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I patti educativi che sostengono la rigenerazione culturale dei territori

Tutto è nato dalla difesa di un campetto di calcio nella grande piazza della Magione, a Palermo, dove Giovanni Falcone e Paolo Borsellino giocavano da ragazzini. È intorno a quel rettangolo di gioco in cui si svolse per protesta una mitica partita infinita, durata 24 ore, che si sono cominciate ad aggregare alcune associazioni nel Patto educativo Stazione-Magione-Kalsa. Durante la pandemia, insieme alla parrocchia e a due scuole dirette da due donne intelligenti e intraprendenti, sono stati raccolti fondi per garantire l’essenziale distribuzione alimentare a famiglie in povertà assoluta e per distribuire subito tablet per la dad, senza attendere l’arrivo dei fondi dal ministero.

A dare una mano c’è stato anche l’impegno del presidente della circoscrizione, che ha promosso dei “consigli di strada”, che spesso si svolgono proprio a piazza Magione, di fronte alla scuola che porta il nome di Rita Borsellino.

La biblioteca Booq, che si autodefinisce bibliofficina e luogo di tutte le ipotesi, è un altro spazio di aggregazione per gli abitanti del quartiere della Kalsa. Insieme a diverse organizzazioni del terzo settore, ha stabilito un rapporto organico con due istituti comprensivi e insieme progettano e promuovono iniziative di rigenerazione urbana.

Dodici comuni dell’entroterra ferrarese hanno dato vita a un tavolo interistituzionale insieme a diverse associazioni e a tredici istituti scolastici per progettare azioni preventive contro la dispersione scolastica e promuovere momenti di orientamento, scambiando informazioni e stabilendo collegamenti con diverse realtà produttive del territorio.

A Teramo l’Istituto internazionale del Teatro mediterraneo ha dato vita a un’orchestra intergenerazionale che produce e propone arte in una vasta area interna dell’Abruzzo, colpita dal terremoto. Ricerca di tradizioni culturali, letture ad alta voce e promozione di laboratori ed eventi artistici: intorno alla musica diverse associazioni stanno creando forme di aggregazione comunitaria che coinvolgono diversi istituti comprensivi, con cui progettano ricerche intorno alle radici culturali della regione.

A Moncalieri, nella cintura torinese, le associazioni riunite nella cooperativa Educazione progetto sperimentano e promuovono diverse forme di aggregazione giovanile, in collegamento con le periferie di altre città. Il nome che hanno voluto dare alla loro proposta è “Storie cucite a mano”.

Scoperte inaspettate
La cura e il tempo lungo necessario all’arte del rammendo evocano un’altra tessitura, quella tra diversi segmenti della società, fondamentale nei territori più deprivati, a cui stanno dando concretezza realizzando luoghi comunitari di aggregazione che riuniscano ragazze e ragazzi delle provenienze più diverse.

Ascolto le storie di queste esperienze narrate a distanza in un incontro promosso tra gli altri dal Forum disuguaglianze diversità, e mi domando cosa abbiano in comune questi tentativi di aggregazioni comunitarie intorno al tema dell’educare.

Poi mi capita, in un incontro promosso dalla rete di reti Educazioni, che riunisce più di quattrocento realtà presenti nei più diversi territori, di ascoltare le parole di Marco, un ragazzo di 14 anni di Imperia. È impegnato con la sua scuola nel progetto promosso in sette regioni dall’Unicef e dall’Arci ragazzi, chiamato “Lost in education”. Marco racconta del lungo lavoro realizzato in gruppo nel territorio della sua scuola media, poco prima della pandemia. Si trattava di comporre una “mappa della comunità educante”, valendosi delle capacità di ciascuno. Chi sapeva scrivere, chi fare interviste, chi organizzare le informazioni raccolte in grafici. “Un nostro compagno disabile, per esempio, disegnava benissimo e ci ha aiutato molto. Abbiamo fatto scoperte inaspettate e al termine del lavoro tutti conoscevamo molto meglio il territorio dove vivevamo, ma anche le qualità che possedeva ciascuno di noi, componenti della nostra piccola comunità multietnica”.

La sorpresa, per le educatrici e gli educatori che hanno promosso il progetto, è stata che in quella mappa delle opportunità educative offerte dal territorio, ragazze e ragazzi avevano messo anche due bar, un centro commerciale, la spiaggia e il lungomare, luoghi d’incontro dove si ritrovano, che per loro avevano evidentemente un valore educativo che sfuggiva agli adulti. Marco ha concluso il suo intervento affermando che questo lavoro “ha permesso un confronto in cui ognuno poteva essere chi era veramente”. Una frase che dovrebbe dare parecchio da pensare a chi ha la pretesa di educare, senza accorgersi che spesso lavora in contesti che ostacolano sincerità e autenticità.

