Lo spirito ribelle

di Silvia Napoli /
19 Giugno 2026 /

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Le iniziative teatrali si moltiplicano e segnaliamo che sta per partire oltre e prima delle piazze in Valsamoggia, storico approdo estivo del Teatro delle Ariette, anche le rassegna di Teatri di Vita dal 15 al 21 giugno dedicata a tutte le forme d’amore possibili e forse immaginate tra arti performative e cinematografiche Intanto si infittisce il calendario del Ravenna Festival e segnaliamo domenica 14 giugno, al Cisim, gli esiti del faraonico laboratorio lungo un anno tenuto da Luigi Gigio Dadina, tra Ravenna e Lido Adriano, dedicato questa volta alla reinterpretazione di uno dei più noti testi classici della letteratura cinese, quel Viaggio in Occidente, celebre fantasy mitologico che segue le avventure del Re scimmia, tanto presente tra noi perché ispiratore di graphic novel e video giochi sincretici negli accostamenti culturali. Di questo parleremo diffusamente certi che sarà una rivisitazione di tutte le nostre convinzioni oltreché uno spettacolo partecipato insolito nelle macroproporzioni e godibile come e più di sempre.  

Dobbiamo qui però sottolineare le molteplici programmazioni partite in città in questi giorni, decisamente decentrate in maniera molto diversa e complementare, con un consiglio festivaliero finale fuoriporta. Partiamo anzitutto da Ginnasio, l’intelligente rassegna performativo- agonistica curata dagli amici di Dom, la cupola del Pilastro. Un autentico presidio di rigore e continuità in una delle zone da sempre più chiacchierate e controverse delle nostre periferie. Il rischio concreto di avvicinarci pericolosamente al prototipo banlieue viene pragmaticamente scongiurato anche da posture come questa: ovvero uno stare nelle cose senza annacquare la propria identità artistica e avendo ben chiari i confini di influenza e competenza. La programmazione di Ginnasio si è conclusa ieri venerdì 12, mentre scrivo ed ha visto letture e performances affiancate da presenze effettivamente sportive, come ad esempio la Fortitudo tennistavolo ASD, il club atletico di lotta greco-romana, il circolo scacchistico bolognese dal 1874, gli arcieri felsinei dal 1965. Particolarmente toccante la presentazione del documentatissimo libro di Giulia Bassi, la Nazionale senza casa. Calcio, sogni e Resistenza in Palestina, per le edizioni Garrincha. Si è molto riflettuto sul perché il mondo italiano del calcio professionale quello dei contratti a tanti zeri, non ha trovato modo di esprimere opinione su quanto avviene in Medio Oriente e questo naturalmente ha dato la volata per un dibattito interessante a partire dai casi De Gregori e De Luca che tanto hanno occupato le pagine dei giornali. Quali i diritti-doveri di parola in un mondo dominato dai conflitti e dalle polarizzazioni? Un dibattito certo  

ricorrente e non nuovo sotto il sole, ma sempre istruttivo sulle diverse temperature etiche di una società. Ci spostiamo adesso in collina. la fresca e amena collina giusto al di sopra di villa Spada e raggiungibile anche ecosistematicamente a piedi, previa la penitenza obbligata dei fatidici 300 scalini sterrati e ripidi, giusto per rivedere le stelle e l’intero skyline cittadino, tutto ciò che muove amore, per poi addentrarsi tra viti secolari, erbe aromatiche serra e piantumato più o meno recente. tra le frasche, per godere dal tramonto a mezzanotte circa della bellezza naturale centuplicata dall’armonia con l’uomo in questo caso. Un fatto raro reso possibile dalla ecosensibilità artistica e comunitaria del Teatro dei Mignoli, che non ha una sua sede, ma tiene anche qui, come nel pur diverso caso del Dom, un presidio di bellezza e pedagogia ambientale in un fazzoletto di paradiso pubblico, fuori dagli appetiti immobiliari privati. Quanto è importante per il benessere dei singoli e delle collettività godere di accessibilità a tutto ciò che è risorsa in funzione pubblica?  

