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Il Mattarella bis salva il governo, ma la mina non è disinnescata

Senza la conferma di Sergio Mattarella al Quirinale il governo, di fatto, non esisterebbe più. Sarebbe agonizzante, guidato da un premier delegittimato dal muro opposto da molti parlamentari alla sua elezione e certo non solo per il desiderio di lasciarlo a palazzo Chigi, travolto dalle divisioni interne alla maggioranza e ai singoli partiti.

La disponibilità del presidente ad accettare un secondo mandato ha letteralmente salvato la situazione e restituito a Draghi buona parte della sua forza, però non tutta. Il messaggio lanciato dalle forze politiche con il rifiuto di avallare il suo trasloco sul Colle dice chiaramente che i partiti sono stanchi di essere trattati secondo lo stile, spesso citato nelle battute da Tansatlantico degli ultimi giorni, del marchese del Grillo.

I PARTITI, PERÒ, sono sì riusciti a impedire a Draghi di arrivare al Quirinale ma non a individuare un sostituto e dimostrare così la forza della politica. All’indomani della guerra del Colle, lo stato di salute del governo, e in particolare della presidenza del Consiglio, registra dunque elementi di segno opposto, ai quali presto si dovrà aggiungere la fortissima spinta centrifuga di una lunghissima campagna elettorale.

Senza contare il rischio, apertamente paventato da Di Maio, che le tensioni interne ai partiti esplose in questi giorni, e arrivate molto vicino al punto di non ritorno proprio nei 5S, si scarichino sul governo.

Volente o nolente Draghi dovrà dunque decidere come gestire i rapporti con i partiti che lo sostengono. La mina che rischia di esplodere è quella.

IL PRIMO MESSAGGIO inviato da palazzo Chigi, ancora prima che la rielezione di Mattarella fosse resa effettiva dal voto dei grandi elettori, è stato secco: «Nessun rimpasto all’ordine del giorno». Ci si può figurare quanto piacere faccia a Draghi l’idea di un cdm trasformato in tribuna elettorale permanente come si verificherebbe se ci entrassero i leader.

Ma il premier è abbastanza navigato per sapere che, con una maggioranza sbrindellata come questa, anche solo sfiorare una casella significa rischiare di far crollare tutto. Dunque lo farà solo se strettamente indispensabile.

Salvini, che probabilmente quando ha chiesto un colloquio con il premier ancora una mezza idea di rimpasto in mente l’aveva, si affretta a uniformarsi: «La Lega non chiede posti». Capitolo chiuso ma non è detto che nel corso dei prossimi mesi non si riapra.

SENZA DUBBIO, POI, Salvini sarà sfiorato nei prossimi mesi dalla tentazione di liberarsi dalle pastoie del governo in modo da avere le mani libere per fronteggiare l’impeto di Meloni che, dall’opposizione, ha gioco facilissimo.

Il leader della Lega esce però molto ridimensionato dalla disastrosa gestione dell’elezione presidenziale e l’ala pragmatica del suo partito, da Giorgetti ai governatori, difficilmente gli permetterà di rompere. Al contrario è stato proprio Giorgetti a caricare per primo, adombrando possibili dimissioni, con nel mirino non tanto Salvini quanto l’area a lui più vicina e più critica nei confronti del governo.

PIÙ CHE DALLA STESSA Lega, il pericolo viene dai 5S. L’ostilità di Conte per l’inquilino di palazzo Chigi è stata ampiamente confermata: nella partita del Quirinale il solo vero obiettivo del detronizzato è stato vendicarsi bloccando Draghi.

La guerra ormai senza quartiere con il «draghiano» Di Maio avrebbe portato l’ex premier a ipotizzare, in quest’ultima rovente settimana, un’uscita dalla maggioranza delle sue truppe, pur nella consapevolezza che Di Maio e i suoi parlamentari non lo seguirebbero. Significherebbe però arrivare a una rottura definitiva con il Pd e Conte non se lo può permettere, a maggior ragione dopo la pessima gestione della sfida quirinalizia.

È dunque probabile che la chimera dell’uscita dalla maggioranza resti tale ma la tentazione c’è e in caso di conflitto con il governo, come con la riforma Cartabia, potrebbe imporsi.

IN QUESTA CORNICE da palazzo Chigi è filtrata una seconda voce, dopo il no al rimpasto: l’intenzione di Draghi di mettere fine ai «compromessi» con i partiti, insomma di sottrarsi alle mediazioni nelle quali peraltro non si può dire che il suo governo indulga.

Significherebbe la scelta di provare a difendere il governo dai tempestosi venti elettorali e da una battaglia tra partiti che, soprattutto dopo giugno, rischia di paralizzare tutto sottraendolo ancora di più ai condizionamenti della maggioranza. Strada forse obbligata ma certo pericolosa.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 30 gennaio 2022

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