Immaginare l’impensabile. Perché oggi è cosi difficile dire welfare

di Silvia Napoli /
26 Aprile 2023 /

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Ci voleva una mostra documentaria, si, una di quelle cose un tantino di nicchia, non già perché particolarmente difficili o specialistiche, quanto perché non abbastanza glam, pittoresche o scandalistiche da attirare l’attenzione mediologica mainstream, quale quella che vive un secondo debutto dopo quello novembrino, in Manica lunga di Palazzo d’Accursio, per rinnovare una discussione e un focus su tematiche di ordine sociale ad ampio spettro.

La mostra come noto, si intitola programmaticamente Il Coraggio di Cambiare, ha già innestato diverse riflessioni, a livello locale e di senso più generale, anche rispetto alle criticità presenti, ripercorrendo poco più di un decennio, definito comunemente glorioso nel ricordo di chi ne fu appassionato artefice, in cui quantomeno in questi territori, si raggiunse una governance complessiva di alto livello rispetto ai processi di riorganizzazione decentrata di una serie di servizi alla persona e alla collettività.

La mostra, corredata da un agile libretto- catalogo, procede per due semplici macro sezioni individuate come Scuola e Salute, onnicomprensive di molti altri rimandi e non pretende di essere esaustiva o di trovare particolari indicazioni interpretative nuove, quanto di ritrovare percorsi, fili del discorso, che sembrano all’oggi di complessa identificazione. Già attraverso talks a coté della durata espositiva che si avranno anche per questa tranche in permanenza fino al 5 maggio, così come poi nella successiva ulteriore autunnale ripresa in Assemblea Legislativa Regionale, si sono evidenziati snodi di battimentali che hanno trovato ulteriore eco in articoli usciti in seguito. Articoli tesi ad interrogarsi sul presente e forse futuro delle lotte sociali, sui loro limiti e fallimenti e prospettive auspicabili, proprio alla luce di una valutazione di quei processi e delle loro matrici.

Non si tratta come ben comprenderete, di andare a ritrovare un’antica ricetta sparita o dimenticata, o di riprodurre in laboratorio una formulazione che fu di successo un po’ per kairos un po’ per buona volontà, ma di ripercorrere vicende storiche troppo spesso trascurate dagli storici stessi perché apparentemente presentano in maniera meno accentuata eclatanti momenti di discontinuità e di rottura politico-istituzionale o economico-produttiva rispetto ad altri. In altre parole, la Storia di quei pacchetti di misure che definiamo in qualche maniera previdenziali, si disloca prevalentemente come processualità ed abbisogna di strumentazioni analitiche molto diversificate e composite che attingono a status epistemologici molteplici.

In realtà momenti di innesco e di svolta topici si sono ampiamente verificati in questa vicenda che attraversa tante vicende, come ad esempio la famosa questione manicomiale e la conseguente legge impropriamente definita Basaglia. Il percorso che ha portato ad un mutamento di paradigma e costume tanto profondo da provocare la definitiva chiusura di una delle più concentrazionarie istituzioni totali, ha poi conseguentemente dato il là ad una serie di importantissime riforme e contribuito a creare indirettamente anche un servizio sanitario nazionale di cui colpevolmente l’Italia, in ritardo notevole rispetto agli altri paesi europei industrializzati, non si era ancora dotata.

 Dunque, una lotta di lunga lena, un processo conflittuale nutrito anche di diverse rivendicazioni di categoria da parte di operatori del settore e non semplicemente movimento di opinione, rivolta di anime belle, genialità visionaria, ultimo slancio umanistico di intellettuali, scienziati, addetti ai lavori.

Per quanto non sia affatto da sottovalutare, anzi, lo straordinario afflato anche giornalistico e massmediologico, oggi difficilmente immaginabile, in favore di una riforma dai risvolti che ben possiamo definire epocali: le molteplici strumentazioni ottiche di cui la Storia ci fornisce per poter avvicinare o vedere in prospettiva temi e problemi, possono anche farci vedere decenni irripetibili di conquiste sociali e risposte istituzionali come appunto anche il poco prima di una transizione verso un altrove tecnocratico a trazione iperliberista che, non si sostanzia più di forme di autoritarismo valoriale unificante, ma, al contrario induce e propaganda ibridazioni, commistioni, frammentazioni, liquidità.