Un pronto soccorso culturale
Il nome che circola con sempre maggiore insistenza per indicare queste forme di aggregazione e partecipazione comunitaria è quello di Patti educativi di comunità. Quando ha cominciato a comparire in alcune circolari e bandi promossi dal ministro dell’istruzione, ha sollevato perplessità in chi teme che la scuola sia messa al margine.

Il problema è che se nasci in una famiglia deprivata socialmente o culturalmente, se non riesci ad aprirti un varco per individuare il cammino per una crescita autonoma, è assai difficile uscire da una nicchia antropologica spesso asfissiante, che chiude gli orizzonti.

Sappiamo bene che il tempo della pandemia ha accentuato in modo impressionante disparità e discriminazioni, moltiplicando sofferenze e insofferenze nelle bambine e nei bambini e ancora di più tra gli adolescenti. Chi prova seriamente ad affrontare le inadeguatezze del nostro sistema d’istruzione, molto diversificato al suo interno, deve fare i conti con il fatto che la scuola, in troppi luoghi, non riesce da sola ad assicurare “pari dignità”, “rimozione di ostacoli” e tantomeno il “pieno sviluppo della persona umana”: le tre condizioni di uguaglianza, indicate nell’articolo 3 della nostra costituzione.

Permettere a tutte e tutti di raggiungere un “pieno sviluppo della persona” è ancora un’utopia, ma nel cercare di assicurare il massimo sviluppo possibile a ciascun cittadino sta il senso e la sostanza della democrazia, nata per affrancarci dal tempo in cui se nascevi re facevi il re e se nascevi schiavo restavi schiavo tutta la vita.

“Altro che medici o ingegneri”, diceva don Lorenzo Milani ai figli dei montanari analfabeti a cui faceva scuola. “Tentiamo di educare i ragazzi a maggiore ambizione: diventare sovrani!”.

Nel nostro paese, oggi, se sei figlio di genitori non diplomati in due casi su tre non ti diplomerai. E dunque è evidente quanto il percorso di vita e di lavoro per troppi sia ancora segnato indelebilmente dalla provenienza familiare.

Ci sono due strade per emanciparsi da questa costrizione originaria e non cadere nel grande calderone dove galleggiano i tre milioni di giovani sotto i 34 anni che non lavorano non studiano: la scuola e la città.

La prolungata chiusura delle scuole ha reso evidente a tutti quanto sia importante e decisivo curare la rete di relazioni solidali che possono aiutare chi è più fragile nei quartieri più poveri. E dai margini, dalle periferie, talvolta le cose si vedono meglio e si possono individuare prospettive intorno a cui lavorare. È in questi luoghi, infatti, che negli ultimi anni si stanno sviluppando Patti educativi di comunità che, attraverso le modalità più diverse, coordinano e attivano energie tese a una rigenerazione culturale dei territori.

Anni fa Felice Pignataro, animatore del Gridas a Napoli, parlava dei suoi murales attorno a cui ha saputo sviluppare molteplici azioni corali, come di un necessario pronto soccorso culturale.

Un piccolo passo verso un grande disegno
Per comprendere meglio la necessità di questi patti educativi territoriali facciamo un passo indietro di mezzo secolo. L’apertura delle scuole a bambine e bambini con disabilità è stata possibile grazie ad alleanze inedite.

Quella rivoluzione pedagogica, in cui il nostro paese fu primo in Europa, nacque da una convergenza tra forti spinte dal basso e una capacità politica di scrivere e approvare leggi profondamente innovative, come la 517 del 1977.

Non si chiamavano allora patti educativi, ma non sarebbe stato possibile attivare nessun processo d’integrazione di ragazze e ragazzi portatori di disabilità senza una convinta e tenace tessitura collettiva, che coinvolse e continua a coinvolgere diverse istituzioni e associazioni.

Andrea Canevaro, il più acuto e sensibile studioso e promotore dell’integrazione, in un’intervista del 2004 affermava:

Il lungo processo che ha portato all’integrazione scolastica è nato da situazioni singole e piccole in cui il passo concreto era più importante del grande disegno. Il grande disegno è venuto dopo. Ma quando è venuto c’erano già molti elementi di concretezza. Il bello di quel momento è che si sono messe in moto, contemporaneamente, tutte le componenti di quella che chiamiamo società civile, che voleva dire una gran quantità di figure professionali e ruoli sociali. Si andava dall’assessore del piccolo comune, al familiare, al parroco; si sono messi tutti a cercare di uscire da una situazione di dolore, di disagio, non funzionale. (…)

