Nasuto e Alberici. L’importanza di stare nel contemporaneo

di Silvia Napoli /
10 Aprile 2026 /

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Ci vogliono cassette degli attrezzi molto ben fornite e una gamma di strumentazioni che spazia dalla classicità alla apparente inattualità didascalica di Brecht per saper stare con cuore mente e talento nelle pieghe del Contemporaneo. Perché raccontarne le storie, le contraddizioni, le aporie, le cronache paradossali, sapendo che diventeranno Storia molto, sempre più presto e forse sempre un po’ random secondo i nostri criteri, e un po’ come guardarsi in uno specchio e non riconoscersi fino in fondo.  

Uno sporco lavoro; eppure, qualcuno dovrà pur farlo, un gioco da duri che scendono in campo con nonchalance strafottente, nella narrazione di largo corso.  

E invece questa delicata chiamata che a teatro non è, non può essere mai solo testimonianza, viene raccolta da un folto gruppo di artisti o che comunque sembrano tali perché sanno ri-creare moltitudini e accumuli di sguardi pur con accentazioni molto molto diverse tra loro e chiavi di lettura interpretativa spesso spiazzanti nella loro apparente semplicità.  

Una nuova onda di drammaturghi commedianti, coreografi, autori a tutto tondo, marcati da una forte presenza e istanza femminile, ma avulsi dal creare ismi e correnti. Non già per ragioni di fluidità, liquidità programmatica delle idee e delle relazioni, ma piuttosto al contrario per la necessità di costituire le condizioni di concentrazione, distillazione poetica, condensazione di un nucleo caldo di attraversamenti che possa trovare parole non solo per dirselo, ma per comunicare con tanti e poter stare radicati nel mondo senza bolle protettive.  

Una processualità non facile in realtà che implica nell’ordine: un non accontentarsi, un rifiutarsi di strizzare l’occhio a ciò che è cool al momento e pare creare piccole tribù di riferimento, un omaggiare senza compiacenza (per poi staccarsene) i padri dell’affabulazione, del teatro di narrazione e di denuncia. E ancora però rifuggire dall’indulgenza minimalista del teatro della cameretta. Ritrovare un senso scenico nelle affermazioni per cui Il Personale è Politico, ma anche viceversa non nella accezione privatistico predatoria ma nel senso che ci riguarda tutte e tutti. Ciò che pertiene ai grandi temi del vivere sociale e ci tocca da vicino, influenzando e non poco le nostre piccole quotidianità.  

Da questo rapporto tra assoluti e irriducibilità come quelle tra soggettività e universalità, nasce in fondo la rappresentazione teatrale e da una dialettica sapiente tra storie situate nella vita di tanti di noi, in fondo ordinary people, anche se sempre speciali a noi stessi e macro-cornici di senso, sta un certo tipo di lavoro teatrale che pur non aderendo a correnti documenta un esistere contemporaneo.  

Questo è il caso Ermelinda Nasuto, fondamentalmente attrice, ma molto di più e di Francesco Alberici, scrittore di scena ma anche interprete e tanto altro, guarda caso, in collaborazione reciproca sui rispettivi progetti.  

Ma andiamo con ordine.  

E l’ordine delle cose ce lo dà in primis una chiacchierata con Ermelinda, super disponibile a raccontarsi in quanto professionista teatrale nel momento in cui si riconosce donna della contemporaneità e dunque non etichettabile e pronta da un pezzo a correre più veloce dei lupi. 

Ermelinda, una attrice dalla presenza scenica fortemente attuale e contemporanea che sembra esprimere una femminilità complessa ma senza forzature e libera da condizionamenti e riferimenti stereotipati di qualche tipo. Sodale nella compagnia teatrale della conterranea Licia Lanera, ma anche ben radicata in una scena molto bolognese attraversata a modo proprio. Eppure, non assolutamente legata alle vicende gruppettare o alla formazione damsiana. A questo punto potresti parlarci della tua vocazione formazione.  

Mi consta di dire che effettivamente si, la mia non è la storia che ci si aspetterebbe, ovvero quella della ragazza del Sud che viene a Bologna per fare l’Università, si iscrive al Dams e conosce i compagni di corso per formare un gruppo teatrale.  