In poche parole, se il termine servizio fino a qualche lustro fa, si correlava naturalmente all’aggettivazione “pubblico”, oggi siamo in una situazione quasi diametralmente opposta e per certi versi paradossale, essendo in qualche modo il servizio nelle sue multiformi accezioni, probabilmente il settore produttivo più trainante e legato eminentemente a varie forme di privato diffuso.

Ma facciamo un passo indietro e andiamo alle origini del discorso welfare, che viene comunemente fatto risalire in quanto corpus concettuale al famoso rapporto Beveridge, pubblicato in Gran Bretagna nel lontano 1942, ovvero a ridosso dei primi segnali di svolta della Seconda guerra mondiale, quando nei think tanks delle potenze occidentali si incominciava a prefigurare un nuovo assetto internazionale e si disegnavano le impalcature delle società nazionali del Futuro. Beveridge, economista liberale, ma attento alle dinamiche sociali, per incarico del Governo, si mise ad analizzare quali avrebbero potuto essere dalla culla alla bara, i sistemi di protezione contro i cinque grandi mali o fattori di rischio, diremmo noi, cui i casi della vita(ma anche le guerre, evidentemente, o altri fattori politico-ambientali)potevano esporre la popolazione, ovvero miseria, malattia, ignoranza, impoverimento e ozio. Si tracciava così un sentiero di previdenze volto a contrastare le conseguenze ed effetti collaterali di disoccupazione, invecchiamento, perdita improvvisa del Lavoro, magari a seguito di malattia o infortunio, costi di cura, ma indirettamente si ponevano le basi per altre forme di tutela, che possono riferirsi al diritto all’istruzione, ad un piano abitativo e di trasporti pubblici. La proposta basilare di Beveridge, di estendere e riunire le varie assicurazioni sociali in un’ampia assicurazione popolare, confluirono poi nel programma politico del governo laburista, che, superando il sistema assicurativo individuale, varò nel 1948, il primo National Health Service e organizzo da lì in avanti estesi programmi a carattere pianificato e statalizzato. Oggi che assistiamo agli accorati appelli di mature rock stars di fama internazionale in difesa del servizio sanitario inglese, saremmo tentati, dopo un primo attimo di sconcerto, quasi di compiacerci in una sorta di cinico “mal comune, mezzo gaudio”, oppure ancora, di consolarci con uno stanco: se Atene piange, Sparta non ride.  Senza peraltro cogliere un punto di riflessione sul quale ampiamente tornare, quale quello dei nessi potenti anche se poco evidenti ai più, tra le varie forme di prevenzione, o controllo sociale del Rischio e del Disagio e il compattarsi o smottare dei blocchi geopolitici unitamente allo scomporsi della mai abbastanza valutata Divisione internazionale del Lavoro.

Eppure, per fare un esempio, come ben sappiamo, il nostro Servizio Nazionale oltre ad essere molto più recente, perché di assai più tardivo avvio, come evidentemente la nostra democrazia repubblicana, rispetto agli assetti parlamentari degli stati europei, ha avuto caratteristiche peculiari e per un certo lasso di tempo anche modalità di innovazione in senso universalistico-amministrativo, specie in taluni territori, come questo, da cui siamo partiti per il nostro ragionamento. Eppure, ancora, siamo già anche noi agli alti lai e allo stracciarci le vesti a fronte dei tagli alla spesa pubblica in generale, in particolare a quelli rivolti verso la Sanità pubblica, particolarmente martirizzata dagli accadimenti pandemici e dai prevedibili strascichi di questi ultimi. Con il bel risultato di finire per ridurre il dibattito ad una difesa di sistema, più che di servizio, ad una incapacità di immaginare una diversa possibile organicità tra gli aspetti di organizzazione, quelli di connessione, quelli di governance epidemiologica e preventiva che essi stessi sono necessariamente, inevitabilmente dialettici a varie funzioni della cosa pubblica, quali implementazione, arricchimento, connotazione dei termini Salute e Cura, declinabili mai neutralmente rispetto ai generi, alle culture, alle generazioni, ai saperi stessi in materia. Tutto questo, comporta una messa in discussione di ciò che oggi chiamiamo nel qui e ora occidentale, Medicina e anche di tutte le propaggini organizzative in senso orizzontale e verticale che definiscono le varie connotazioni dipartimentali che la connotano e ne sono parte costituente. L’impressione complessiva che si ricava nel senso comune è che il servizio pubblico relativo alla Salute, contraddittoriamente alquanto, sia carente dal punto di vista “quantitativo” della risposta e nello stesso tempo, sia definito troppo prestazionale, delineando già cosi, una categoria estremamente ambigua, perché poi, per esempio, a parte i grandi numeri e, a dispetto dei dettami costituzionali, le prestazioni  nei fatti vengono erogate ai cittadini e non tutti lo sono: dovremmo dunque forse parlare di efficacia nell’unità di tempo, date le famigerate liste d’attesa e dovremmo parlare di cosa significhi coniugare effettivamente universalismo, in un sistema e una società iniqui per definizione, nonché connotati per genere e razza, la prestazione accogliente e orientata alla persona.