Oggi si parla di progetto di vita. In passato le vite delle persone disabili potevano giocarsi su due caselle soltanto, si poteva pensare che uno nascesse in una famiglia e poi andasse in istituto. Con due caselle avevi già descritto tutto. Adesso sono molte le caselle che si percorrono: molti incroci con molti incontri, che sono quel che sono e possono essere positivi o negativi, come nelle nostre vite. Noi abbiamo molti semafori, molti incroci, autostrade, sentieri, strade sterrate, tutto quello che c’è in un territorio umano, che è un percorso di vita. (…) A distanza di anni abbiamo visto il positivo dell’integrazione, anche se ha ancora criteri di invisibilità, per cui dove funziona bene non se ne parla. Se ne parla invece dove non funziona. Si rischia allora di sentire parlare più spesso di danni, servizi mancanti… mentre in tutte le alte situazioni si sta zitti e si lavora.

Come spesso capita in educazione, quando ci si occupa dei più fragili si scoprono percorsi e soluzioni valide e importanti per tutti. Ma certe volte si ha bisogno di guardare le cose da altri punti di vista. Ovide Decroly, Maria Montessori e Janus Korjak erano medici e si occupavano di bambini disabili o in situazioni di grave difficoltà, e hanno rivoluzionato la pedagogia del novecento.

Ragionando sulla situazione delicata che stiamo attraversando, credo dovremmo porre una particolare attenzione alla relazione tra educazione e cura, stando molto attenti, naturalmente, a non indicare come patologica ogni deviazione da percorsi prestabiliti.

Va affinata infatti la capacità di prendersi cura di tutte le fragilità, da quelle dei singoli alunni e alunne alle fragilità di territori in cui la crisi sta ulteriormente sfilacciando il tessuto sociale e le convivenze rischiano di diventare sempre più difficili.

La città e il suo contrario
Renzo Piano, in un’intervista raccolta da Cooperazione educativa qualche tempo fa, ci disse che il contrario della città non è la campagna, ma il deserto.

Sappiamo bene che ci sono quartieri e aree interne in cui la città non è più città per la desertificazione che avanza. Ora nel deserto è difficile individuare il proprio percorso di vita trovando stimoli che rivelino i propri talenti. E la scuola è proprio in questi territori che fa maggiore fatica ad andare controcorrente rispetto alla società che la circonda, promuovendo comunità e cultura e facendosi piazza viva e vivace dove piazza non c’è.

Per questo non deve certo rinunciare alla sua collocazione di luogo educativo privilegiato, capace di proporre un’educazione formale ricercando i modi più efficaci per fornire a tutte e tutti strumenti e conoscenze essenziali e imprescindibili, insieme alla capacità di ragionare in proprio e sperimentarsi nel dialogo e nell’ascolto reciproco, che sono il fondamento di ogni allenamento democratico.

Ma la scuola, per realizzare tutto ciò e arricchire la sua didattica, ha bisogno di aprirsi alle più diverse collaborazioni. Ragazze e ragazzi devono avere la possibilità di percorrere ed esplorare strade diverse, perché le caselle di cui parla Canevaro, per chi deve fare i conti con il deserto culturale, rischiano di ridursi a tre: casa, scuola e spazi inerti dove si atterra una volta terminati gli studi, che ai più poveri di cultura offrono spesso conoscenze e competenze insufficienti, che peggiorano ulteriormente quando si abbandona la scuola prima di terminarla, come avviene in troppi luoghi a un terzo degli studenti.

Rigenerare culturalmente un territorio è opera insieme politica ed educativa, in cui investire e connettere tutte le energie disponibili perché i più giovani abbiano il diritto di capire un po’ meglio chi sono e scoprire le proprie inclinazioni.

Ma per nascere a se stessi si devono creare contesti che non siano nemici, capaci di arricchire l’immaginario e individuare poco a poco il proprio progetto di vita. Per avere strumenti adeguati a comprendere il mondo che ci circonda e gli altri c’è bisogno tanto di una scuola viva che di altri luoghi di esperienza promossi dal civismo educativo, dal volontariato e da organizzazioni del terzo settore, che spesso vivono di progetti collegati alle scuole. C’è bisogno di fare incontrare e dialogare le diverse istituzioni presenti e chiamare le assenti, dalle Asl agli enti locali. E c’è bisogno, soprattutto, che qualcuno si assuma la responsabilità di chiamare a collaborare i soggetti più vari, sperimentando forme di co-progettazione per le quali servono tempo, tenacia e una straordinaria costanza, perché mettere insieme ruoli e visioni diversi comporta grande fatica e pazienza, volontà e una buona dose di convinzione e capacità d’insistenza.

Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale il 25 ottobre 2021

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