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Pandemia in Brasile. Bolsonaro sta spingendo il Paese nel baratro

di Maurizio Matteuzzi
 
In Brasile non c’è nulla di più triste della “quarta feira de cinzas”, il giorno in cui finisce il carnevale e comincia la quaresima. Quest’anno il mercoledì delle ceneri cadeva il 26 febbraio, e non è stato solo il giorno che sanciva la chiusura dell’annuale “follia” delle scuole di samba ma anche quello in cui un italiano residente a San Paolo di ritorno da Milano, è stato individuato come il primo caso positivo di coronavirus.
Una “pequena gripe”, una piccola influenza, come la liquidò ai primi di marzo il presidente Jair Bolsonaro, il Trump tropicale, anche lui negazionista assatanato del lockdown e sostenitore del fuori tutti a lavorare come se niente fosse (al massimo provare con la clorochina e poi lasciar fare al darwinismo sociale).  Da allora sono passati tre mesi e la “piccola influenza” è diventata prima una epidemia poi una irrefrenabile pandemia che sta facendo a pezzi il Brasile, decima economia mondiale, e moltiplicandosi con “virus” di altra natura lo sprofonda in una crisi mai vista dalla fine della dittatura militare nel 1985 e lo porta fin sull’orlo della rottura.
Crisi sanitaria (34.021 i morti al 4 giugno, terzo paese più colpito al mondo dopo USA e Regno Unito e ormai davanti all’ Italia, con stime più realistiche che parlano di cifre 10, 15, 20 volte superiori), più crisi economica ( – 5.3% quest’anno dopo il magro + 1.1% del 2019 secondo l’FMI), più crisi sociale (12.6% di disoccupazione in un paese con il 25% dei 220 milioni di abitanti nel lavoro informale), più crisi istituzionale (magistratura contro governo federale, governo federale contro i governatori degli stati più importanti, in genere ex alleati di Bolsonaro), più crisi ambientale (Amazzonia che brucia e “si apre allo sviluppo”, aumento dell’85% della deforestazione  rispetto al 2019, rischio di un nuovo genocidio degli indios), più crisi politica (guerra per bande dentro il governo, ministri che saltano come birilli, vedi quello della giustizia rimpiazzato da un pastore evangelico e i due della sanità  sostituiti  dall’ennesimo generale). Un’atmosfera di odio, rabbia, frustrazione che rischia di esondare nelle strade, un cocktail esplosivo. Cosa ci vuole di più per far saltare il banco? Ma come? E per mano di chi? E verso dove?
Una situazione così non si era mai vista. Mai in Brasile qualcosa aveva potuto fermare il sacro rito della telenovela delle 8 e mezzo. Ora il covid 19 ha colpito anche le inossidabili soap.
Con una eccezione che sembra una telenovela e invece è solo il termometro della febbre da cavallo di cui soffre il grande paese a causa del covid 19  ma non solo: il video della burrascosa seduta di governo del 22 aprile che ha portato alla clamorosa rottura con successive dimissioni del super-ministro della giustizia Sergio Moro, l’ex-magistrato protagonista molto discusso dello scandalo di corruzione che aveva tagliato le gambe alla rielezione di Lula e aveva spianato la strada, nel 2018, al trionfo “anti-establishment” del carneade Bolsonaro, fino ad allora solo uno dei tanti folclorici e insignificanti buffoni di estrema destra presenti al Congresso.
In quel video di oltre due ore si vede e si sente lo show-down fra Bolsonaro e Moro: uno che vuole nominare un nuovo capo della polizia federale che si tenga lontano dalle indagini in corso sui suoi tre figli – Flavio (senatore), Eduardo (deputato) e Carlos (consigliere comunale a Rio de Janeiro) -, tutti inquisiti per corruzione e legami con mafie e milizie paramilitari (e sfiorati anche dall’assassinio di Marielle Franco, l’attivista nera uccisa nel 2018 a Rio); l’altro che accusa il presidente di “inaccettabili interferenze”, si dimette e sporge immediata denuncia al Supremo Tribunale Federale, che (altra mossa rivelatrice del clima) dopo un mese decide di diffondere il video coram populi. Uno spettacolo penoso ma avvincente che tiene incatenate davanti alla tv decine di milioni di persone, tanti che il sito web del STF dopo un po’ va in tilt.
Ma non basta. Alla fine di maggio ancora l’STF ordina alla polizia federale una raffica di perquisizioni di una trentina di abitazioni e uffici di personaggi legati all’estrema destra bolsonarista accusati di alimentare “il racket criminale delle fake news” e “la macchina dell’odio” contro i nemici di Bolsonaro (e qui tornano in ballo i figli del presidente). Sullo sfondo c’è una ipotesi di impeachment –  la trentesima nel giro di un solo anno e mezzo contro di lui, un record –  anche se al momento improbabile: sarebbe il secondo dopo il golpe blando che destituì Dilma Rousseff nel 2016.
Tutte mosse e contromosse al limite della legalità, e tutti contro tutti. L’eroe della destra giustizialista Sergio Moro contro l’eroe dell’estrema destra giustizialista Jair Bolsonaro; l’ultra-destro Bolsonaro contro gli eroi della tradizionale destra mediatica, come i giornali O Globo e A Folha, che gli hanno tirato la volata al palazzo di Planalto  e adesso annunciano che non copriranno più le sue esternazioni virulente per via degli insulti contro i media “venduti” e addirittura “comunisti” e delle aggressioni anche fisiche subite dai loro cronisti da parte degli ultrà bolsonaristi.
Perché è vero che i sondaggi danno Bolsonaro in caduta con un indice di rigetto salito al 64% ma un terzo dell’elettorato continua a definire la sua guida come “buona” o “molto buona”.
In mezzo, ago della bilancia, per il momento stanno i militari di cui sono infarciti il governo (7 o 8 ministri su 22 sono generali) e i ministeri. Dopo i ripetuti e sfrontati appelli degli ultrà (che lui fomenta al suono di frasi come “il popolo e le forze armate sono con me”) per “la chiusura del Supremo Tribunal Federal e del Congresso” – in sostanza  un autogolpe o un golpe militare classico come fu “ la Rivoluzione”  del ’64 che l’ex capitano di fanteria non perde occasione di magnificare –, il 5 maggio il ministro della difesa, generale Fernando Azevedo e Silva, ha rotto il silenzio e diffuso un comunicato in cui si legge che le forze armate compiranno “la loro missione costituzionale” e “saranno sempre al lato della legge, dell’ordine, della democrazia e della libertà”. Un richiamo per tutti. Che fa venire i brividi. Finora gli onnipresenti militari in qualche misura hanno tenuto pragmaticamente a bada il “louco” trincerato a Planalto (ad esempio “sconsigliandogli” di intervenire militarmente contro il regime chavista del Venezuela), ma che succederà se questo scenario da incubo continuerà di qui al 2022 quando sono previste le nuove elezioni?
Da una parte Bolsonaro e i suoi ultrà, in mezzo i militari a fare da improbabili “garanti” della costituzione, dall’altra l’ex-giudice Moro che smarcandosi a tempo, dopo essersi sputtanato prima in funzione anti-Lula poi entrando in un governo fascistoide, ha lanciato un chiaro messaggio per il domani. Una prospettiva inquietante accompagnata da una domanda altrettanto inquietante: dov’è finita la sinistra?
 
Questo articolo è stato pubblicato su il Manifesto Sardo il 6 giugno 2020

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