Trecento scalini con una programmazione che si estende fino all’8 di agosto, una sorveglianza speciale che riserva oltre al dato strettamente culturale, anche alla sostenibilità e compatibilità idrica del territorio, grazie al sistema irriguo e di scarico a riciclo, offre di fatto un autentico servizio pubblico a 360 gradi in una città di anno in anno sempre più torrida e bisognosa di rifugi climatici ecosostenibilie direi anche zone rifugio contro l’ignoranza ed il razzismo che fanno sempre in tempo a crescere come malepiante. Dal giovedì al sabato dopo le aperture a tema cinematografico della domenica mattina, 300 scalini offre programmazioni dalla denominazione accattivante di Insorsi, serate figate dedicate alla libera espressione di attività artigianali ed artistiche giovani e del territorio, ma anche teatro di ricerca ad alto voltaggio di interesse su tematiche sociali o quantomeno legate alla contemporaneità quale quello interno alla rassegna Insorti. Sette spettacoli imperdibili tra l’ultima settimana di giugno e la prima di luglio che vedono in prima fila nomi noti come quello di Michele Losi, a suo agio nella esplorazione condivisa di territori tramite la forma trekking o anche interessantissime sperimentazioni di nuova nuovissima arte circense.  

Nonostante l’oggettiva scomodità non già del luogo in sé, che anzi non si vorrebbe più abbandonare stante anche la delizia della compagnia e di affezionati e solerti volontari collaboratori che vi si incontra e la simpatia naturale di amici avventori visitatori e naturalmente di tutta la direzione artistica, bensì appunto data dagli scarsi collegamenti di navetta e dalla scarsa illuminazione dei percorsi, la stagione è partita benissimo sin dalla prima sera.  

Anzi, dobbiamo sottolineare la freschezza qualitativa di una serata veloce e liquidatoria del senso comune e del politically correct come una mitragliata, quale quella di apertura tutta dedicata alla stand up, ahimè in gran parte maschile, genere verso il quale sovente nutro un certo distacco se non una forma di vera e propria diffidenza. In questo caso i 4 artisti in questione erano estremamente interessanti a partire dalla loro area anagrafica e geografica di appartenenza al conseguente livello di esperienza, all’appartenenza o meno alla cultura italiana per nascita. La domanda di fondo in questo caso era l’efficacia in senso critico di uno strumento espressivo che troppo spesso mi appare vittimistico consolatorio ed espressione più che di posture e posizionamenti, di recriminazioni e frustrazioni.  

Non è stato così in questo caso: Samuele Garattini, Yassin Kefi, Emanuele Tumolo, Horea Sas, sono riusciti a farmi stare inchiodata alla sedia e a farmi divertire su certi limiti e inadeguatezze maschili cis, in maniera molto diversa dall’avere, per esempio, sul palco le ragazze che sfottono i soliti ex o la lunga lista di maschi improbabili e improponibili. Samuele, il più giovane dei tre si è buttato con coraggio sulla figura del nerd fuorisede, riuscendo ad acquerellare la cifra di una inadeguatezza e di una precarietà emotiva di genere e generazione. Yassin Kefi, stand upper di origine marocchina appena ventiseienne, residente in quel di Carpi, già vincitore di alcuni premi nel settore cabarettistico, ha colpito su vari fronti, oltre a quello sessuale, naturalmente rispetto alla ossessione para queer presente in controluce in molti dei brani di monologo, anche sul versante body shaming, considerando la sua “rotondità” e soprattutto ha osato un po’ l’inosabile, riferendosi persino al recente tragico episodio modenese. Sembra impossibile poter trattare in maniera umoristica urticante un drammatico fatto di cronaca che ha fatto trasalire anche il ben pensantismo e benaltrismo a sinistra, chiamando in causa la gestione della salute mentale nella nostra Italia post manicomiale. Eppure, è evidentemente un tentativo credibile se tu evidentemente porti dalla tua inscritta nella morfologia del tuo corpo e delle tue origini la diversità dal canone.  

