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Trasporti, arte e risanamento urbano: riscattiamo la bellezza perduta di Napoli

Lettera del direttore del Museo e del Parco di Capodimonte ai candidati sindaci: “Città degradata e senza regole, ma si può cambiare. L’Italia è una gerontocrazia che sacrifica i giovani

Caro direttore, tu mi chiedi cosa potrei suggerire ai candidati sindaci per il futuro di Napoli, sulla base della mia esperienza a Capodimonte e sui temi che mi sono cari, essenzialmente la cultura e i giardini. Suggerire è una parola grande e non mi azzardo a paragonare le responsabilità nella guida di un sito culturale seppure importantissimo con quella di un Comune. Se è vero che Capodimonte, con il suo grande parco di 134 ettari, i suoi 17 edifici, il suo immenso palazzo e l’importanza della sua collezione nel panorama culturale italiano, può sembrare a volte un piccolo Comune, governare Napoli, la terza città d’Italia, è ben altra cosa. Con la massima circospezione, ma come cittadino del mondo, innamorato di Napoli, e responsabile di una delle grandi istituzioni che conta ma potrebbe contare ancora di più nello sviluppo della città – e nella compiutezza dei suoi cittadini, guardo con grande attenzione e speranza i dibattiti, le battaglie e i programmi che vengono proposti.

Poiché il mio lavoro è in qualche modo simile a quello di un manager di bellezza, inizierò con la bellezza di Napoli. Cosa intenda l’Italia per bellezza non è una cosa semplice, ma, caro direttore, tu non mi hai chiesto di riflettere sull’estetica ma sulla città. La bellezza è purtroppo argomento di tutti, anche se la paura del mondo contemporaneo ha portato allo sviluppo di correnti di pensiero reazionarie, nel senso etimologico e storico del termine, che scavalcando la linea di demarcazione sinistra-destra, coltivano la paralisi o l’abbandono come se la formaldeide conservasse la vita. Se ti parlo della bellezza di Napoli, è anche per dirti quanto la bellezza di Napoli sia per me un miracolo.ADVERTISING

Nonostante l’insopportabile degrado della città e delle sue periferie, nonostante la paralisi distruttiva del pensiero immobilista e nonostante i fallimenti dell’amministrazione, Napoli rimane straordinariamente bella. Ma la sua bellezza è una bellezza umiliata, eppure la poesia della città è così potente che la sua umiliazione la rende ancora più accattivante o più commovente come una grande sovrana decaduta. Ma non si vive di emozioni romantiche ed è ben facile immaginare come sarebbe Napoli se recuperasse la dignità del suo straordinario ambiente urbano.

Napoli ha la particolarità di preferire i sogni all’ambizione. La differenza tra il sogno e la realtà è che il sogno non richiede la realizzazione, mentre l’ambizione si misura dal risultato. Le soluzioni oggettive sono però chiare, perché se Napoli è una città speciale, non c’è nulla di speciale nei suoi problemi e nelle sue soluzioni. Farò alcuni semplici esempi, partendo da quello della spazzatura e della sporcizia delle strade, che è una questione non solo comunale, perché è l’intera Città Metropolitana che è abbandonata, degradata e che, ogni giorno, deve fare i conti con la spazzatura scaricata sui bordi delle strade e nelle periferie. L’esperienza del Bosco di Capodimonte è molto incoraggiante poiché da quando il Bosco e il parco intorno alla Reggia sono stati curati adeguatamente, i visitatori – e ce ne sono tra i due e i tre milioni ogni anno – sono diventati assai rispettosi ed è molto raro vedere qualcuno gettare un pezzo di carta per terra. Il quartiere di Capodimonte è diventato orgoglioso della sua identità. La spiegazione dei lavori eseguiti, le nostre scelte e decisioni, la partecipazione concreta, e non solo verbale, al miglioramento della bellezza e del benessere attraverso l’adozione di panchine, alberi o fontane hanno cambiato radicalmente il volto di quest’area e progressivamente anche la Reggia e tutti gli edifici del parco vivranno questa trasformazione.

Tutte le grandi città europee negli ultimi anni hanno incrementato gli spazi verdi, modernizzato l’urbanistica e riportato il pedone al centro delle priorità della città. Napoli ha ancora la visione degli anni ‘70 di una città che pensa prima all’auto individuale e sacrifica il pedone e il trasporto pubblico.

Stiamo costruendo un filobus, ma non abbiamo allargato il marciapiede per accedervi e, soprattutto, per aspettarlo quando entrerà in funzione. Le stazioni della metropolitana stanno finalmente aprendo una dopo l’altra, ma il loro inserimento nella città è rimasto come all’inizio del progetto 25 anni fa, con marciapiedi attorno alle entrate delle fermate pensate come ai tempi di un obsoleto regno dell’automobile. Napoli è una città dove non si può camminare e solo la cortesia degli automobilisti garantisce che non si venga investiti quando si incontra un altro pedone sul marciapiede e si deve scendere per cedere il passo.

