Skip to content

Come si è arrivati allo sciopero generale

Oltre al mancato dialogo sulla riforma dell’Irpef i sindacati lamentano l’atteggiamento del governo poco attento alla realtà del paese. Landini: “La politica non coglie la condizione sociale”. Tra i casi emblematici l’attacco al Reddito di cittadinanza, la bocciatura del contributo di solidarietà sulle bollette, la rimozione di qualsiasi vincolo di reddito per il superbonus. E Bonomi (Confindustria) si dice “rattristato“.

Ormai ci siamo, il 16 dicembre è il giorno dello sciopero generale. Non accadeva dal 2014 quando si incrociarono le braccia contro il jobs act del governo Renzi. Come sette anni fa alla mobilitazione non aderisce la Cisl ritenendo che lo sciopero “distrugga il dialogo sociale”. L’iniziativa di Cgil e Uil, annunciata lo scorso 6 dicembre, è stata accolta con una certa sorpresa dal governo e dal presidente del Consiglio Mario Draghi. Non solo, anche il segretario del Pd Enrico Letta si è detto “sorpreso dall’annuncio”. Secondo Matteo Salvini “la Cgil è irresponsabile e blocca il paese”. Dopo la decisione di andare allo sciopero generale “abbiamo ricevuto attacchi molto violenti, ringrazio chi ci è stato vicino condividendo le nostre scelte ed esprimendo solidarietà. La riflessione è su come in questo Paese esercitare un diritto costituzionale diventa un’arma pericolosa, una cosa che spacca il Paese. Permetteteci di esercitare un diritto costituzionale, di andare in piazza e pagarci quella giornata” di lavoro persa, ha detto ieri il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri. L’impatto dello sciopero è stato annacquato dai paletti imposti dall’Autorità di garanzia sul diritto di sciopero che lo scorso 9 dicembre ha disposto l’esclusione di alcuni settori tra cui le Poste, poi recepita dai due sindacati.

Cgil e Uil sindacati hanno ufficialmente indetto lo sciopero poiché la “legge di bilancio e i provvedimenti messi in campo non danno risposte sufficienti” a lavoratori e pensionati, soprattutto quelli con i redditi più modesti. Eppure, sostiene chi contraddice la scelta dei sindacati, la misura è espansiva. Di 8 miliardi stanziati per il taglio delle tasse 7 miliardi vanno a vantaggio dei lavoratori sotto forma di rimodulazione delle aliquote Irpef, un altro miliardo ai lavoratori autonomi. Una suddivisione inizialmente non scontata. Se però si alza lo sguardo dalle tabelle della legge di bilancio i motivi per scioperare esistono eccome. Come ha spiegato il leader della Cgil Maurizio Landini la maggioranza e il sistema dei partiti “non si stanno rendendo conto, e lo dico con giustificato motivo, di quella che è la reale situazione sociale delle persone nel nostro Paese. Oltre al merito della manovra di bilancio la protesta dei sindacati è stata innescata dal metodo utilizzato dal governo che sulla riforma fiscale si sarebbe presentato ai sindacati a cose ormai fatte e senza una preventiva consultazione. In questo Landini ha comunque più volte rimarcato un distinguo tra l’atteggiamento del capo del governo Draghi “che almeno ci ha ascoltati” e quello del resto del governo e delle forze di maggioranza.

Come ha spiegato dettagliatamente ilFattoquotidiano.it, così come ora concepita la riforma del fisco fa poco per le fasce meno abbienti della popolazione concentrando invece i maggiori benefici su chi ha già stipendi medio-alti. Ricordando un paio di dati: il reddito medio in Italia è di soli 21.660 euro lordi l’anno. Anche perché, come ha recentemente rimarcato l’Ocse, gli stipendi italiani sono oggi più bassi del 2,9% rispetto a 30 anni fa, unico paese tra quelli dell’Unione europea contraddistinto da un segno meno. Da segnalare sul tema la nuova posizione del presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Le imprese italiane hanno ricevuto sussidi in varia forma per un totale di 115 miliardi di euro negli ultimi anni, altri 35 miliardi arriveranno grazie al Pnrr.

Il capo degli industriali, che si batte però contro il “Sussidistan”, ha sinora sostenuto che eventuali aumenti in busta paga concordati in sede di rinnovo dei contratti collettivi si sarebbero potuti giustificare solo in relazione all’andamento dell’inflazione (in particolare quella cosiddetta “programmata”, fissata annualmente dal governo e regolarmente più bassa di quella ufficiale). Ora che l’inflazione è tornata Bonomi afferma però che è “strumentale usare l’ inflazione per chiedere aumenti dei salari”, spiegando che i lavoratori sono già stati messi “in sicurezza” di fronte all’aumento dei prezzi con gli ultimi rinnovi. Dopo aver bollato come “ideologicamente anti impresa” l’ipotesi di una legge contro le aziende che ricevono aiuti pubblici e poi spostano le produzioni all’estero, il presidente di Confindustria ha tenuto a far sapere che questo sciopero generale “lo rattrista molto”.

Più in generale Cgil e Uil lamentano un atteggiamento del governo scarsamente incline a logiche solidaristiche e all’equità. Non a caso lo slogan sotto cui viene indetto lo sciopero è “Insieme per la giustizia“. Valga l’esempio del fuoco di fila contro il reddito di cittadinanza o, in senso opposto, la rimozione di qualsiasi vincolo di reddito per beneficiare del bonus 110% per le ristrutturazione di villette e palazzine. Un caso particolarmente emblematico, la feroce opposizione al timido tentativo del presidente del Consiglio di introdurre un criterio di solidarietà nella gestione dei rincari delle bollette di luce e gas. Draghi non aveva proposto nessun aggravio, né tantomeno “patrimoniali” ma semplicemente l’idea di rimandare di un anno la riduzione delle tasse per i redditi sopra i 75mila euro. I soldi risparmiati, circa 300 milioni di euro, avrebbero contribuito ad alleviare. La misura è stata impallinata nel giro di poche ore dai Renziani di Italia Viva che hanno fatto fronte comune con la Lega e Forza Italia. I soldi per le bollette sono stati poi reperiti in altro modo, sottraendoli ad altre voci di spesa. Il contributo proposto da Draghi era modesto ma il principio sottendeva la logica secondo cui chi sta meglio aiuta chi sta peggio, approccio risultato indigesto a Matteo Renzi e soci.

Spi Cgil Lombardia, ossia il gruppo che riunisce i pensionati del sindacato, richiama l’attenzione anche sulle prospettive previdenziali he dei lavoratori più giovani e sugli stanziamenti insufficienti per la sanità pubblica, alle prese con la gestione della pandemia. L’Ocse ha calcolato che chi inizia a lavorare oggi in Italia non potrà andare in pensione prima dei 71 anni di età, a causa dell’invecchiamento della popolazione ma anche per il meccanismo usato in Italia che collega l’età del ritiro alle aspettative di vita. Altro tema oggetto di preoccupazione è il progressivo aumento della precarietà, fenomeno evidenziato da tutte le ultime rilevazioni sul mercato del lavoro dove i posti aumentano ma sono sempre più a termine. Da segnalare l’adesione allo sciopero dei ciclo fattorini di Just Eat. I riders minacciano anche un “bis” alla vigilia di Natale se l’aziende non dovesse accogliere le loro richieste che riguardano soprattutto la sicurezza sul lavoro.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 15 dicembre 2021

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.

Articoli correlati