Potrei retrospettivamente dire molte cose, ma in primis mi sento di affermare che la mia biografia è costellata da una serie di incontri che io reputo felici, fortunati, trasformativi, che certo, via via ho imparato ad annusare e scegliere piuttosto di altri. Intanto nasco a Massafra di Puglia, un paesone però comunque ai miei tempi attraversato da un certo fervore culturale e sociale. Non sono stata figlia d’arte, ma mia madre era insegnante e portava appena poteva le sue classi a teatro. Quindi questo esempio culturale in casa c’era. Poi, come spesso succede, mi sono coinvolta con un’insegnante del mio liceo scientifico, che cercava anche di far praticare teatro e subito sono stata scelta per questa Antigone di Brecht. Ero molto giovane e mi stavo parallelamente preparando una via di emancipazione precoce senza ancora rendermene conto e mi stavo aprendo ad un mondo nuovo e che pure affondava nella classicità e nella tradizione. Quando devi mandare a memoria le battute di una eroina etica come Antigone e diventano il tuo mantra nella visione così connotata e didascalica di Brecht, senti una sorta di clic quasi neuronale che ti lascia il segno.  

La purezza del cristallo che è in Brecht e si manifesta con una sorta di semplicità della contraddizione mi conforma tuttora anche da ruoli distanti sideralmente. Ho avuto un contratto regolare con tanto di contributi enpals versati appena maggiorenne. sono presto entrata in contatto tramite Giancarlo luce con Carlo Formigoni, uno dei miei indiscussi maestri e ho avuta la fortuna di assistere nell’ambito del teatro Kismet di Bari, alle lezioni della celebre coach della voce Eva Hutchinsons. Questo per dire che la mia è stata una formazione all’antica, di bottega. Ero intanto scritturata nella compagnia Delle Forche, che era quella della mia cittadina. Avevo anche una libertà di spostamento che altre ragazze della mia età non avevano di sicuro… Bologna è arrivata davvero molto più tardi.  

In tutto questo pero devi dirci come si arriva alla tua personale concezione della dimensione politica del Teatro.  

Infatti, anche questo è molto interessante perché in tutto ciò, io ho continuato nella curiosità dell’apprendimento. Certo da un lato, c’erano le considerazioni dei miei che mi sostenevano, ma come ogni famiglia che si rispetti, non desideravano per me salti nel buio o scelte poco ponderate. Così, mi iscrivo anche all’università, facoltà di lettere a Bari. Qui vengo moltissimo influenzata dalla cosiddetta Ecole Barisienne…Franco Cassano, notissimo sociologo meridionalista è un altro dei miei fondamentali maestri. Il suo testo, il Pensiero Meridiano è per me nutrimento grande e formativo. Mi rende attenta ai contesti e mutamenti. Naturalmente Bari significa incontrare anche Licia Lanera, istrionica capocomica nata di un paio di anni più grande, ma, come me, lettrice instancabile, onnivora… Nel senso che di due iscritte a lettere si potrebbe pensare che il principale interesse sia rivolto alla scrittura lirica e narrativa. Invece noi divoravamo saggi. A carattere sociale. Tuttora ci scambiamo tantissimi libri e consigli di lettura. Anche il sodalizio con Licia era destinato a durare. Frequento i suoi laboratori e dal 2016 divento formatrice teatrale sempre a Bari.  