Tutte le grandi città europee hanno triplicato o quadruplicato la dimensione dei marciapiedi e hanno piantato degli alberi per creare ombra, migliorare l’aria e abbassare la temperatura. A Capodimonte sono stati piantati oltre mille alberi in più e altrettanti sono stati salvati da una cura attenta. Il cuore del problema dell’arredo urbano è soprattutto quello della manutenzione. Quanti luoghi, quante iniziative si intraprendono senza aver previsto il programma di manutenzione per il giorno dopo e per gli anni successivi? Quanti edifici sono stati restaurati e subito abbandonati, quanti monumenti e palazzi sono stati messi in sicurezza finché le impalcature non sono diventate parte permanente dell’arredo urbano?

Quanti alberi sono stati piantati e non sono stati innaffiati? Dappertutto in città, sull’imbarcadero del Beverello, ci sono orribili fioriere industriali in conglomerato cementizio che sfigurano tante piazze d’Italia, ma a Napoli sono state anche trasformate in discariche urbane con piante al centro che non vengono mai innaffiate e sono morte tra i rifiuti e i mozziconi di sigarette. Piantare alberi in tutte le strade di Napoli, come ad Atene o a Madrid, gioverebbe a tutti i cittadini, soprattutto in una città dove la vita di strada è così importante.

Piantumando alberi nelle strade e restaurando i giardini a partire dal Bosco di Capodimonte, passando per il giardino della Regina Jolanda, lungo tutta via Santa Teresa, piazza Carità, via Toledo, piazza del Municipio, i giardini di Palazzo Reale, i giardini Acton, Villa Comunale e fino al Parco Virgiliano, si potrebbe creare un grande corridoio verde e cambiare la nostra vita quotidiana. Strade ombreggiate, trasporti pubblici piccoli ecologici, a cadenza regolare, piazze ben tenute restituirebbero coerenza e vitalità ai quartieri. La città di Napoli ha ancora la fortuna di conservare il suo antico ordine di centinaia di quartieri raggruppati dove tutti si conoscono e dove le famiglie possono fare la loro spesa quotidiana nelle strade adiacenti alle case. È urgente incoraggiare e sostenere queste realtà, che sono minacciate dai grandi supermercati che stanno desertificando i centri cittadini. Un quartiere significa la vicinanza di scuole, negozi, cinema, un palazzetto per lo sport, un centro medico, la prossimità è al centro dell’urbanistica contemporanea. I trasporti sono la rovina di questa città. Anche le strade e il piano del traffico che sembra aver deciso di sfidare il buon senso. Se Napoli vuole essere una città del futuro è lo scooter elettrico, bici elettrica o più sportiva che avrà la precedenza su molti mezzi di trasporto ingombranti, inquinanti e rumorosi, però le strade dovranno smettere di essere il rodeo che sono oggi.

Il mare non bagna Napoli.

Dal Beverello a Mergellina non c’è quasi un lungomare, non un trampolino, non una piscina marina, nemmeno piccola, nessun posto, tranne gli scogli ostili, dove i ragazzi di Napoli potrebbero fare un tuffo, come avviene in altre città di mare come Marsiglia, una città per molti aspetti paragonabile a Napoli. È vero che Marsiglia si è trasformata radicalmente quando è stata eletta capitale europea della cultura nel 2013 e non si comprende come una città come Napoli, così superiore a tante candidature recenti, non abbia mai partecipato a questa competizione, che risulta essere una rivoluzione urbana e culturale per i vincitori.

L’Italia è una gerontocrazia che sacrifica le giovani generazioni. Sono ormai quasi tre generazioni che sono escluse dalle competizioni, dal mercato del lavoro e dallo sviluppo economico. Eppure, i giovani napoletani sono tra i più vivaci e creativi che abbia conosciuto in qualsiasi paese in cui ho vissuto o lavorato. Le incredibili difficoltà di coloro che non sono protetti dalla famiglia li ha resi ancora più reattivi, più creativi, più disponibili e miracolosamente più entusiasti. Sono loro a padroneggiare il linguaggio contemporaneo di internet e del digitale, della musica, della danza, della moda, che ogni giorno sposta ulteriormente la scuola e la famiglia dall’educazione contemporanea.

L’autonomia gestionale data ai musei dalla riforma Franceschini ha avuto risultati straordinari, ma soprattutto in Campania dove Capodimonte, il Mann, Pompei, Paestum e più recentemente Ercolano e Palazzo Reale hanno già trasformato le loro dinamiche, la mentalità e il rapporto con il pubblico portato al centro della loro missione. Se queste istituzioni avessero avuto anche l’autonomia del personale, la rivoluzione sarebbe stata molto più veloce e significativa con decine di nuovi posti di lavoro.
Due realtà, come Capodimonte e San Giovanni a Teduccio, mostrano chiaramente come i napoletani siano capaci di abbracciare le trasformazioni urbane e istituzionali. Non è vero che la città è condannata al degrado ma è vero che il degrado che ora si trova dappertutto nella città, da Posillipo al centro storico, dai quartieri borghesi alle periferie è tale che per sopportarlo si deve dimenticarlo, allora nessuno si sente più nessuna responsabilità. Il decoro urbano è così degradato che l’amministrazione che non ha più la capacità di controllarlo, fa finta di considerare come arte i graffiti così raramente creativi che sfigurano tutta la città come una volta erano la città dell’Europa dell’Est (Varsavia, Cracovia, Berlino Est) dove i giovani urlavano la loro noia, l’odio in un mondo senza aperture. La soluzione a Napoli è ricercata sempre nell’uomo-miracolo, San Gennaro o il sindaco, la città si comporta come una città colonizzata come se avesse perso il senso della responsabilità del suo destino.