Perché, non neghiamolo, in un sistema che anziché mostrarsi solido, rassicurante ed efficace, ammicca alla liquidità di una finta, presunta orizzontalità, una notte in cui tutte le macule delle vacche, parafrasando il filosofo si uniformano, la prestazione è effettivamente ciò che persone disabilitate della loro propria voce in capitolo, della loro critica capacità di partecipazione ed incidenza sui processi, si aspetterebbero di trovare.

Salute, benessere, sistemi di welfare che non guardino esclusivamente alla loro propria burocratica soglia di sopravvivenza sono legati ad un altro concetto molto in voga come quello di partecipazione.

Salvo il fatto che la Partecipazione, sia nella pratica l’accettazione di un ampio fattore di rischio, che possa eventualmente mettere in discussione anche le più sofisticate operazioni di ingegneria sociale o design dei servizi.

Una partecipazione senza dissenso, non si dà quasi mai e la fragilità dei nostri attuali sistemi di protezione sociale, sembra avere una soglia di tolleranza molto bassa rispetto a fenomeni conflittuali e di disobbedienza.

La verità è che persino recenti illuminanti produzioni filmico documentaristiche, concepite sull’onda di una sacrosanta indignazione e tese a difendere il SSN (forse anche da se stesso?), lodevolissime per la loro capacità di scatenare comunque dibattito, non possono reggere l’onda d’urto di una narrazione che pone il problema della Salute Collettiva, su una ipotetica bilancia da Mercante di Venezia, dove su un piatto sta l’assistenzialismo e sull’altro una sorta di economicismo da strapazzo che non pone mai in gioco investimenti e formazione, lasciando intendere di non avere presa o interesse sul e per le proiezioni futuribili.

Ecco che qui giova reintrodurre il ragionamento di tipo storico, che ci aiuti a comprendere come una complessiva crisi dei paradigmi del consenso, una presunta liquidità e mobilità sociale, spesso tragicamente coatta, che niente ha a che vedere con gli impianti ascensoristici di un recente passato. la decadenza di qualità e pregnanza dei processi di decisione politica, poteri sovrannazionali incontrollabili alle forze parlamentari siano esse nazionali o federate, liberismo economico paradosso, globalizzazione merceologica e tecnologica, smottamenti dei blocchi di definizione e dipendenza geopolitica, tutto concorre a modificare fisionomie e prerogative degli interventi statuali.

Persino la più che legittima, in realtà doverosa attenzione all’accoglienza migratoria, ai processi di inserimento, inclusione, cittadinanza, ove ciò avviene, nei casi migliori, finisce per sancire ulteriori spurie classificazioni di settorialità di intervento, cosi, come le numerose e peraltro preziosissime ricerche sui cosiddetti determinanti sociali di salute finiscono per essere in questo contesto, ben al di fuori delle loro intenzionalità, un puro strumento tecnico correttivo di certe impostazioni aziendalistiche, piuttosto che pubblica rilevazione rivelazione, di un nesso strettissimo e multifattoriale tra politiche che, nel linguaggio dei padri fondatori, dovrebbero mettere al riparo dai casi della vita.

Quali casi della vita e per chi, sembra essere la grande domanda sottotraccia. Perché evidentemente, di ondate migratorie e di nuove soggettività che si affacciano alla scena pubblica, tutta la storia recente e molto meno ne è piena, dunque non solo la nuova nomenclatura di confini mobili e ridefinibili continuamente a seconda del movimento delle merci e dei conflitti imperiali, detta nuovi paradigmi, ma soprattutto la fine di una riconoscibile pregnanza e compattezza del termine Lavoro.

