L’Italia è una nazione a doppia longevità della sua popolazione. Ancora una volta è l’Istat a confermarlo. Certo, l’aspettativa di vita è cresciuta ovunque nel nostro Paese ed è oggi tra le più alte al mondo (81,5 anni per gli uomini e 85,6 per le donne, appena dietro il Giappone) ma il dato è enormemente differenziato: si può vivere in media 4 anni di meno in alcune zone dell’Italia meridionale e molto di più nei territori centro- settentrionali. A che cosa è dovuta una differenza così macroscopica nella longevità degli italiani? Non possiamo certo attribuirla a ragioni naturali, a una differenza di geni alla nascita tra siciliani e lombardi, anche perché alla fine degli anni Ottanta del Novecento la situazione era totalmente invertita: la mortalità maschile era molto più alta al Nord che al Sud. Una differenza dovuta alla più intensa esposizione all’inquinamento industriale, allo smog delle grandi città, allo stress di una vita lavorativa più competitiva. Insomma, il Nord pagava il contrappeso in termini di salute e di mortalità al caotico sviluppo industriale e urbano che aveva caratterizzato il trentennio del miracolo economico italiano. Le cose si sono capovolte progressivamente tra il 1990 e il 2020, periodo in cui più ampiamente si sono accresciute le competenze delle Regioni in materia sanitaria. Insomma, a determinare una longevità così divergente sono stati i poteri attribuiti via via alle 20 Regioni. In pratica, si è prodotta una conseguenza non prevista, almeno in queste proporzioni: alle differenze economiche si sono aggiunte quelle nelle cure. La somma di queste due differenze ha provocato una disparita netta nell’aspettativa di vita: si muore prima a seconda di dove si risiede. Se abiti in Campania, Sicilia, Calabria, Sardegna o Puglia automaticamente devi aspettarti di vivere di meno.
Si può continuare a non prendere atto di questa clamorosa eterogenesi dei fini delle competenze regionali in materia sanitaria? Stando a quello che è avvenuto in questi giorni, pare che non si voglia minimamente riflettere sul voto che c’è stato al Sud. In concreto, è ripresa la guerra guerreggiata della Lega contro i meridionali, nonostante la Corte costituzionale avesse bocciato la legge sulla concessione di ulteriori poteri alle Regioni (la cosiddetta Autonomia differenziata) e nonostante il voto sul referendum avesse detto al centrodestra che il Sud è scontento di come il governo Meloni sta trattando i suoi problemi.
Vediamo in concreto. La conferenza Stato-Regioni prima di Pasqua ha approvato, su proposta del ministro Calderoli, le intese con quattro regioni del Nord (Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria) amministrate dal centrodestra. In base a quanto sottoscritto, si può parlare di un attacco frontale al cuore del sistema sanitario pubblico, intaccando nel profondo la sua universalità in diritti e in servizi.
Innanzitutto, si stabilisce che le quattro Regioni del Nord potranno adottare tariffe di rimborso e remunerazione diverse da quelle nazionali, pagando di più – o diversamente – ospedali e cliniche convenzionate rispetto agli standard nazionali.
In secondo luogo, le Regioni firmatarie potranno istituire e gestire fondi sanitari interamente integrativi per prestazioni che vanno al di là di quelle essenziali da garantire a tutti i cittadini italiani. Alcune Regioni potranno fornire più servizi rispetto agli attuali mentre altre neanche quelli “normali”, cioè si sancisce definitivamente la sanità a due velocità tra Regioni ricche e quelle “inguaiate”.
Infine, le Regioni potranno destinare alle proprie aziende sanitarie risorse finanziarie ulteriori per l’assunzione di personale con contratti a tempo determinato o per l’incremento di prestazioni aggiuntive da parte dei dipendenti. In un contesto di grave carenza di medici e infermieri, questa funzione potrebbe consentire alle Regioni più ricche di attrarre personale sanitario con condizioni economiche più competitive rispetto alle altre Regioni, alimentando ancora di più l’emigrazione interna.
Tutto ciò rappresenta nei fatti lo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale e il disconoscimento dell’uguaglianza dei cittadini italiani di fronte a identiche necessità di cure che incidono sulla vita o sulla morte. Un colpo contro la Costituzione di una gravità pari a quella messa in campo (e sconfitta) con il referendum sulla giustizia. Una decisione dichiaratamente e programmaticamente contro il Sud e i suoi problemi. La Lega va per la sua strada e i suoi alleati la lasciano fare.
Eppure, stando ai risultati del referendum la “questione settentrionale” sembrava aver concluso la sua centralità nella politica italiana. Il voto, in effetti, ha sancito, per chi non lo avesse ancora capito, che sono le grandi città, i giovani e il meridione a poter spostare gli equilibri elettorali della nazione. Se l’alleanza privilegiata di Meloni con Trump è apparsa inumana agli occhi delle nuove generazioni, al Sud è risultata tossica quella con Salvini. Le prossime elezioni politiche si vinceranno sulla politica estera, sulla lotta alle ingiustizie, sul ruolo da assegnare nell’Italia unita alla sua parte meridionale. Chi si metterà in sintonia con gli elettori che esprimono queste tre sensibilità avrà buone possibilità di governare il Paese nei prossimi anni. Il che non vuol dire che sarà indifferente ciò che avverrà nel Nord o nel Centro. Ma mentre in queste due grandi circoscrizioni si rimane sostanzialmente fedeli ad un’appartenenza partitica, è nel Sud che la mobilità elettorale risulta più ampia rendendo contendibile proprio nelle sue regioni il prossimo risultato elettorale. Disumanità e disunità saranno i temi dominanti. Non si accetta la “morte del prossimo” in ogni parte del mondo (come ha magistralmente scritto Luigi Zaja), non si accetta l’eclissi del concetto di nazione.
Insomma, piaccia o meno, sarà il Sud a decidere la prossima campagna elettorale. La questione settentrionale ha dominato la scena politica dopo la fine della prima repubblica. Berlusconi, Bossi, D’Alema, Tremonti, Meloni, Salvini hanno provato a mettere il Nord al centro delle decisioni governative e hanno prodotto un’Italia più divisa e meno dinamica di quella che aveva conquistato un posto nell’economia del mondo grazie alla crescita impetuosa anche della sua parte più arretrata. Il Nord da solo non è in grado di dare una spinta propulsiva all’intera economia italiana. Conferendo centralità ai territori più ricchi, la nazione si è indebolita, si è disunita come mai nella sua storia, ritrovandosi ineguale nei servizi, nell’istruzione, nell’opportunità di lavoro, nell’assistenza sanitaria. Si è visto clamorosamente che assegnare altri poteri alle Regioni comporta creare nel Sud italiani di rango minore. Qualora Meloni e Forza Italia dovessero continuare su questa strada, renderanno sempre piò ostile o diffidente la maggioranza dell’elettorato meridionale nei confronti della destra. Se non lo faranno, comprometteranno l’alleanza con la Lega. Mi sembra questo uno dei dilemmi centrali della politica italiana dei prossimi mesi. Meloni pensava solo a come impossessarsi e spartirsi le Regioni del Nord e sottrarle all’egemonia della Lega; ora ha il problema di non perdere definitivamente il Sud.
Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 12 aprile 2026