Il pacifismo non può mai spaccare i progressisti

di Isaia Sales /
4 Ottobre 2026 /

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Non è molto comprensibile la vera e propria isteria che si è impossessata del campo largo dopo la decisione di una sua componente di annunciare il diniego ad ogni ulteriore invio di armi all’Ucraina. Come se fosse una bestemmia pensarla diversamente sulla guerra in corso; come se progressisti e pacifisti fossero due identità inconciliabili.

Nella storia politica italiana del secondo dopoguerra mai un governo di coalizione è entrato in crisi per diversità di vedute in politica estera tra i suoi partner. Mai un governo è caduto per contrasti sulle alleanze internazionali. Le due volte che Romano Prodi è stato costretto a dimettersi (nel 1998 e nel 2008), ciò è avvenuto (la prima volta) per iniziativa di Rifondazione comunista in dissenso sulle politiche del lavoro e (la seconda volta) su decisone di Clemente Mastella per questioni giudiziarie. Anche quando la sua maggioranza andò in crisi nel 2007 per un voto sulla politica estera, Prodi fu rinviato alle Camere dal presidente della repubblica e ricompattò di nuovo la sua maggioranza.

Lo stesso Massimo D’Alema decise l’azione militare in Kossovo con una maggioranza spaccata e ricevette in aula, mesi dopo la decisione di partecipare al bombardamento di Belgrado, i voti a favore delle forze di opposizione.

Nel secondo dopoguerra la condizione di nazione sconfitta e a sovranità limitata lasciò poco spazio di manovra in politica estera contrariamente al periodo storico precedente: filoamericani e atlantisti senza se e senza ma, dal 1945 ai giorni nostri.

Il tema delle alleanze internazionali è stato sicuramente più importante prima del fascismo che nel periodo successivo. Nella seconda metà dell’Ottocento per Francesco Crispi fu nociva la sua politica spiccatamente antifrancese. Negli anni successivi costante fu l’oscillazione dei governi italiani tra il sostegno all’alleanza con l’asse austro-tedesco o con quello anglo-francese, fino al punto che dichiarammo guerra all’Austria-Ungheria e alla Germania quando fino al giorno prima eravamo ancora loro alleati.

Nel 1914, Il PSI fu l’unico tra i partiti socialisti europei ad opporsi apertamente all’entrata in guerra, vista come un affare tra borghesie capitalistiche e nazionaliste, mentre i proletari di tutti le nazioni venivano mandati al massacro. Il Psi organizzò scioperi e manifestazioni di piazza.

Benito Mussolini, che all’epoca dirigeva l’Avanti, fu espulso dal PSI nel novembre del 2014: era diventato interventista all’improvviso, dopo aver sostenuto con foga il no alla guerra. Si era convinto al sì grazie a un cospicuo finanziamento del governo francese al suo nuovo giornale Il Popolo d’Italia.

Nel maggio del 1915, i socialisti in parlamento votarono contro la scelta bellica accettando l’isolamento in coerenza con i principi dell’internazionalismo proletario.

Il pacifismo è, dunque, una componente ideale e politica della tradizione della sinistra italiana, mentre non fa parte del bagaglio politico e culturale della destra. Una caratterizzazione identitaria che viene troppo spesso ignorata.

Dopo la caduta del muro di Berlino e il suicidio politico dell’Urss, sembrava finito il tempo in cui in politica estera esistevano solo due posizioni: o con la Nato e gli Stati Uniti, o con l’Urss. Vie di mezzo non erano contemplate. Ma possibile che sia ancora questo il punto dirimente della politica estera italiana dopo che gli equilibri si sono così palesemente rivoluzionati e si sono prodotte enormi novità sul piano geopolitico? L’europeismo non può identificarsi nel riarmo né tantomeno nel continuare a considerare il nemico solo ad Est.

Conte pensa di interpretare un disagio profondo nel mondo progressista che non viene adeguatamente rappresentato dal partito che nelle elezioni europee è stato il più votato dai giovani sotto i 35 anni, cioè il Pd. Elly Schlein sa bene che una parte di quei giovani elettori potrebbe essere persa alle elezioni prossime per la delusione provocata da posizioni belliciste di diversi rappresentanti del suo partito. E cerca di ricordarlo ai suoi dirigenti.

Le parole appassionate di Virginia Libero, la segretaria dei giovani diessini, sono le stesse dei suoi coetanei. Meno male che le ha dette.

Conciliare quelle parole con le responsabilità di uno schieramento politico che aspira al governo non è una cosa impossibile. Il realismo e il pacifismo possono trovare sicuramente un punto di mediazione, ma non si può chiedere di annullare gli ideali pacifisti. Se i progressisti fossero solo realisti, sarebbero già finiti in uno scantinato della storia.

Il pacifismo è una componente indispensabile della sinistra sia quando condanna sempre e comunque le aggressioni ad altri popoli, sia quando si adopera per affrettare la fine delle guerre. Senza umiliare gli aggrediti, ma cercando di portare la pace anche laddove sembra impossibile.

Questo articolo è stato pubblicato il 27 settembre 2026 su Il Fatto Quotidiano

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