In prima battuta, Per quanto riguarda l’Emilia Romagna il mio riferimento sono le Albe, le loro conduzioni a Santarcangelo. Adesso per esempio io sono formatrice alla non scuola delle albe ed è una esperienza bellissima. Ecco anche il loro è un modo di fare teatro politico, ma soprattutto di fare Teatro. L’implicazione a parlare di quel che c’è, delle necessità del momento storico è alla fine nella classicità delle tradizioni, se intendiamo la tradizione come collana che inanella idealmente le migliori innovazioni. Per me però, non credo a pratiche artistiche che siano ancillari o succedanee di quelle politiche. Il fatto che in questo momento la Politica sia così poco parlante, almeno come sistema dei partiti e discorso pubblico mainstream, dà a noi che facciamo questo mestiere una responsabilità enorme. So benissimo che oggi le affermazioni più radicali o i discorsi più affilati e profondi vengono proprio dalle scene, ma questa è una mancanza da tutto il resto e non snatura il nostro implicito mandato. In questo senso anche l’incontro con i Kepler e il loro teatro documentario è stato molto importante per me. Ecco, io direi poi che in questo momento magmatico, in cui tutto il mondo del Teatro sta cercando di reagire alle politiche ministeriali e sta cercando di concepirsi maggiormente dentro il mondo del lavoro e dentro una logica anche mutualistica, il mio rapporto con le realtà che ti ho citato è proprio di curatela.  

Siamo una piccola comunità espansa, non chiusa che appoggia in grande libertà e modalità di scambio, ruoli e competenze, sguardi, assistenza, permettendosi di uscire dal perimetro individuale, per fare reciproca curatela su certi progetti, su certi lavori che ci risuonano, che ci sembrano consoni. Una bella sfida per rinnovare il senso del lavoro di bottega in una maniera più fluente.  

Direi che però ci manca ancora qualche tessera del puzzle. Mi riferisco evidentemente agli incontri con Archivio Zeta e Francesco Alberici, incontri che poi ci portano a parlare di due lavori ben precisi e anche a fare qualche considerazione sul tuo lavoro teatrale. 

Si, in effetti hai ragione e prima di entrare nello specifico, devo dire questo. Che mi considero autrice perché mi piace scrivere per il teatro. Scrivo tantissimo nei miei quaderni, poi certo, tutto viene posto al vaglio della scena, di cosa è funzionale lì e in questo senso, un lavoro che comincia in soggettiva, poi diventa fatalmente collettivo e lo apro, comunque, allo sguardo di tutti quelli che collaborano con me in quel momento. Li, prima ancora della somministrazione al pubblico, ecco che il mio privato diventa un’altra cosa che non è diaristica, non è flusso di coscienza, esce dalla dicotomia del pudore, non pudore. Questo lavoro che improvvisazione è fino a un certo punto, quantomeno non lo è nel senso corrente del termine, distilla in qualche modo i testi. È successo persino rispetto a Con la Carabina, anche se c’era già un testo francese molto ben strutturato sotto con tutti i personaggi etc. Archivio Zeta, li ho conosciuti da vicino in quanto paziente. Sì, quando ero malata e ho deciso di iscrivermi al loro laboratorio teatrale presso il Sant’Orsola. Laboratorio per pazienti oncologici. Nello spettacolo Dedicato, racconto le varie fasi psicologiche che hanno contrassegnato questa mia scelta tutto sommato piuttosto impulsiva. questa sorta di meditazione a posteriori su quel momento è uno snodo centrale di quel lavoro ma anche ha segnato la mia adesione al loro di lavoro, sul gran teatro anatomico, dalla scrittrice premio Nobel polacca Olga Tokarczuk. Li è stata una bella sfida, recitare con un costume di scena, settecentesco, una specie di armatura, tale è l’impalcatura che lo sostiene, un lavoro incredibile su tutti gli abiti di scena per quel l’opera da parte di Emanuela Dall’aglio… Ed in effetti il mio personaggio che arriva dalla storia nello stesso tempo finisce per apparirci contemporaneo. perché è investito dalla logica del diritto universale. Logica che lo sostiene in postura forse un po’ rigida e astratta almeno al principio, ma la sostiene, novella eroina della modernità. Se ci pensi è quasi una reincarnazione di Antigone, sempre il tema della richiesta del corpo per onorarlo alla fine. Mi sono dovuta perdere e ritrovare in un certo senso, ma è una questione nata proprio dalla domanda che mi ero fatta al momento della loro proposta. Chi sono io adesso rispetto a loro, la paziente del corso o l’attrice certificata? Ma è in fondo la domanda che l’attore affronta innanzi ad ogni nuova interpretazione. Il mio stato di consapevolezza è segnato profondamente dalla mia condizione, dal mio status e viceversa: più materialista e politico di così!  