Sicuramente l’uomo è fondamentale ma ancora di più la sua amministrazione. Troppa ideologia, troppi litigi egocentrici, troppi accessori senza amministrazione o servizi, mancanza di professionisti, di fiducia nelle competenze private quando si sa che il successo del paese viene proprio del talento, dell’energia e della competenza del privato. Concorsi obsoleti che non fanno uscire le competenze necessarie per il mondo di domani. La forza del sindaco sarà la sua struttura che per ora è proprio assente. In Italia non mancano i fondi e con il Recovery Fund e il Contratto Istituzionale di Sviluppo per il centro storico mancheranno i progetti, la capacità di portarli avanti e di avere una visione nel tempo, e una manutenzione organizzata e sostenuta nel dettaglio, nel tempo. Tutto ciò che si farà nel 2022 si sentirà nel 2030. Il lavoro è tanto.

Permettetemi di concludere con la Collina dell’Arte, il quartiere che si sviluppa dal Mann a Capodimonte e all’Osservatorio Astronomico, passando per la Sanità con le sue chiese-museo, i suoi palazzi, le sue catacombe e, soprattutto, i suoi giovani che hanno deciso di prendere in mano il loro destino. Questo circuito culturale, che estenderei alla strada dei musei e che lega contemporaneità e storia, è diventato, sotto la guida di Padre Loffredo, un modello di risposta all’isolamento dei cosiddetti quartieri difficili, senza mai specificare che l’isolamento non è una causa ma un risultato dovuto a una serie di abbandoni che creano isolamento, declino, impoverimento e la processione di sventure che accompagnano la povertà quando non ha altro orizzonte che sé stessa. Il modello di Padre Loffredo di cultura, iniziativa privata, educazione e apertura come una serie di trasformazioni, è il modello per tutte le periferie e per tutti i cosiddetti quartieri difficili, semplicemente perché hanno gli stessi problemi. Ancora una volta, non si tratta di inventare mega soluzioni che possano ripetere l’isolamento della Sanità, come fece il grande ponte di Murat, che trasformò la Sanità in una valle isolata.

Al contrario, bisogna valorizzare l’ascensore della Sanità, per il quale ho coinvolto due anni fa l’artista Jean Michel Ottoniel, il quale ha realizzato un progetto che ridisegna completamente fino a terra l’ascensore facendolo dialogare con la cupola della Chiesa.
Un’opera d’arte della stessa bellezza rivoluzionaria, come ha già fatto per la stazione della metropolitana del Louvre a Parigi; e bisogna istituire nuovamente il Tram della Cultura, una navetta ogni 10 minuti con tre fermate: Mann, l’ascensore Sanità e Capodimonte.
Dobbiamo rafforzare i nostri legami piuttosto che sorvolarli con una funivia, anche se un brillante architetto la trasforma in una Torre Eiffel o in un ponte volante. Bisogna costruire l’ascensore dalle catacombe a Capodimonte e ripensare da lì agli accessi al grande museo e alle sue collezioni. Soprattutto il Garittone, il garage industriale per il quale tre anni fa ho presentato al Comune un progetto esecutivo di parcheggio che rivoluzionerebbe l’economia della Reggia e soprattutto quella del quartiere di Capodimonte.

La pandemia ci ha insegnato quello che sapevamo da almeno 10 anni: la necessità di privilegiare le soluzioni soft, le soluzioni locali, l’ecologia, lo sport, le nuove tecnologie, che non sono più così nuove ma che stanno trasformando loro stesse e noi con una velocità mai vista nella storia e di cui solo ora cominciamo a prevedere l’immenso sconvolgimento economico e culturale. C’è tanto da fare, tanto e tanto da fare in questa città anche se molto si avvicina alla semplice pulizia domestica. Però, nonostante le sue difficoltà, i suoi pesi, il suo futuro bloccato, le sue difficoltà a lavorare insieme piuttosto che ognuno contro l’altro, nonostante le sue crisi di ottusità ma anche il suo genio generoso, Napoli rimane una delle città più allegre di tutta l’Europa. La questione oggi è di assicurarci che sarà ancora la città allegra per i giovani che avranno 20 anni nel 2030.

Questo articolo è stato pubblicato su Repubblica Napoli il 14 settembre 2021

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