Potremmo proprio dire che l’esperienza musicalperformativa che si voglia più nuova, intrigante e nomadica nei suoi percorsi, debba necessariamente partire anche da qualcosa di antecedente, spesso di persino molto antico e radicato. Quantomeno è quello che si evince da una piacevolissima conferenza stampa di lancio di questa tre giorni festivaliera dall’8 all’11 di ottobre che si è tenuta nell’insolita location di Ostello Bello presso via del Porto 6.
Perché il punto è che esibire matrici storiche importanti non è in questo caso né vezzo né onorificenza al merito che consacra e chiude, ma viceversa spunto per aprire, ritrasmettere e rilanciare in un’ottica non solo di vetrina, rassegna, celebrazione, ma di costituirsi come patrimonio culturale in progress che rivendica uno status, una pedagogia, una ragion d’essere, una sua traiettoria geopolitica persino, come vedremo, senza abbandonare un’aria sbarazzina e da community simpaticamente nerd.
Se ci pensate dunque, questa collocazione che sembra sancire l’inizio di una proficua collaborazione, con tutta la catena italiana di ostelli su e giù nelle principali città della penisola, dice tanto della natura cosmopolita, erratica, ma costituita nella sua ragion d’essere in quanto pratica di condivisione continua.
Bisogna però dire che Robot quest’anno ci ha incantati con due preview assolutamente d’eccezione a cui per fortuna ho potuto assistere nonostante la mia cronica disorganizzazione. Del resto, un festival che si può permettere come capo ufficio stampa una figura mitica di musicologo ed esperto di sottoculture e controculture underground quale Pierfrancesco Pacoda, di cui sono in riedizione alcuni testi fondamentali sulla scena rave, direi che presenta già ottime credenziali.
Credenziali che in sede di press conf vengono ampiamente riconfermate e riconosciute da Daniele Del Pozzo, assessore alla Cultura per il Comune di Bologna e da Elisabetta Leonardi, responsabile dell’Ufficio Promozione culturale della Regione Emilia-Romagna, in dialogo con i centratissimi ed esaustivi Elisa Trento, presidente della ventennale associazione Shape, di cui Robot è una riuscita gemmazione, e Marco Licurgo, che ne è il direttore artistico. Dicevo una conferenza stampa un poco showcase, non solo perché coronata da una doverosa visita agli ambienti interni ed esterni di Ostello Bello, che tra parentesi è aperto come bar e punto-party anche per chi la sera voglia aggregarsi da fuori, autoctono citizen o di passaggio che sia, ma perché oltre a snocciolare dati e nomi per fortuna sintetizzati e chiari come raramente accade in simili contesti, si è trattato alla fine di un percorso anche generazionale e di memorie personali dentro una gloriosa storia tutta bolognese di sperimentazioni.
In cui, in qualche modo in questo caso, si è stabilita una discendenza-connessione virtuosa, anche se ovviamente più divulgativa ed allargata alla cittadinanza, con le pratiche incubatrici dei centri sociali di cui tanto si nutrono immagine e immaginario mitopoietico bolognese.
Per dare un’idea: Rai 3 si occupa non solo di intervistare, come ho fatto io stessa, Marco Ligurgo, ma anche di ritrasmettere alcuni set. Dunque, da un lato una formalizzazione nell’empireo culturale che rimane però un fatto comunque perciò stesso non popolar populista.
Autechre, Moodymann, Boys Noize, Blawan, Actress, Mace, Andi Toma (Mouse on Mars, Marina Herlop, Mykki Blanco, Space Afrika, DJ Stingray e Lawrence English, quest’ultimo protagonista della masterclass di field recording che partirà il 9 ottobre proprio da Ostello Bello, sono tra i nomi di punta annunciati per questa edizione, che ha appunto già visto uno strepitoso ambient tra crepuscolo e notte alla piana di Kauna presso il Museo etrusco di Marzabotto, un’anteprima italica dell’ultima uscita e live act di Carla Dal Forno a Palazzo Re Enzo e Andi Toma live al Mast. Ma naturalmente ci sarà grande spazio per quelli che il curatore artistico definisce i local heroes, ovvero i talenti locali. Elisa Trento ci rammenta la decisione per questa edizione di diventare particolarmente nomadici, rivisitando in parte location già ampiamente testate nella biografia robotica, insieme a location “ribattezzate” come i Bastardini, recentemente riaperti alla cittadinanza, luogo onusto di memorie di welfare storicizzato, riconfermando Dumbo per la parte più industrial e nightlife, aggiungendo Estragon sempre in ossequio ad un principio di coerenza estetico-ambientale. Si sofferma a lungo sul tema inclusione e accessibilità e mi segno con cura le pratiche ormai abituali di riduzione del danno e quello dell’accesso guidato per particolari forme di disabilitazione e neurodivergenza concordate con il tutoraggio di Anffas. Insomma, una grande attenzione ai più giovani, alle fragilità, alle famiglie, alle pratiche laboratoriali. Del resto il festival ha il sostegno oltreché ovviamente del Comune e del Quartiere S. Stefano, anche di Unesco City of Music, di Fondazione Carisbo e del Ministero della Cultura, Direzione Generale dello Spettacolo, pertanto correttamente nessun aspetto può essere tralasciato. Si parte con un programma davvero vasto per una tre giorni. Il giorno 8 dalla Casa della ricerca, così come il complesso dei Bastardini viene rinominato per l’occasione, con The Rest Is My Ghost di English, live interno al discorso progettuale Acid Nostalgia. Naturalmente altri nomi molto attesi sono Autechre e l’italiano più che emergente Mace. Ma direi che ci sono tanti nomi interessantissimi, molti femminili a cominciare dalla nostra Suz e che per avere più info in dettaglio conviene consultare il sito.
