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Storie di donne ribelli dal Biografilm festival di Bologna

di Rita Marzio

 

Come ogni anno, è tornato a Bologna il Biografilm Festival con un’edizione on-line e interamente gratuita dal 5 al 15 giugno 2020. Oltre quaranta film selezionati, provenienti da più di venti paesi, molti dei quali in anteprima italiana.

In This train I Ride di Arno Bitschy (Francia-Finlandia, 2019, 77′) la narrazione scivola leggera lungo i binari dei treni merci su cui le protagoniste salgono di nascosto percorrendo chilometri e chilometri di suolo americano. A chi compie questa scelta in quanto ricerca della libertà (“Sono sola con la natura e il treno, non devo comportarmi in un certo modo perché non ho nessuno intorno a me”), si affianca la testimonianza di chi, come Ivy-Jeanne, non dimentica che “saltare sui treni significa certamente libertà e mobilità, ma anche una necessità”, causata dalla mancanza di soldi. Il viaggio in treno è la possibilità di un’avventura fuori dal comune ma in parte determinata dalla povertà e dal desiderio di costruirsi delle alternative. Come sottolinea Christina, viaggiare sui treni merci può anche essere duro: “Il tempo può diventare brutto, non hai soldi, ti ammali, fa freddo, sei sempre fuori”.

Alle insidie del tempo atmosferico si aggiungono quelle delle gang che assalgono i treni uccidendo i viaggiatori abusivi e quelle degli uomini da cui occorre presto imparare a difendersi. C’è chi stila un decalogo di regole riguardanti gli uomini – “non dormire nello stesso posto con loro, non ti addormentare nello stesso posto, non ti fidare, chiedi in che direzione vanno, fai domande sui loro rapporti con le donne, non farti toccare, non andare a letto con loro, sii subito chiara” –, e chi accetta di condividere parte del viaggio in compagnia di amici e compagni.

Il desiderio comune è di continuare a vivere dandosi la possibilità di una nuova vita altrove. “Ho alle spalle un tentato suicidio, un passato di droghe… Poi ho iniziato a viaggiare e a provare felicità per la prima volta”, racconta una delle protagoniste davanti a un fuoco in attesa di salire sul prossimo treno.

Mettendo al centro le esperienze di donne che attraversano l’America passando da un treno all’altro, il film mette in crisi l’idea secondo la quale le donne non possono viaggiare da sole senza però nascondere le difficoltà che incontrano e che devono imparare a superare: “Viaggiando – dice una di loro – ho imparato che sono forte e che dovrei fidarmi di più di me stessa. Saltando su treni e seguendo questo stile di vita ho imparato che sono davvero determinata anche quando non mi sento così, perché so che la maggior parte della gente non ci riuscirebbe”.

Il viaggio, come narrato dalla beat generation americana, ritorna a essere metafora del cambiamento. A differenza di Jack Kerouac e Neal Cassady, le protagoniste del documentario sono però delle donne, e per questo soggette a una serie di discriminazioni e pregiudizi. Racconta Christina: “La gente mi diceva che non potevo fare la saldatrice perché ero una ragazza, che non potevo viaggiare da sola sui treni perchè ero una ragazza”. Mettendosi in viaggio da sole, queste donne decostrusicono l’idea stessa di femminilità mettendo in evidenza la costruzione strumentale del ruolo di donna e delle sue possibilità in una società ancora fortemente androcentrica e patriarcale. E se la scelta di mettere al centro delle figure femminili potrebbe essere funzionale alla circolazione del documentario in canali e festival a tematica “femminista” o di genere, è apprezzabile lo sforzo da parte del regista di dare visibilità a scelte di vita inusuali e stimolanti, capaci di innescare nelle spettatrici un forte senso di solidarietà e orgoglio.

Storie di donne e di riappropriazione del proprio corpo per dare voce a una rivendicazione collettiva. Racconti di sofferenza e di privilegio, in cui la violenza dello sguardo si manifesta nella totale incapacità di accettare il corpo dell’altra per quello che è: grasso. Una parola impronunciabile per chi non è grassa\o, che imbarazza chi la nomina e che viene spesso sostituita con sinonimi inappropriati quali: massiccio, robusto, in carne, sovrappeso. Per la paura di offendere chi è grasso la realtà viene omessa, reiterando il tabù della grassezza e rafforzando l’icona della magrezza. Per chi invece da sempre convive con un corpo grasso, la riappropriazione del termine è un atto di liberazione, di auto-determinazione e di affermazione di una realtà dalla quale si è stanche di fuggire, in cerca di un conforto che solo la sottrazione dagli altri e dal mondo esterno sembra poter dare.

Le biografie, le lotte, le alleanze e i corpi messi al centro del documentario Fat Front, diretto da Louise Detlefsen e Louise Unmack Kjeldsen (Danimarca, 2019, 72′), interrogano la colonialità di uno sguardo normativo che giudica i corpi attraverso l’imposizione di rigide categorie culturali ed estetiche. I corpi sono irrimediabilmente valutati: belli perché magri, brutti perché grassi; sani perché magri, malati perché grassi; normali perché magri, diversi perché grassi. La grassezza come sintomo di uno stile di vita sbagliato, che rifugge le abitudini che consentono di rimanere in forma, forti e brillanti; di conseguenza, chi è grassa è accusata di non amare il proprio corpo, di non volersi bene, di farsi del male.

Ma non sempre le cose vanno così… Per combattere questo meccanismo di sottrazione, le protagoniste di Fat Front ci raccontano del cammino intrapreso per diventare orgogliose dei loro corpi grassi, delle difficoltà superate e delle violenze subite, sottoponendo lo spettatore\trice a un forte esame di coscienza. Attraverso una narrazione intima e spesso auto-ironica, Wilde, Marte, Helene e Pauline ci ricordano che nella vita occorre avere coraggio per auto-determinarsi e combattere le discriminazioni. L’ossessione per la dieta e l’etica della rinuncia diventano così parte di un passato che, anche se a volte ritorna, non ha più la stessa forza di distruzione.

Affrontando di petto il tema del body shaming, il film denuncia quanto la grassofobia non è che una delle facce di un sistema di potere che alimenta il controllo sui corpi degli altri attraverso la loro normalizzazione, e che per combattere questo sistema è necessario decolonizzare il nostro sguardo affinché qualsiasi corpo torni a essere amato e considerato semplicemente per quello che è.

Questo articolo è stato pubblicato su Napoli monitor il 26 giugno 2020

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