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Bologna e la sua università

Università di Bologna
Università di Bologna
di Maurizio Matteuzzi [*]
I programmi per il governo di Bologna rivolgono sempre una certa attenzione al mondo dell’università. È questo un passaggio obbligato, in virtù tanto della tradizione quanto del peso che l’università riveste anche solo sul piano meramente quantitativo. Tuttavia il rapporto città/università è quasi sempre ricondotto da un lato al rapporto di vertice, ossia Sindaco/Rettore, oppure a quello degli studenti, con particolare riferimento alla complessa interazione residenti/studenti.
Entrambi questi aspetti sono di innegabile importanza. Per un verso il Sindaco rispetto alla città, per un altro il Rettore rispetto al mondo accademico, esprimono senza alcun dubbio la massima rappresentanza. Non vi è dubbio quindi che ai massimi livelli di rappresentanza si debba dare, e in certa misra necessariamente si dia, una proficua interazione. Altrettanto importanti sono i temi relativi agli studenti, temi che impattano su questioni alte, come il diritto allo studio, e per un altro verso ad aspetti fortemente sentiti, come gli spazi per i giovali, i problemi connessi ai fuori sede, la d convivenza talora difficile con i residenti in certe zone della città, eccetera.
Questi temi sono senza dubbio rilevanti. Ma accanto ad essi noi vorremmo che si creasse lo spazio per un terzo filone, cui pare invece si presti attenzione solo episodica. L’università infatti pur essendo rappresentata dal suo vertice, non esaurisce in esso, certamente, la sua consistenza.

Essa è una realtà costituita di quasi seimila dipendenti, tra corpo docente e amministrativi, più quasi un migliaio di docenti in erba, ovvero i così detti “precari”, persone che bene e spesso non possono essere ricomprese entro la categoria dei docenti soltanto per la disgrazia di avere avuto la ventura di nascere in questo Paese, che sui giovani preferisce praticare la politica dell’esportazione programmata.
Questa organizzazione, decisamente imponente rispetto al territorio (qualcuno saprebbe citare un’azienda privata con altrettanti dipendenti?), ha nella ricerca pubblica una delle sue prime e prevalenti finalità. E tuttavia la relazione con la cittadinanza ha carattere randomico e fortuito. Qui amor di patria ci impedisce di citare esempi di reciproca cecità dell’un mondo sull’altro: da un lato pochi professori hanno l’istinto di guardare fuori dalle feritoie della torre d’avorio, dall’altro la cittadinanza trova comodo ignorare l’esistenza della torre stessa.
Allora, in termini propositivi, che cosa si potrebbe, o forse dovrebbe fare? In primo luogo, occorre far propria l’idea che gli incontri di vertice non possono che essere momenti formali, in qualche modo allusivi ma non certo esaustivi del rilancio di una auspicabile più forte interazione. Il prodotto dell’università, mettendo in parentesi gli effetti della didattica, l’altra grande attività in cui si sostanzia l’ubi consistam dell’accademia, non perché meno importante, ma semplicemente perché essa trova nei giovani in formazione i suoi destinatari naturali, è la produzione di cultura: cultura umanistica, cultura scientifica, cultura nel senso più ampio ed onnicompresivo del termine.
Chi non si sia mai occupato di queste cose probabilmente non sa che nessuna università italiana ha un’ampiezza di filoni di studio dell’ampiezza di Bologna, nemmeno La Sapienza, cioè la più grande università d’Europa. Solo per prendere un parametro, prima che la tragica legge Gelmini abolisse le facoltà, nessun ateneo ne aveva quante Bologna, ben 23, contro le 21 di Roma.
È pur vero che il panorama è rapidamente mutato, entro il buco nero di una risibile numerologia, in forza di una serie di sciagurate determinazioni politiche, ben note agli addetti ai lavori; ma chi scrive è fiducioso che, almeno per un po’ di tempo, la sostanza si salvi, e che un ateneo che ha saputo sopravvivere a spinte politiche di ben altro spessore, dal Barbarossa al fascismo passando per Napoleone, saprà riaversi anche da queste, i cui protagonisti non potrebbero essere qui citati senza offesa per la Storia.
Ecco allora, in sintesi, la proposta. Noi proponiamo di istituire un tavolo di confronto permanente che funzioni da cerniera tra il mondo della ricerca e quello della società civile ed economica, il mondo delle categorie economiche, delle imprese e delle categorie del territorio. Da un lato esso dovrebbe creare un flusso informativo che riepiloghi, per grandi temi, gli sviluppi della ricerca in atto, e, per un altro, un flusso di direzione opposta che notifichi al mondo della ricerca le esigenze e le aspirazioni del territorio.
A scadenze periodiche, e con l’impegno concreto di chi la ricerca la fa in prima persona, si dovrebbe avere una riepilogazione tematica dei risultati raggiunti o comunque perseguiti, sintetizzati e depurati da ostici aspetti tecnici, a beneficio degli operatori economici e culturali. Di converso, una rassegna dei bisogni e delle opportunità di ricerca e sviluppo da parte delle categorie economiche potrebbe essere proposto a scenario. Oltre all’effetto informativo, di per sé un valore, non dovrebbe mancare nel tempo, anche solo per la legge dei grandi numeri, qualche matrimonio fortunato.
Qualcuno potrebbe pensare a una operazione di facciata, basandosi sul pregiudizio che l’operatore economico ben sa cosa si fa nella ricerca di quel che gli interessa davvero. Non è assolutamente così, gli incontri che pure avvengono sono una trascurabile quantità rispetto a quelli possibili. La ragione è data dalle dimensioni: i campi di attività e le ricerche in corso in un ateneo come il nostro sono tanti e tali che nemmeno chi ci vive all’interno ha piena conoscenza non dirò dell’intero panorama, ma nemmeno di quel che precisamente si fa nel suo stesso dipartimento.
Un’ultima notazione, di banale evidenza: è un fatto che la crescita economica e scientifica di un territorio tendono in modo naturale a rafforzarsi, quasi mettendosi allo stesso passo. Non è casuale che la Silicon Valley sia in California, e che in zona si possano contare parecchie università di eccellenza mondiale nelle stesse tecnologie. Ma la fecondazione incrociata va aiutata dalla politica, non avviene sempre per caso.
In particolare, il problema non si risolve semplicemente cercando di piegare il mondo della ricerca alle esigenze immediate del mondo del lavoro; cosa che, auspicata e sbandierata da certa parte politica, otterrebbe il doppio effetto negativo di asservire e dequalificare l’avanzamento scientifico da una parte, e, nel lungo periodo, svantaggiare competitivamente, altrettanto immancabilmente, l’imprenditoria avanzata dall’altro.
[*] Maurizio Matteuzzi è candidato di Coalizione Civica per Bologna per il quartiere Santo Stefano
Questo articolo è stato pubblicato da Inchiesta online il 30 aprile 2016

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