Per capirne di più, blocco Marco Ligurgo, prima che si avvii verso la sede Rai, visto che nonostante tanto sfoggio di linguaggi tecnologici, credo proprio che le persone più addentro a certi mondi così apparentemente rarefatti e virtuali siano le maggiormente disposte allo scambio in presenza.
Allora, vorrei cominciare chiaramente dal titolo di questa rassegna, così evocativo, così dubitativo.
Allora, sì, questo claim così, che suona un po’ come un avvertimento, è in realtà la cifra di una mia personale riflessione sui tempi, quindi anche in senso e campo culturale che stiamo attraversando. Mi pare che ci siano tanti troppi dati da processare, troppe info contrastanti e non sempre distinguibili tra vero e falso, che creano una babele linguistica tesa però a ricreare una conformità. Non sono sicuro di saper decodificare tutti i linguaggi. Tutto sommato non so neppure se voglio esserlo. Quello che so è che mi è venuta in mente l’immagine del vecchio Commodore 64, che a un certo punto mandava questo segnale di Errore. E per me suona come un invito ad andare un attimo in pausa. Ad accogliere lo stop fisiologico. Troppi sono convinti di avere certezze e verità in tasca, solo perché ripetono opinioni-mantra. Anche gruppi, movimenti, associazioni, attivisti, talvolta si muovono un po’ troppo nel loro settorializzandosi, magari senza tanta curiosità per le differenze, i punti di vista. Io so di poter lanciare questo piccolo alert proprio perché da una posizione peculiare e difficile. Quella di curatore di un festival non banalmente inteso come panoramica, tuttavia internazionale, ricco di densità, frequentato da ogni dove, ma pur sempre calibrato sulla città e non nella logica del big event. Una posizione bella, ma che ti mette in continua responsabilità e scomodità rispetto a ciò che vuoi o puoi comunicare.
In sede di conferenza stampa si parlava di location ed anche ci si è richiamati ai centri sociali. In fondo anche Daniele ha formato competenze gestionali e di curatela specifiche su Gender Bender, ma prima si era fatto le ossa all’interno della factory Link. Mi chiedevo se alcune scelte del festival erano riconducibili al cambio formato o ad una vocazione intrinseca.
