Votanti in calo anche nelle elezioni comunali

di Isaia Sales /
30 Maggio 2026 /

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Anche nelle elezioni comunali si è abbassata la percentuale dei votanti. Si è passati dal 64,9% delle precedenti al 60% di domenica scorsa. Il convincimento che gli italiani siano più propensi a votare per elezioni locali rispetto a quelle nazionali sembra essere messo in discussione. Nelle elezioni regionali nel 2025 si è scesi addirittura al 43%. Ad oggi si vota di più alle politiche (63,91% nel 2022) che alle comunali, di più alle elezioni europee ((48,31% nel 2024) che a quelle regionali. All’interno di un abbassamento generale e inarrestabile della partecipazione al voto, sorprende di più questo calo alle comunali perché la legge che ne regola le modalità di svolgimento (elezione diretta del sindaco ed eventuale ballottaggio tra i due candidati più votati) sembrava aver restituito alla competizione locale un interesse, un coinvolgimento, una curiosità che altre sembravano non suscitare più. Alle comunali scegli tu il sindaco, e se al primo turno il tuo preferito non va al ballottaggio, puoi nel secondo turno decidere per colui che ti sembra “meno peggio” o astenerti.

Insomma, il sistema di voto comunale sembrava più adatto a favorire il voto d’opinione rispetto a quello di appartenenza o a quello clientelare, a consentire un giudizio più ravvicinato nei confronti della classe dirigente locale e un ricambio più veloce qualora essa non avesse dato buona prova di sé. Una possibilità che le altre elezioni sembravano precludere. Le varie riforme per le elezioni alla Camera e al Senato avevano eliminato il voto di preferenza e consentito ai partiti nazionali di scegliere i propri parlamentari a prescindere dal giudizio degli elettori. Consisteva in questo il maggiore fascino delle elezioni comunali: la possibilità reale di scegliere il proprio sindaco. Insomma, l’Italia dei partiti (elezioni politiche) sembrava avere meno fascino dell’Italia dei Comuni, soprattutto nel periodo a ridosso della crisi della prima repubblica, quando fu proprio la “stagione dei sindaci” che si aprì nel 1993 con l’entrata in vigore del nuovo sistema elettorale, a ridare linfa a un sistema politico delegittimato dal sospetto generalizzato di corruzione. Quella stagione, al di là dei differenti giudizi che si possono dare sui suoi risultati effettivi, ebbe allora la funzione di promuovere un ampio rinnovamento della rappresentanza politica a livello locale, che poi si allargò anche a quello nazionale. In un momento di cisi della politica, l’elezione diretta dei sindaci portò una ventata di freschezza, di ribaltamento di equilibri interni ed esterni ai partiti e offrì al paese una nuova classe di amministratori locali, in linea di massima onesta e capace, in grado di assorbire il malessere, lo schifo verso la politica che le inchieste di tangentopoli avevano squadernato. Nel Sud ebbe anche l’effetto di una prima e significativa presa di distanza degli amministratori locali dai condizionamenti mafiosi.

Certo, la personalizzazione della politica entrava prepotentemente nell’agone politico. L’elezione diretta dei sindaci comportava di per sé un maggior peso del ruolo e della persona del candidato rispetto al partito e alla coalizione che lo proponeva. Lo spirito della legge presupponeva che fossero i candidati a sindaco a trascinare i partiti e non viceversa, come avveniva prima.

A mio parere, l’aumento dell’astensionismo nel tipo di elezione che meglio aveva resistito al disamore per la politica, è dovuto essenzialmente al fatto che i partiti sono tornati a impadronirsi delle decisioni delle candidature locali. Nei medi e grandi comuni non si vince se non hai schierata una coalizione ampia, con diverse liste a sostegno, molte delle quali civiche. Si è esaurita la spinta al cambiamento radicale che c’era stata nelle prime elezioni con il nuovo sistema. Se sei bravo ma non hai molte liste a sostegno è molto probabile che perdi. Se sei modesto e hai molte liste che ti supportano vinci il confronto con un antagonista assai più capace. Oggi nelle elezioni comunali tornano a dettare legge i partiti e gli schieramenti civici che di civico non hanno niente di niente. Le elezioni comunali hanno perso il carattere di imprevedibilità, quella potenzialità di rinnovamento che consentiva a giovani dotati solo del proprio talento di poter essere eletti anche contro gli establishment locali. La produzione di cacicchi è la conseguenza di questa situazione. Ecco perché si deve cambiare la legge, introducendo il principio che ogni candidato può contare su di una sola lista di sostegno. Se il candidato ha molti partiti che lo sostengono, il vincolo di una sola lista potrebbe spingere a selezionare i migliori come possibili consiglieri. Se, invece, chi si propone non è sostenuto dai partiti e dalle liste civiche, potrebbe giocarsi le sue carte e consentire alla politica locale di tornare a respirare senza il condizionamento dei partiti e dei cacicchi. Oggi nessun outsider vince nelle elezioni comunali se non è espressione del potere territoriale. i sindaci migliori spesso sono venuti dalla rottura del satrapismo locale. Se non si torna a quello spirito di rivolta, è difficile che si produca nuova classe dirigente.

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