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Bologna, dal Caab al Fico: che tipo di partecipata?

Eatalyworld Bologna
Eatalyworld Bologna
di Silvia R. Lolli
Il lancio dell’acronimo avvenuto venerdì 6 dicembre nella sempre bella cornice della sala Borsa, aula Biagi, ci ha favorevolmente impressionato. Del resto già l’inaugurazione di Sana 2013 avvenuta nell’aula absidale di S. Lucia che ha preceduto quella del giorno dopo con Vandana Shiva è stata l’anteprima al progetto che riporterà Bologna alle sue tradizioni agricole e gastronomiche.
È stato tutto assemblato con una dose di marketing veramente notevole; e, visto che Caab è ancora una partecipata pubblica a maggioranza del Comune di Bologna, non c’è dubbio che si è saputo muovere con una velocità inusuale per un ente locale. Cambiamento di rotta della politica? Non lo sappiamo, comunque buona la presentazione alla quale eravamo andate, perché l’idea di Exbo presentata a settembre ci è sembrata innovativa: un possibile ritorno al valore della Terra, ma anche alla tradizione della cucina. Mentre oggi, passeggiare per Bologna vuol dire sentire odori di disinfettanti o di fast food, piuttosto che di cucina bolognese, l’idea di Fico ci piace.
Tuttavia alcune informazioni dovrebbero portare a riflessioni. Il Sindaco Merola in apertura ha ribadito più volte, come del resto altri intervenuti, che “il progetto non consuma territorio, anzi recupera un’area che oggi è sotto utilizzata”. Infatti abbiamo appreso che dei 34 grossisti di ortofrutta iniziali ne sono rimasti solo 19, anche per alcune fusioni di società. Oggi l’area del mercato è occupata per il solo 60%.

Ovviamente prevedere una presenza di altre attività produttive (ristoranti e spazi per presentare le filiere agro-alimentari), senza realizzare all’ennesimo ipermercato, potrebbe dare respiro alla commercializzazione ortofrutticola. L’aver già investito per avere l’autonomia energetica, così da realizzare sul tetto del Caab il primo impianto fotovoltaico in Europa, è stato certamente un buon investimento. È stato fatto dal Comune, cioè dall’attuale Caab?
Tutte positive le soluzioni prospettate per rendere finalmente un’area, che fino ad oggi ha avuto bilanci poco floridi e spreco di spazi e risorse, gestionalmente più appetibile. Per chi lo sarà? Questa è la domanda che ci è rimasta nell’aria, forse perché da cittadini ci basta sapere che si stanno cercando, e a tempi di record si stanno trovando, investitori privati che sposino il progetto?
Dopo Eataly e tutti gli altri partner privati presentati sabato 7 dicembre (è stato più volte ricordato che rispetto ai tempi di attuazione previsti per l’obiettivo dell’EXPO- Exbo 2015 si è in anticipo), venerdì abbiamo avuto una strana sensazione quando si è presentato l’assetto societario della partecipata Caab. L’ipotesi futura è l’assegnazione delle quote al fondo immobiliare, non citato, ma che dalle slide si leggeva, Real Estate. Dopo l’operazione cosa rimarrà di pubblico?
Sarà solo un retro pensiero, ma i fondi, soprattutto immobiliari e soprattutto dopo il 2007, non ci sono mai piaciuti. Inoltre pensare alla fine che sta facendo l’altra partecipata HERA (la vediamo sempre meno pubblica quando appalta troppi servizi) con debiti troppo alti, ci fa pensare e porre domande. Una su tutte: dopo il marketing (comunque positivo) cosa rimarrà di pubblico? Il pubblico assegnerà il suo patrimonio al fondo immobiliare, e le aree saranno date ai privati investitori. Le modalità? Il pubblico assicurerà, come ha detto Merola la mobilità; è già pronto un altro project financing per un altro people mover? Certo il direttore tecnico del Consorzio Cooperativo Costruzioni era presente.
Un’ultima riflessione rispetto al consumo di territorio visto da chi vive in una città che si è espansa, ma che ha lo stesso numero di cittadini degli anni Settanta: la scelta di spostare il mercato ortofrutticolo da Via Fioravanti non ha già prodotto il consumo di territorio, visto che si sta ancora costruendo? Non si è già prodotto consumo di risorse pubbliche almeno per le quote che annualmente il Comune paga per il project financing di un edificio, la sede municipale, nato veramente male, perché poco efficiente energeticamente?
Infine, cosa rimane di territorio agricolo a Bologna per poter partire con la filiera agroalimentare: saranno sufficienti gli orti urbani e gli spazi di agraria?

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