Beh, Shape, l’associazione che produce di fatto Robot, ha tre anni più di lui e ti posso assicurare che da sempre ha in statuto costitutivo e mission la valorizzazione di luoghi anche storici della città in senso non turistico o di puro intrattenimento, ma di autentica coproduzione culturale. Robot poi nel corso della sua ormai non breve storia ha attraversato diverse fasi. Dalla cittadella monodedicata al quartiere fieristico che però ci pareva troppo ghettizzante, a lavorare sul centro con Palazzo Re Enzo quasi in esclusiva… Oggi con questa pluralità mi sento di dire che è un po’ come voler ricercare in modalità adeguata ai tempi quella sensazione che provavo da giovane. Studente in Economia e commercio (mi confesso commercialista mai praticante neanche un giorno), che già suonava la chitarra, collezionava i dischi, si voleva provare da DJ, cosa che poi ho fatto per anni, andavo per dire al Livello ed ero stupefatto dal materiale umano che incontravo, tutte le varie tribù limitrofe tra loro, anche riconoscibili a occhio nudo per le posture e gli outfit. Quella è una lezione di trasversalità che non puoi dimenticare e che oggi traduciamo con pratiche inclusive cercando contemporaneamente sia di incontrare pubblici diversi che di rispettare, anzi enfatizzare, la poetica delle opere. Io so, per dire, che c’è un pubblico fidelizzato più âgé, perché viene da quella storia di sperimentazioni a tutto campo. Questo pubblico, come me, è stanco dei grandi festival internazionali che appiattiscono un po’ tutto nella grande esperienza musicale. Io ho sempre più bisogno di aspetti performativi, ibridati, liminali e contemporaneamente di ascoltare cose nuove che destrutturino codici e certezze. Il pubblico giovane oggi è molto diverso, perché forse è meno trasgressivo e si sente appagato da quello che trova da solo sui devices. Non è facile farlo uscire. Chiaramente devi stare anche attento alle politiche sui costi e i conseguenti prezzi. Oggi spesso hai paradossi: come guadagno medio orario certe tipologie di tecnici fortemente contrattualizzate superano di gran lunga gli organizzatori. Ma va bene così perché per noi non è solo mestiere ma tanta tanta passione. Il problema è contenere i biglietti per i più giovani. Le norme di sicurezza e security sono giustamente stringenti e sono costi anche quelli. La riduzione del danno la pratichiamo da sempre, non abbiamo mai avuto incidenti. Di sicuro, se deve girare qualche sostanza, non avviene qui e ognuno è responsabile delle scelte che ha fatto a monte, da un’altra parte. Noi abbiamo tutto il supporto necessario per momenti di crisi. Avere 7-8 mila persone complessive per un festival così in una città come Bologna non è banale per nulla, ma devi pensare che rimane un’esperienza di nicchia e per il genere, l’elettronica contemporanea combinata con l’audiovisivo, che da noi non è un mainstream e perché non possiamo competere con i mega numeri di quei 4-5 festival internazionali. Noi viviamo comunque anche la difficoltà della crisi della clubbing culture che poi trainava tutto il resto. I club, le disco progressivamente hanno chiuso e non abbiamo più quel volano lì. Tornando ai luoghi ci servono per valorizzare gli artisti al meglio. Dobbiamo valorizzare quei nomi più noti che fanno da richiamo. Io, per me, amo tantissimo fare scouting perché affinando ascolto e gusto sento il bisogno fisiologico di innovazione. Però scelgo i grandi nomi con convinzione. Carla Dal Forno che accetta di presentare qui un’uscita fresca così, quando ti ricapita? Autechre li amo tantissimo perché decostruiscono in continuazione la loro stessa poetica. Faranno un set al buio imperdibile, già sold out, ma che, vi avverto, potrà risultare anche disturbante. Avevo bisogno di una sede molto oscura ed Estragon è risultato perfetto.
Se dovessi dare indicazioni di merito, di tendenza, per l’ambiente in generale ed i singoli che vogliano approcciarsi al mestiere, cosa potresti dire?
I mestieri della musica contemporanea d’avanguardia, oltre la dance, sono tanti, ma spesso, mancando un welfare di base, specie sui giovani, nel nostro paese, non abbiamo fenomeni di vera e propria scuola come poté accadere che ne so ricorrentemente in Inghilterra, con il fenomeno delle Scuole d’arte e del basic income pubblico, che permise a tanti di diventare musicisti. Qua fare i produttori musicali se non si hanno almeno come ai miei tempi strutture collettive dietro forgiate su certi principi, ha del veramente tosto.
Da un lato fare il DJ, dovendo per forza comprare i vinili, era molto costoso anche prima però, adesso se vuoi fare cose originali devi studiare tanto. Ci vogliono competenze tecnico-scientifiche sì, ma un ingegnere comunque, per quanto implicato in questo tipo di musica, non è comunque un musicista. Studi musicali adatti aiutano sempre molto. Per il resto appunto, credo che l’asse europeo, anzi globale sia di produzione che distribuzione, organizzazione, vada un po’ spostato. Non più paesi del nord del mondo e rigorosamente occidentali. E perché a noi non possono che arrivare le briciole e perché esistono i famosi vantaggi della backwardness, per chi arriva dopo e che poi danno grandi risultati. Spostarsi di più sul Mediterraneo, spostarsi verso oriente sia per la ricerca che le collaborazioni. Io ho già cominciato a farlo e a lavorare con producers, musicisti, rassegne incredibili tra Tirana e la Romania. Già da questa edizione potete avere un assaggio quindi di un mix tra storia, memoria e nuovi ponti geografici futuribili.
Sono suggestioni molto interessanti queste e che condivido in pieno anche relativamente alla scena teatralperformativa. Tutto si sta sommovendo proprio in questi giorni. La transizione sarà molto turbolenta e bisognerà munirsi di tanto orientamento e di tanta capacità di individuare reti e appigli là dove non immaginavi.