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Elezioni in Colombia, cattivi presagi in vista del ballottaggio

Il fantasma di un nuovo “Trump creolo” aleggia sull’America latina. Dopo Jair Bolsonaro in Brasile e Nayb Bukele in El Salvador, Rodolfo Hernández in Colombia. Giunto inaspettatamente secondo nelle elezioni di domenica 29 maggio, il 19 giugno andrà al ballottaggio per la presidenza della repubblica con il candidato del fronte progressista, il socialdemocratico Gustavo Petro, visto con odio dall’establishment e dipinto dai media come il nuovo Chávez.

Purtroppo, stando almeno ai numeri di oggi, Hernández ha buone possibilità di essere eletto nonostante Petro abbia vinto nettamente il primo turno con il 40% contro il 28%, 8.5 milioni di voti contro 5.9 milioni.

Così quella che si presentava come una sfida annunciata – ancorché straordinaria per un paese storicamente ultra-conservatore come la Colombia – fra il candidato di sinistra e quello della destra classica – “l’uribismo” forgiato dall’ex presidente Álvaro Uribe e le sue residue propaggini quali il presidente uscente Iván Duque e il candidato presidenziale Federico Gutiérrez – ha cambiato di colpo scenari e prospettive. Non più il plastico scontro fra “il cambio” e “la continuità” ma quello fra il cambio e … il cambio – l’onesto e prudente cambio socialdemocratico contro l’ambiguo e vago cambio populista.

Hernández, 77 anni, ex-sindaco di Bucaramanga, non ha partito, non ha partecipato a comizi e dibattiti, la sua campagna elettorale l’ha fatta su Tik Tok e dalle reti sociali viene la sua inarrestabile ascesa nelle ultime settimane precedenti alle elezioni: prima sembrava solo un candidato folclorico (ma anche Bolsonaro in Brasile all’inizio sembrava folclorico…). Il candidato uribista Federico Gutiérrez l’aveva definito pubblicamente “un personaggio farsesco” ma già domenica notte si è precipitato ad assicurare che il suo 24% (4.2 milioni di voti) sarebbe passato a Hernández per sbarrare la strada al “castro-chavista” Petro. L’unico punto certo del programma dell’“ingegner Hernández” (così si presenta) è la lotta alla corruzione ed ecco che si ritrova con i voti del partito che è l’emblema della corruzione strutturale e del clientelismo “politicante”. D’altra parte Hernández è un oggetto misterioso di cui si sa ancora poco anche se inevitabilmente ora cominciano a venire fuori “cose”: che una volta si è detto ammiratore di Hitler (poi si è corretto); dichiarazioni misogine, omofobe, xenofobe; che ha fatto i milioni con l’edilizia e nonostante sia il crociato della lotta alla corruzione ha un processo a carico per corruzione.

Nelle tre settimane che mancano al 19 giugno può succedere di tutto. Per cercare di strappare quel milione e mezzo di voti che dovrebbero garantirgli la presidenza, Petro dovrà cercare di conquistare voti fra gli elettori di destra e di centro che non vogliono finire nel calderone criminale dell’uribismo (che fra l’altro ha scientificamente sabotato gli accordi di pace con le FARC del 2016), e dovrà negoziare con i partiti tradizionali, per quello che contano: poco, perché se c’è una cosa che il voto di domenica ha mostrato è che i partiti storici della Colombia, come liberali e conservatori, i rossi e i blu, non esistono più. E che il paese è radicalmente cambiato. Ma soprattutto Petro – l’ex-guerrigliero dell’M-19, l’ex-sindaco di Bogotá – dovrà fare quello che ha fatto il Fronte Amplio di Gabriel Boric nel ballottaggio del dicembre scorso in Cile dove, anche là, c’era il rischio che la destra vincesse: riuscire a mobilitare i giovani che al primo turno il “desencanto” per la politica aveva tenuto lontano dalle urne. In Colombia domenica scorsa ha votato il 54%: nel 45% che non ha votato ci sono le chiavi della vittoria di Petro per non vanificare il grande risultato ottenuto – la prima volta che la sinistra vince e con tale vantaggio – e confermare perfino nel paese più filo-USA del subcontinente quella “alternativa progressista” che, nonostante i disastri provocati indirettamente dalla guerra in Ucraina, sta materializzandosi in America latina. Basta vedere cosa sta accadendo con la preparazione del vertice delle Americhe convocato da Biden a Los Angeles il 6 giugno. Ma questo è un altro discorso.

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