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Stanno cancellando il futuro

Schiacciati dal presente. I disastri provocati dal capitalismo predatorio della globalizzazione, dallo sfruttamento delle risorse naturali e dalla pandemia devastante non sono colpa di un «destino cinico»

Nei giorni in cui Repubblica celebra il suo festival bolognese per il «diritto al futuro», sconcerta un po’ la stucchevole ambizione dichiarata di «ridisegnarlo», come se quello fosse stato tracciato da mano improvvida a nostro danno. Perché qui sta uno dei grandi vuoti di questo nostro tempo, una «narrazione» dalla quale dovremmo liberarci per guardare avanti.

Perché ci stiamo raccontando una storia «alla rovescia», come se i disastri provocati dal capitalismo predatorio della globalizzazione, dallo sfruttamento dissennato delle risorse naturali e da una pandemia devastante ci fossero cadute tra capo e collo per colpa di un destino cinico. Avevamo un futuro davanti, assicurato dal progresso scientifico, materiale e morale della nostra superiore cultura, torniamoci!

Già, il futuro. In un bel libro, una decina di anni fa, Marc Augé si chiese «che fine ha fatto il futuro?», rispondendo che il futuro è sostanzialmente… sparito. Schiacciati sul presente, la storia – il nostro passato – è divenuta una vetrina per mostrare quanto siamo stati rozzi, crudeli, illusi. Il XX secolo? Il secolo dei totalitarismi, delle grandi carneficine, delle «ideologie». La storia del comunismo? Una «dannazione», segnata com’è stata dall’utopia totalizzante e dalle divisioni, questa la vulgata di oggi. La storia è finita, sì, superata dal «progresso», di cui l’Occidente si sente paladino, pur smarrito di fronte alla fine disastrosa delle sue ambizioni coloniali e all’ampiezza dei massacri resi possibili dalla superiorità tecnologica. Grazie alla quale oggi ci illudiamo che la storia non sia più «necessaria» e la sovrabbondanza di cui godiamo ci vieta di riflettere sui fini, «come se la timidezza politica dovesse essere lo scotto da pagare all’ambizione scientifica e all’arroganza tecnologica» (Augé).

Ma se c’è qualcosa che la pandemia e il cambiamento climatico ci stanno mostrando è quanto sia necessario, oggi, ridisegnare una diversa prospettiva politica. La storia ci appare priva di direzione, sembra non dirci più nulla, svuotata dal senso che il mondo si sia appiattito, «omogeneizzato», in cui le diversità delle storie di popoli e uomini e donne si sono disperse, che fatichiamo a comprendere. La scienza progredisce a velocità accelerata, lasciamo fare tutto al «progresso» e dubitiamo della nostra capacità di influire sul nostro comune destino.
Eppure, il mondo è ancora nelle nostre mani. I confini del capitalismo non sono più quelli nazionali ma le sue «logiche» sono sempre quelle e il capitale, nella globalizzazione, ha trovato la sua forma più estesa del «dominio» sul lavoro (si veda l’ultimo libro di Marco D’Eramo). Le classi lavoratrici, però, ci sono ancora e se non esprimono più «movimento» non per questo non hanno istanze. La storia è ancora fatta di sfruttamento (di classi, popoli e risorse), di conflitto, di politica. Il progresso non l’ha abolita.

Il vuoto della sinistra (quella che dovrebbe rappresentare quelle classi), la sua incapacità di elaborare «ideologia» – cioè lettura della storia e disegno di prospettiva – è solo il segno di come essa abbia abdicato ad una sua genuina e propria interpretazione del mondo, lasciandosi convincere dalla «narrazione» dominante, quella del capitale. Una storia in cui c’è solo il presente, dove progresso tecnologico e affermazione del modello capitalistico sono tutt’uno (anche la «transizione ecologica» è tutta espressa in senso tecnologico). Ma la storia è processo sociale, stratificazione di immanenze, oltre il presente.

Un modesto esempio viene dalla banalizzazione della discussione sul Pnrr, paragonato al Piano Marshall. Quei 212 miliardi di cui si parla oggi sono lo 0,012% del PIL italiano di un anno. I fondi del Piano Marshall (anch’esso quinquennale) furono il 2% del Pil italiano di 5 anni. Gli anni ‘50 e ‘60 del «miracolo» furono anni di investimenti pubblici e privati, in quote ben maggiori del Pil di quelle odierne. Allora c’era un’Italia che ripartiva, aperta alla concorrenza, in cui lo Stato faceva la sua parte. Certo, pure quel capitalismo riuscì ad affermarsi grazie ad un «esercito» di forza lavoro disponibile, ad un esodo agricolo e migratorio di proporzioni epocali.

Ma con gli anni ‘60 e ‘70, anche grazie alla spinta del movimento operaio, la distribuzione del reddito cambiò a favore del lavoro, tutele e protezioni vennero vieppiù garantite e i servizi pubblici vennero estesi. Non fu il Piano Marshall allora – aiuti che contribuirono a far uscire il Paese dalla penuria e dalla guerra – come non sarà il modestissimo Pnrr oggi a far «ripartire» l’Italia. Perché il Paese ha bisogno di futuro, quello che le è stato sottratto non da un destino malevolo, ma dalle forze che hanno preso il sopravvento, cancellando la storia. È da lì che si deve ripartire, se non vogliamo davvero la fine del futuro.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 10 luglio 2021

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