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Draghi al Quirinale, una “inopportunità”

Esattamente un anno fa, il Presidente Mattarella, nel prendere atto che il Governo Conte2 non aveva più la maggioranza in Parlamento, fece un appello alle forze politiche affinché conferissero la fiducia a un nuovo esecutivo “di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica”. Parole – più che drammatiche nel tono – intrinsecamente pericolose, perché di fatto imponevano al Parlamento di astenersi dall’esprimere alcuna linea politica. Non solo si voleva che sostenessero il Governo partiti i cui elettori al momento del voto mai avrebbero approvato quella coalizione, ma si impediva loro addirittura di definire ex ante qualche minimo comun denominatore.

La formula istituzionale – probabilmente inedita per la crudezza di termini – era attribuita alla natura di altissima complessità ma puramente “tecnica” (e dunque a-politica) delle decisioni da prendere nel prosieguo della legislatura per la riorganizzazione del piano vaccinale e, soprattutto, il completamento del PNRR e la sua implementazione. L’incarico (non negoziabile), come è noto, è stato affidato a Mario Draghi, considerato “riserva della Repubblica” in virtù di ineguagliabili competenze, entrature internazionali e autorevolezza nella Unione europea.

Personalmente ho alcuni dubbi sul fatto che Mario Draghi fosse davvero l’Uomo della Provvidenza e che Giuseppe Conte non sarebbe stato in grado di portare a termine il lavoro efficacemente intrapreso. Tuttavia, in ogni caso, oggi l’ascesa di Draghi al Colle comporterebbe una nuova interruzione di quel lavoro, l’incarico a un nuovo Presidente del Consiglio, per definizione di statura inferiore a quello attuale, e probabilmente l’implosione della maggioranza. A differenza di un anno addietro, pertanto, oggi la presenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi mi sembra assolutamente indispensabile perché l’unica in grado di garantire continuità. E peraltro proprio le sue riconosciute caratteristiche saranno particolarmente utili per le prevedibili dure negoziazioni con l’Unione europea.

Alcuni politici di primo piano, al contrario, sostengono che i problemi sarebbero superabili grazie al fatto che Draghi si impegnerebbe sia ad affidare l’incarico a un suo successore tecnico adeguato (circolano i nomi dei Ministri Franco e Colao) sia, soprattutto, a continuare a svolgere un ruolo fattivo anche dal Colle. Qui il cortocircuito istituzionale diventa gravissimo: un banchiere, mai sottoposto, né in passato né nel futuro, al voto degli elettori, per ben sette anni avrebbe il controllo assoluto sulle massime istituzioni del paese, facendo venir meno nei fatti la garanzia costituita dai pesi e contrappesi previsti dalla Carta costituzionale, che sono caratteristici delle democrazie liberali.

E perché allora, ci si può chiedere, le gravi controindicazioni non hanno fatto accantonare l’ipotesi della Presidenza della Repubblica di Draghi? Io ritengo che così come la inopportuna autocandidatura di Silvio Berlusconi ha fatto sprecare tempo e risorse preziose, anche quella di Mario Draghi stia tenendo in stallo i partiti, dilaniati dal dilemma se sia per loro più dannoso aprirgli le porte del Colle, oppure rischiare che il dispetto per la mancata elezione gli faccia rassegnare immediate dimissioni, provocando la inevitabile fine della legislatura. A mio parere, una personalità di elevata statura morale, che sia davvero degna di aspirare alla Presidenza della Repubblica, sarebbe interessata al bene del paese prima e più che a soddisfare la propria ambizione e dunque, adesso, finalmente – anziché organizzare consultazioni in proprio come sta avvenendo in queste ore – con una dichiarazione pubblica si farebbe da parte, garantendo la piena disponibilità a proseguire il mandato da Presidente del Consiglio dei Ministri affidatogli dal Presidente Mattarella per salvare il Paese. Così sono i veri Servitori dello Stato.

Questo articolo è stato pubblicato su MicroMega il 25 gennaio 2022

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