka e molti altri, impegnata in una lunga ricognizione sulla Cantatrice calva di Ionesco, ovvero una partitura forse un po’ dimenticata, di teatro delle avanguardie, fondata tutta su una assenza. Il laboratorio inizia il 21 di ottobre e termina con restituzione pubblica il 18 di maggio. Massimiliano Briarava, propone Come si cade con lezione prova proprio oggi 12 ottobre mentre scrivo. il laboratorio termina il 21 giugno ed insegna una cosa difficile nel performare come nel vivere: fallire, slittare, cadere, ammaccarsi ma non troppo, rialzarsi e riprovarci. Promette di essere molto interessante sotto ogni punto di vista. Probabilmente moltissimo dal punto di vista della Salute Mentale. da segnalare anche a proposito di pratiche vere e proprie di recoveries psicofisica anche 17 ottobre e 19 dicembre due giornate di milonga non stop. La musica con gli eventi di ascolto sottile ha anche un posto importantissimo dentro Ateliersi, che da sempre lascia spazio e fiducia anche ai giovanissimi, alle pratiche transfemministe e agli eventi dance. Quest’anno voglio segnalarvi tra ottobre e dicembre anche gli appuntamenti di Lente fantasma ovvero una piccola ma succosa rassegna di happenings, (da quanto non sentivamo questa meravigliosa espressione?) momenti condivisi, eventi diurni, notturni, ascolti installazioni, persino pranzi sovversivi. Questo dispositivo di ricerca fluido è coordinato da SG*, antropologa di formazione, cofondatrice di Yerevan Tapes, etichetta discografica sperimentale eppoi di Ombre lunghe. Si comincia sabato 24 ottobre dalle 21 e 30con il live di Nina Garcia, la performance di Elena Francalanci e Andrea Bambini e a seguire, dj setting.  

Come vedete, tempi molto interessanti, nonostante tutto, sotto i cieli bigi bolognesi.  

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