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Lettera ad un amico

di Vincenzo Aulizio

 

Caro Enrico ti scrivo, così mi distraggo un po’…

Lo so, la lettera è un mezzo ormai antiquato, ma sento che questa è la modalità che più si addice al mio scopo. Qualche giorno fa abbiamo avuto uno scambio di vedute sull’articolo uscito su Avvenire di Franco Ferrarotti: Il futuro non è della tecnica, il Covid-19 lo dimostra. Tu non eri, e presumo non lo sia ancora, d’accordo con la tesi dell’eminente sociologo; io, in larga misura, sì. Questa lettera è quindi un tentativo di spiegare il mio pensiero, lo faccio per te, ma anche per me: chi parla male, pensa male, vive male […] le parole sono importanti, (N. Moretti).

Cominciamo.
Credo nella tecnologia e nel suo sviluppo (sarei un pazzo misoneista a non farlo), ma credo che tra il XIX e il XX secolo fino ad arrivare ai giorni nostri abbiamo avuto una specie di fascinazione mistica per questo settore. Abbiamo pensato che la ricerca tecnologica ci avrebbe liberati da tutti i mali, avrebbe permesso all’uomo di lavorare meno, e produrre di più, ci avrebbe consentito di vivere qualitativamente meglio, ci ha persuasi all’eterno progresso… Il virus ci ha svegliati da questa sbornia tecnologica e ora ci sentiamo più sperduti, frastornati, indifesi. Credo che questo errore non sia da imputare ai tecnici o agli scienziati, ma a chi ha pensato che sarebbero stati loro a salvarci, a chi ha creduto possibile che la filosofia e la politica non fossero più necessarie per la ricerca della felicità. Ci siamo seduti aspettando i nuovi regali dalla fabbrica di cioccolato 2.0, senza farci domande, riflettere, capire. Pensaci, Enrico: viviamo in una società nella quale se sbagli un congiuntivo vieni deriso fino alla morte, ma se non sai fare un semplice calcolo aritmetico, basta un: la matematica non sarà mai il mio mestiere. Abbiamo lasciato una consistente parte della conoscenza ai soli tecnici, ci siamo comodamente definiti non addetti, non competenti, ce ne siamo lavati le mani. Il Covid-19 ci ha donato (verbo poco consono per un virus) un nuovo punto di vista. E adesso Enrico per convincerti/convincermi potrei citare Nietzsche e tanti altri filosofi che con le loro teorie hanno in qualche modo messo in guardia l’Occidente dal pensare la tecnologia come valore assoluto, un fine, ma io vorrei, per non tormentarti o peggio annoiarti, farti partecipe di una riflessione che ho letto qualche settimana fa (prima dell’arrivo del micidiale virus) nel best-seller di Stephen Hopkins: Breve storia del tempo. È stata una scoperta continua, un libro affascinante, ma anche faticoso, e la conclusione di quel testo mi ha folgorato. Hopkins esprime perplessità riguardo al rapporto tra la filosofia e la scienza nel novecento: crede infatti che al contrario di quanto accaduto in altri momenti della storia, la filosofia nel novecento non sia riuscita a capire appieno i progressi tecnico scientifici fondamentali del XX secolo (la teoria della relatività e quella dei quanti, per fare solo un banale esempio), in poche parole è rimasta indietro. Questa mancanza filosofica ha quindi portato scarsa consapevolezza tra gli studiosi, incapaci di proporre una teoria unitaria della realtà che ci circonda (prerogativa dei filosofi e oserei dei politici). Manca la prospettiva. È questo quello che credo, amico mio: ci stiamo iper-specializzando in settori tecnologici che però con difficoltà riescono a comunicare tra loro, ci sono persone che hanno competenze relative solo e solamente al proprio ambito, e mancano della visione d’insieme (leggende narrano di cene tra scienziati nelle quali nessuno riesce a spiegare bene il suo lavoro agli altri commensali).

Anche la scuola sta attraversando un momento simile, stiamo diventando sempre più tecnici (sappiamo dare voti e valutazioni su piattaforme elettroniche, adesso siamo in grado di fare video lezioni, si parla di didattica a distanza), ma dal lato professionale abbiamo lacune socio- pedagogiche che non ci permettono di valutare in modo completo il ruolo della scuola nella società contemporanea: anche qui manca la visione d’insieme, la prospettiva, e questo della scuola, non è un problema odierno, prima di me lo hanno sollevato in molti tra cui (qualche decennio fa) un premio Nobel per la fisica: Richard Feynman!

E quindi? Mi chiederai…
Abbi ancora un po’ di pazienza. Torniamo alla situazione odierna e al sentirci fragili e indifesi… in questi giorni mi è tronata in mente la storia del Prometeo riletta da Platone Secondo il filosofo greco una volta che Prometeo ha donato agli uomini il fuoco degli dei, la téchne, gli esseri umani hanno continuato a sentirsi incompleti: infatti la tecnica consentiva loro molte cose, soprattutto la coabitazione, ma non permetteva di sentirsi al sicuro e così Zeus, vedendo gli uomini indifesi, donò loro la pòlemos (la politica), che li avrebbe rafforzati. Credo quindi sia necessario sviluppare un sapere più eclettico, variegato: umanista. E questa è forse la sfida più grande che la scuola contemporanea deve affrontare! Il Covid, a mio parere, dovrebbe essere il punto da cui ripartire per riflettere su un nuovo tipo di educazione e quindi di insegnante. Ci servono intellettuali anche nella scuola di primo e secondo grado, professionisti che abbiano la capacità di parlare ai giovani attraverso un insieme di conoscenze non solo settoriali (da
anni si parla di interdisciplinarietà con scarsissimi risultati), capaci di dare una visione completa agli adulti di domani, al futuro! Insomma, dobbiamo evitare di creare nuovi mastro Pietrochiodo, personaggio tratteggiato dalla lucida penna di Italo Calvino (letterato figlio di due scienziati), simbolo di una tecnologia incapace di interpretare con coscienza il mondo, e quindi costruttrice, quasi inconsapevole di strumenti diabolici e aberranti, inutili, anzi nocivi all’umanità…

E questo discorso vale in ogni ambito: pensa alla finanza e ai suoi specialisti… dobbiamo riabbracciare l’universale! Rinasciamo rinascimentali! Caro Enrico, ti stai assopendo? Allora chiuderò con una massima di una persona che non ho mai tollerato (come sportivo) ma so che tu hai amato: chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio, (José Mourinho).

Con affetto Vincenzo

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