Emanuele Tumolo, romagnolo ormai convertito in torinese, rappresenta la certezza dell’eleganza. visto di recente a Bologna al circolo Efesto con interessanti affondi relativi alla mania dilagante dei viaggi d’esperienza, alle ossessioni religiose, al confine sottile tra le forme di sessualità, anche lui si è messo stavolta su vie impervie di autobiografismo romanzato inerenti al rapporto tra famiglia e disabilità. Un argomento certamente scivolosissimo e risolto con la brillantezza e il garbo tutt’altro che buonisti, anzi, estremamente urticanti che lo contraddistinguono. Una cifra di stile molto particolare. ai confini tra un De Sica senior del terzo millennio e uno chansonnier boulevardier francese. Insomma, una piacevole conferma per me che avrebbe potuto ascriversi anche alla categoria delle eccezioni a conferma di regola, se appunto non avessi avuta questa piccola panoramica davvero superstimolante. Anche se devo dire avevo apprezzato in passato qualche noto esempio femminil-femminista. Una piacevole sorpresa è stato infatti l’ultimo intervento. Il ragazzo cresciuto in Italia di origini rumene che riesce benissimo a specchio a esplicitare contraddizioni, debolezze, somiglianze tra culture apparentemente distanti, eppure tutte prigioniere della sindrome che chiamerò dello specchietto per le allodole. Il richiamo pervasivo paternalista capitalista al futuro migliore misurato esclusivamente in termini di comfort e consumi ed ora chiaramente in crisi verticale ovunque. Bella e sentita prova che a me è suonata anche come lezione interessante.  

Torneremo su 300 scalini e dovete rimanere sintonizzati sul sito per le programmazioni, mentre invece mentre scrivo tra i mille festival in circolazione, potete scegliere per esempio fino a domenica 14, di visitare la deliziosa Rovigo e immergervi nelle severe educative pratiche dimostrativo didattiche del Teatro del Lemming per il loro festival opera prima declinato in spazi aperti e al chiuso di grande fascino nel centro storico, fino alla loro sede storica leggermente periferica. La cosa curiosa di questo festival marcato dall’epopea grotowskiana è certamente l’innesto con poetiche molto diverse ma ugualmente radicali quali quella dei Motus avvistati da spettatori la prima sera, ma presenti in programmazione con il loro altamente consigliabile Frankenstein, history of hate. Imperdibile direi anche Misiti e Latini con D’Oro. Naturalmente sempre imperdibile è la ripresa di un autentico classico del Lemming quale l’Edipo che ha visto già diverse riedizioni. Tutti i nomi giovani e le chiacchiere in piazza da dopofestival sono da prescrivere direi e c’è da segnalare un lavoro di alto artigianato macchinico e grande poesia quale Officina oceanografica sentimentale di compagnia Samovar. Una chicca per 4, 5 spettatori alla volta all’interno di una roulotte, dove ci si immerge tra teatro di figura marchingegni autocostruiti per la meraviglia e il sollazzo di grandi e piccini in una sorta di veliero sottomarino perché probabilmente già affondato con tutti i tentativi miseramente falliti di restare umani. In coerenza con questo ragionamento, lo spettacolo totalmente muto, al massimo sonorizzato e tappezzato di rumori ventriloqui, si chiude con un bellissimo testo lirico che pone i pesci e le affinità con la trasmigrazione l’ultima forma possibile di sopravvivenza, in un mondo purtroppo violato dall’antropocene. Un attimo di imbarazzo e sconcerto nell’apprendere che le parole enunciate così vere e giuste appartengono al grande ma controverso scrittore Erri De Luca. Personalmente cerco sempre di distinguere gli autori in quanto persone dalle loro opere e certo non vado predicando censure o falò purificatori. Ma ho provato dolore per questi conti che non mi tornavano e non mi son potuta esimere dal cercare di discuterne con l’attore autore demiurgo in scena. Che mi ha detto ciò che del resto immaginavo. Che naturalmente aveva scelto il testo ben prima delle note esternazioni negazioniste e che ora si trattava di vedere le reazioni del pubblico per vedere che fare. Diciamo che casi come questo aprono a riflessioni forse non nuove ma più che altro nuovamente necessarie sull’autonomia dell’arte e le forme dello schierarsi.  

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