Dedicato naturalmente è stato un momento particolare che ancora non è finito naturalmente. Perché tutto il concept è mio e la protagonista sono io, ma anche la diretta ispiratrice. È un discorso in progress per quanto ciò sia disturbante da pensare. Potenzialmente non è mai finito finché durano i miei follow up obbligati e in tanti hanno pensato, ma una esperienza così fresca, così recente, sarà riuscita a metabolizzarla? Perché non è decantata attraverso qualche filtro letterario famoso? E via così.  

In realtà se andiamo a ben guardare questo lavoro complesso di autonarrazione pubblica ed aperta al pubblico, rispetta a modo suo tutti i crismi del teatro d’autore a partire dall’ossequio stilistico alla commistione dei toni, degli stili delle sfumature tra alto e basso, greve, brutale ed elegiaco. I Daft Punk, il sesso, le parrucche e la nostalgia dell’infanzia, del materno, come categoria di memoria e proiezione. Quanto al rimando al rispetto della trasmissione tradizione c’è tutto nella figurazione più che personaggio di Olga Durano, grande attrice di generazione diversa e di esperienza, che non sapremmo definire se non maestra, alias, doppio, compagna di sventura, angelo custode. Ed ognuna di queste accezioni esorbita sé stessa. Quello che so è che quando ho messo mano ai miei materiali, ai miei diari di bordo, ho capito che non volevo essere sola in nessun modo. Non nell’affrontare la malattia, non sul palco. In questo senso ecco le figure drammaturgiche per me preziose di Francesco Alberici, un drammaturgo attore come nel teatro di bottega appunto, che lavora molto sulla tensione narrativa, cosi come Nicola Borghesi, attento a selezionare e buttare una infinita quantità di materiali che potevano benissimo esserci, ma non erano efficaci abbastanza alla verifica on stage, senza tralasciare l’apporto di Enrico Baraldi che ha curato una estetica complessiva e tutto l’aspetto musicale, ecco per me sono stati modi altri di decantare l’esperienza. Tutto un po’ basato su quel rapporto di curatela reciproca di cui ti dicevo e su una solida stima professionale. Ciò mi ha permesso di non badare al fatto che potrà apparire curioso di aver scelto su una malattia così sessualmente connotata come la mia, una sorta di supervisione tutta maschile. A parte che non ho mai avuta tanta fiducia nel separatismo quale processo di lungo corso, tutto sommato questa cosa mi ha permesso di oggettivare ancor di più il mio dramma personale e renderlo una esperienza di tutti di cui semplicemente io sono l’esperta, ma non la depositaria assoluta. Sono una donna si, ma anche una attrice. Anche la malattia, il rimpianto, la Memoria, possono essere grandi cartine di tornasole identitarie. Se ci pensiamo bene la nostra identità si gioca sempre tra Essere e Fare. Talvolta anche Avere. E in questo caso è particolarmente vero che sia importante come dicono i compagni di GKN, avere buoni compagni di strada. Dobbiamo assolutamente trovare il modo di fare altre repliche di questo lavoro che ho voluto anche presentare come studio e dibattito aperto al pubblico prima del debutto alle Moline e farlo crescere ancora perché è importante questo farsi nella collettività. 

A coronamento di questo discorso dobbiamo dire qualcosa sulla opportunità che in generale le produzioni poi possano essere replicate e viste: ciò, infatti, è molto molto vero per il lavoro di Francesco Alberici dal curioso titolo, richiamo giocoso ad una infanzia invece forse grembo di lacerazioni future, Bidibibodibiboo, lavoro per cui Ermelinda contraccambia il favore e sta all’aiuto regia. Si tratta di una sorta di melanconico soft look back in anger 3.0, un lavoro di parola stratificato, denso, di circa due ore di durata, in cui si affrontano quasi a tenzone tra loro diversi temi, si tiene in tensione lo spettatore con qualche intermezzo interattivo e una situazione luci che non crea un buio totale in sala, tanto che alla replica secca al Dada di Castelfranco per circuito Ert, il pubblico si sente in diritto di bisbigliare, commentare e a un certo punto interagire direttamente con gli interpreti sul palco in modalità davvero poco canonica, creando un involontario siparietto spassoso. Chi scrive aveva avuto un brevissimo assaggio di circa venti minuti in forma di reading durante una delle iniziative culturali a sostegno di GKN in una casa del popolo nei pressi di Firenze, lo scorso anno.  

