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Un sondaggio rivela la voragine tra società e politica

Mentre Enrico Letta, a margine del summit del G20, riceveva i leader riformisti di un fantomatico nuovo «Ulivo mondiale», il «G20 della sinistra» è parso tanto ininfluente quanto confuso. Incapace di guardare il mondo e guardarsi dentro.

Partiti progressisti e sinistre, ovunque in cerca di identità, procedono a tentoni. Inabili di farsi una ragione della piega che hanno preso le vicende del pianeta, convulsamente oscillanti tra desuete certezze e nuovi «bisogni» che non sanno interpretare.

Eppure, a supporto del mini-summit di Roma, era stato commissionato uno studio, un’indagine svolta dall’agenzia di sondaggi YouGov in collaborazione con il network Global Progress, effettuata su venti paesi e su un campione di ventiduemila persone. E nella ricerca c’è molto su cui riflettere, chissà se la sinistra nostrana (tutta) vorrà farlo.

In Italia, solo il 31% degli intervistati pensa che il Paese «stia andando nella direzione giusta» (più di francesi, olandesi, inglesi e americani) e «solo» il 48% ritiene che stia andando nella direzione sbagliata. Noi, però, siamo tra quelli che ritengono che quando le cose cambiano sia per il peggio (il 48%, come i polacchi, più di tutti gli altri).

Alla domanda «nei prossimi dieci anni, cosa sarà peggio?», gli italiani mettono al primo posto, la situazione abitativa (69%) e le disuguaglianze economiche (66%). Nessun altro pone la questione dell’equità in cima ai suoi pensieri, a parte i portoghesi (67%), i cechi (61%), i francesi e gli spagnoli (59%) e i brasiliani (57%). Tra ciò che gli italiani più lamentano, c’è, in testa, la possibilità di «influenzare le scelte di chi governa», oltre alla disuguaglianza (come francesi, inglesi, cechi e indonesiani). Cosicché, la «qualità della vita», alla fine, risulta la questione che più preme agli italiani, più della «prosperità» o della criminalità.

Quando si parla di «salute dell’economia», gli italiani in maggioranza ritengono che sia la capacità di offrire un’occupazione che sia ben retribuita per tutti più che il livello della crescita. Ed è la famiglia e il crescere i propri figli che gli italiani valutano come il contributo più importante che possono portare alla società (più della partecipazione politica o del lavoro volontario). Sono la chiusura, la paura di vedere infranto il sogno del benessere e la sfiducia nel futuro che si manifestano, peraltro, nell’atteggiamento nei confronti dell’immigrazione. Più di ogni altro Paese, infatti, noi riteniamo che gli attuali livelli di immigrazione siano troppo alti (64%), che le «regole» devono essere più «chiare» e che gli immigrati devono più chiaramente sottoscriverle.

Certo, gli italiani sono sensibili ai temi dell’ambiente, meno di spagnoli e olandesi e più degli altri, ma solo il 66% di loro è in favore del green pass vaccinale (meno di neozelandesi, australiani, spagnoli, portoghesi e inglesi e appena più degli altri europei).

E siamo i più «isolazionisti» al mondo: soltanto il 31% – la quota di gran lunga più bassa di tutti, americani inclusi – ritiene sia importante un’alleanza forte con le altre democrazie. E solo il 49% ritiene che sia importante «vigilare per difendere la democrazia».

Del resto, negli ultimi anni tutti i sondaggi dei nostri istituti di ricerca hanno evidenziato come, nonostante la maggioranza degli italiani non abbia dubbi che la democrazia sia preferibile a qualsiasi altra forma di governo, è però alta anche la percentuale di quanti ritengono che essa può funzionare anche senza partiti (soprattutto tra i giovani e i giovani adulti). I partiti trovano l’approvazione di solo il 10% o meno della popolazione e più della metà di questa ritiene che il Paese debba essere guidato da un leader «forte».

Peraltro, la sempre minore partecipazione elettorale è un chiaro segno della disaffezione verso la democrazia e i partiti. Alle ultime elezioni ha votato un italiano su due. Il trend dell’affluenza alle elezioni politiche è stato negli ultimi decenni in costante declino. Ma ai nostri leader della sinistra, di governo e di opposizione, sembra bastare che solo una parte della società li segua, come dimostra il gaudio per i risultati elettorali recenti, nonostante l’alto astensionismo (non un voto in più, ma basta avere la maggioranza).

Con i dati visti sopra, invece, si dovrebbe ascoltare il Paese, non tirare diritto con chi ti viene dietro.

Il Paese smarrito, che sente sul proprio corpo il peso delle disuguaglianze, acuite dalla pandemia, che non si riconosce nella politica, che confusamente chiede un governo che agisca in modo equo, è sempre più lontano, perché non si sente rappresentato.

Ma la sinistra dove guarda? Cieca, non riesce ad allargare i suoi orizzonti, accontentandosi dei suoi «due terzi». Non riusciamo più a tenere insieme una società diseguale e divisa, e, ciò nonostante, la sinistra si è adattata all’idea che basta il sostegno di una parte e se qualcuno resta escluso, tant’è, anche se è tra quelli che andrebbero protetti. Peccato che doveva essere la sinistra a fare degli esclusi «i protagonisti della storia».

Nel buio di questa nuova epoca, resteranno i dannati della terra.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 4 novembre 2021

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