Quasi tutti dimenticano infatti, che le conquiste del cosiddetto defunto stato sociale, non hanno matrice semplicemente in una sorta di virtuosa applicazione di tecnica alla politica e viceversa, o in un rapporto stretto e virtuoso che pure almeno qui fu innegabile tra istituzioni politico amministrative e un cosiddetto basso, come territorio sociale di soggettività emergenti, ma anche in una puntuale vigilanza e contestazione su tutti i punti nodali di sicurezza e insicurezza in senso privatistico- individuale e contemporaneamente collettivo che scaturì a suo tempo da molteplici luoghi e aggregati di lavoro, in primis la fabbrica.

In un certo senso, non perché in assoluto le fabbriche non esistano più, ma perché il Lavoro viene narrato e valutato soprattutto in quanto” mercato del,” quel territorio, quello spazio di immaginario e cultura di classe, altro termine desueto, non ha trovato negli ultimi decenni, presidi, casematte, torrette di vigilanza. Il Mercato, che tutto sovradetermina, a partire dalla libertà di circolazione, certo maggiore per le merci di qualunque tipo, anche immorale ed indecente, piuttosto che delle opinioni e libero pensiero, non certo presenti o quantomeno non sempre, non di frequente sui social media, ha impostato una discussione aliena alle condizioni in cui questo lavoro si volge ed ai saperi e consapevolezze di criticità, che da esso scaturiscono.

Semplicemente ci si è dimenticati di raccontarlo, rappresentarlo, dirne i bisogni, le innovazioni, le regressioni, preferendo ricondurre il tutto ad una contrattualistica più o meno ricca, assicurativa, protettiva a seconda delle aziende. Per il resto, dimenticavamo, abbiamo solo start up, sulle quali il velo di Maja della genericità, dell’approssimazione e in definitiva dell’ignoranza statistico- conoscitiva è piuttosto spesso e avvolgente. Quasi intese come una sorta di panacea e toccasana agli andamenti depressivi dell’economia, con quel tanto di giovanile e ottimistico che l’idea di una partenza, un cominciamento in avvio, un’accensione, danno sempre. L’economia nonostante le sue stringenti logiche che sanno ben determinare dove inizia il privilegio dell’uno e finisce l’autonomia di un altro, è tuttavia, in molte delle sue espressioni immateriali di oggi, un regno di suggestioni, andamenti, percezioni, scommesse e rischi più o meno calcolati, non tanto il luogo delle produzioni socialmente utili, moralmente compatibili.

Per questo, l’enorme bagaglio di informazioni, speculazioni, dibattiti, proposte di legge, battaglie d’opinione, rivendicazioni, lotte, conoscenze pratico-statistiche, che vennero dalle fabbriche e da tutti i luoghi collettivi di lavoro nei decenni passati sia nei comparti di quelle che oggi chiameremmo cure primarie e nei dipartimenti di salute mentale, oggi sarebbe impensabile da cogliere e raccogliere e non sapremmo neppure più definire un luogo depositario per eccellenza di tutti questi saperi.

I famosi determinanti sociali oggi si pongono come tali, dando per scontato un pessimismo diffuso sulla capacità di questi di leggersi ed essere letti in quanto bisogni: bisogni cui le politiche e prassi amministrative democratiche slegate da un contesto di piano e programmazione e fortemente scisse tra ambiti e settorialità, con altrettanti problemi di riordino gerarchico- organico, di filiera delle competenze, di trasmissione generazionale di esperienze, difficilmente sanno rispondere.

Semplicemente, si fa per dire, perché mancando di riferimenti storico- identitari, non sanno leggersi come una politica complessa e complessiva che proprio per questo suo essere tale, sia in grado di gestire, incorniciare e risignificare anche tutte le più discutibili innovazioni tecnologico-tecnocratiche.

Una delle grosse scommesse di un possibile welfare del futuro, non sta tanto e non solo della capacità di massa critica di richiedere consistenti allocazioni di bilancio, quanto anche dal sapersi rendere flessibile ai repentini mutamenti demografici e nello stesso tempo, con propri investimenti non solo sull’esistente, ma anche sul futuro, determinare gli ambiti di intervento prioritari attraverso una diffusa opera di ricercazione collettiva e di consapevolezza.

Sistemi di dati e di lettura dei medesimi, cittadinanze diverse, mondo della politica, ambiti di intervento devono sapersi relazionare, fare rete, produrre conoscenze, saperi critici.

