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Gli effetti sulla salute di un’urbanizzazione senza criteri

Storicamente le città sono state costruite nei luoghi in cui la natura poteva meglio soddisfare i bisogni umani: vicino ai fiumi, su terre fertili, in aree dove le condizioni del clima risultavano particolarmente clementi. Purtroppo le città hanno dimenticato questa loro eredità e i grandi centri urbani hanno sviluppato nel tempo infrastrutture e processi di deterioramento dell’ambiente tali da mettere a repentaglio le condizioni di vita degli abitanti. Alcuni esempi? Quattordici delle città più popolate del mondo, tra cui Dhaka (Bangladesh), Karachi (Pakistan), Lagos (Nigeria), Kinshasa (Repubblica democratica del Congo) e Addis Abeba (Etiopia), non riescono a garantire la quota minima di cento litri di acqua potabile pro-capite al giorno necessaria per bere, cucinare e per l’igiene personale.

Nel novembre 2021 a Nuova Delhi tutte le scuole sono rimaste chiuse per più di una settimana a causa dell’inquinamento dell’aria. Negli ultimi cinque anni questo fenomeno ha fatto perdere agli studenti 26 giorni di scuola. Ma non è detto che queste misure tampone possano salvaguardare la salute delle giovani generazioni indiane. L’inquinamento dell’aria, lo sappiamo bene in Italia, è uno dei maggiori fattori di rischio per la popolazione, per carico di malattie. 

Sempre di più le aree urbane si scoprono anche esposte agli eventi estremi causati dal cambiamento climatico e dalla devastazione degli ecosistemi. Nelle città è aumentato il rischio di inondazioni (lo abbiamo visto a Sydney lo scorso luglio), di violenti temporali (sempre più frequenti in Europa), di incendi (basti pensare a quello che succede sempre più spesso in California). In Sudafrica, Città del Capo ha subito eventi di siccità estrema ricorrenti dal 2015 in poi. Negli ultimi decenni, i disastri causati dalle frane sono decuplicati nelle aree urbane che continuano a espandersi in modo scomposto a causa di processi di urbanizzazione non governati. 

Questi episodi distruggono ulteriormente l’ambiente e mettono a dura prova la salute dei cittadini, travolgendone in alcuni casi l’esistenza stessa. I residenti nelle città, un tempo alla ricerca di una vita di qualità, oggi devono cimentarsi con scenari tutt’altro che promettenti. 

Saranno parecchi milioni le persone nel mondo che entro il 2030 dovranno vedersela con le asprezze del cambiamento climatico, l’inquinamento, la scarsità di risorse. Il danno immobiliare è stimato in circa quattromila miliardi di dollari. Eppure le amministrazioni cittadine fanno molto poco per mitigare il rischio, garantire aria e acqua non avvelenate, cibo e condizioni di vita degne. Solo lo 0,3% delle infrastrutture urbane è dedicato a questo scopo.

Più di un decennio fa un gruppo di scienziati fissò un set di limiti bio-fisici globali entro cui l’umanità potesse operare in sicurezza: la biosfera, il cambiamento climatico, l’acqua, il consumo del suolo, l’acidificazione degli oceani, la riduzione dell’ozono, le “nuove entità” come i patogeni. Ma solo poche città prendono sul serio questi limiti planetari, con politiche atte a raggiungere gli obiettivi concordati dagli Accordi di Parigi. Ancora più esiguo è il numero di amministrazioni che si curano della biodiversità. Invece la rapida e non pianificata urbanizzazione, con il consumo di suolo e la cementificazione che comportano, procede senza soluzione di continuità: un incremento di due terzi dal 2000 al 2012.

Nicoletta Dentico è giornalista ed esperta di diritto alla salute. Già direttrice di Medici Senza Frontiere, dirige il programma di salute globale di Society for International Development

Questo articoo è stato pubblicato su Altreconomia il 1 ottobre 2022

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