In quel caso tutta la serata aveva un po’ per tema il mal di lavoro in tutte le sue forme e naturalmente ci sta perché il cardine di questo spettacolo che ha l’ambizione di volersi collocare su un crinale di drammaturgia europea contemporanea è il mobbing con conseguente perdita del lavoro subiti dal fratello dell’autore protagonista. Ma naturalmente l’opera anche vincitrice di riconoscimenti e che proprio nel titolo si rifà ad una famosa opera di Cattelan, è molto altro ancora ed è forse anche una spietata autocoscienza dello status di lavoratore dell’arte, visto che lo stesso Alberici vinse nel 2021, un prestigioso Ubu in quanto attore performer under 35. In qualche modo questo è un lavoro a tratti molto divertente, a tratti dissacrante, più spesso molto amaro che segna la perdita dell’innocenza e il passaggio all’età adulta. Il tema familiare, in un abile gioco di doppi e proiezioni che non vogliamo troppo spoilerare si declina su una stessa attrice per due ruoli femminili e per il protagonista e nello stesso tempo deuteragonista, il fratello mobbizzato che sarebbe teoricamente il vero creativo di casa in tre incarnazioni differenti, creando un effetto neopirandelliano d’insieme. Certo, la macro-questione è quella della precarietà, dell’ipercompetizione e della ineluttabilità da realismo capitalista che per esempio gruppo Sotterraneo si gioca tutto su un versante distopico accelerazionista. Qui invece la provincia, il lessico familiare, la vita agra di per sé, lo scontro generazionale, l’ascensore sociale fermo al primo piano per guasto, il rimpianto, un certo lontano sentore cechoviano convergono a solleticare varie corde diverse nel pubblico e ognuno sa trovarci il suo momento della verità e la sua tensione emotiva. Io ho trovato estremamente toccante, vero e cattivo proprio la cote autoriflessivo sulla questione identitaria del mestiere culturale, proprio quel nucleo caldo e vibrante anche nel lavoro di Ermelinda di cui sopra. In questo caso la consapevolezza del proprio posizionamento non così esaltante nonostante l’apparente privilegio affiora come un iceberg durante il serrato confronto tra fratelli quando il maggiore, stavolta Alberici nella incarnazione di sé stesso, va fuori di testa quando l’altro arriva ad un passo dalla prima a negargli il consenso per la rappresentazione della sua storia. Il fratello svagato e mite che si è lasciato trascinare in ogni azione da quello proattivo e in realtà egocentrato, che ha subito forse un sacco di cose oltre al mobbing nella ditta, improvvisamente è cambiato e vuole affrontare una vita nuova chiudendo con il passato. Forse tutto quel dolore gli è stato veramente utile, mentre l’altro, l’artista sa di non essersi evoluto e di essere ancora più schiavo del fratello minore, dell’altrui approvazione e inscritto in un sistema ferocemente competitivo. Questa tra le tante possibili mi è sembrata la chiave di volta dello spettacolo, il momento “fool”, in cui il re diventa nudo e si svela la tragica natura del commediante. Grande dibattito tra il pubblico a fine spettacolo e questo è poi il portato di artisti, lavoratori artigiani dello spettacolo, nell’oggi: assumere la sfida di creare opere laboratorio aperte in cui conti molto il contributo del pubblico, che quando poi si trova nell’agora teatrale diventa almeno per quel tempo della scelta dello svolgersi di serata, una comunità pensante e comunicante. E alla fine questo conta e questo è Politica aldi là di ogni ragionevole amarezza e di ogni possibile smagliatura o imperfezione: a teatro siamo tutti fragili e belle opere di Kintsugi. E bisognerebbe accrescere accessibilità e possibilità distributive, queste potrebbero essere le prime piste di lotta.  

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