Tutto questo certamente non basterà, se esattamente, come per le condizioni climatico-ambientali, continueremo a trovarci davanti ad una situazione metaforicamente e talvolta non solo, potenzialmente tossica, come quella che determina un numero sempre più esiguo di lavoratori quantomeno regolarizzati, non certo giovani, a fronte di un paese invecchiato e in cui comunque pochi lavorano in una modalità che consente di pagare contributi a favore anche delle nuove generazioni.

Insomma, siamo ben lontani dalla famosa protezione dalla culla alla tomba di cui si fregiava il buon Beveridge e sembra oltretutto determinarsi una frattura insanabile tra le protezioni alla nascita e quelle in vecchiaia. Questo accade anche perché la diversa composizione demografica e la natura delle diverse famiglie di oggi rendono difficile anche il paradossale funzionamento di prassi di welfare scollegate o incoerenti alla elaborazione sui luoghi di lavoro. Essi stessi d’altro canto, così indefinibili, sempre meno collettivi sempre meno in relazione con una quotidianità condivisa. Ed ecco che si viene a parlare di intersezionalità, connessione e contiguità di diverse tipologie di lotte sociali, che oggi come allora necessitano di riferimenti e relazioni non solo ad un apparato di potere politico- economico, ma anche ad una pregnanza o meno del tema lavoro sulle menti e le esistenze dei più giovani.

Se nelle stesse file dell’alternativa e dall’antagonismo, troppo spesso si finisce per ridurre la politica dei bisogni e la loro lettura, ad una sfera nominalistica autoreferente, non riusciremo a ricomporre una sfera squisitamente politica e unitaria, lontana dai tecnicismi di varia natura, che abbracci tutte le questioni che rendono il welfare, una cosa realmente complessa e pervasiva,, tuttavia anche una gigantesca questione di ambito economico culturale che si nutre soprattutto di interventi e investimenti pubblici, per una ovvia funzione anche antidiscriminatoria e anti stigma che tutte le politiche pubbliche perseguono per costituzione.

In definitiva, dobbiamo dirci che welfare allora è molte cose, ben oltre quelle abitualmente riferite al lemma e che chiama in causa il tasso di democrazia di un paese e di implicita redistribuzione del reddito, financo arrivare alle politiche transnazionali che alimentano anche nelle manifestazioni più aberranti di accoglienza o rifiuto, nuove linee e

sottocategorie di intervento sociale. Il tutto beninteso in un quadro di stagnazione anche sulla ridefinizione e formazione delle professionalità e competenze interne e delle loro modalità di relazione e lavoro,( vedasi dibattito sui modelli di rete o equipe, sulle forme contrattualistiche, di privato sociale e più in generale di sussidiarietà, o addirittura, compensazione, accompagnamento, sostituzione dei servizi)

L’impossibilità o non volontà politica di pensare unitariamente le condizioni di vita e lavoro dei cittadini, delle soggettività, delle individualità, perché stretti in paradigmi gerarchici, patriarcali e razzializzati, rende impossibile come per le pecore elettriche di fantascientifica distopica memoria, che uno stato sogni se stesso come stato sociale, allo stato attuale delle cose.

Vedremo se l’onda lunga di grandi lotte di massa che pian piano stanno dilagando in Europa proprio sulla spinta dell’esigenza di avere supporto e sostegno in tutte le fasi e circostanze della vita, in una fase storica che tra guerre, crisi energetiche, pandemie e cataclismi rischia di restringere sempre più quell’idea di benessere diffuso, per quanto ingenua e consumistica fosse, alla base dei decenni gloriosi, unitamente  al fermento di dibattiti, discussioni e sperimentazioni per ora interno in maniera ora carsica, ora contraddittoria, ora conflittuale ora tutta in funzione riequilibrante, in seno alle accademie, ai think tanks, ai collettivi di attivisti, alle pratiche comunitarie di salute, in generale a tutte le forme di prossimità e coinvolgimento territoriale che non riguardano solo politici di mestiere ed operatori sociosanitari, ma anche cittadini attivi, familiari ed utenti portatori di interesse, sarà in grado di arginare e infine cambiare di segno ad un utilizzo dei saperi nuovi. Come, ad esempio, nel caso di neuroscienze, brevetti farmacologici, telemedicina, intelligenze artificiali ed algoritmi, raccolta e dialogo tra dati, tutte questioni che, sganciate da una consapevolezza critica dal basso, ben oltre e in superamento del le necessità economico-organiche, rischia di rendere impossibile questo ripensarsi del welfare come sistema di lettura-risposta ai bisogni vecchi e nuovi della popolazione che sono sempre interrelati tra loro.

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