I ragazzi di Popica e la periferia di Roma

20 Aprile 2015 /

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di Martina Zanchi
Popica (in italiano: birillo) è il soprannome di Daniel, un giovane orfano di Sighetu Marmatiei, piccolo centro della Romania. La sua storia è quella delle centinaia di migliaia dei cosiddetti boskettari che abitano le città rumene: un nome che indica quei bambini e ragazzi di strada che, abbandonati da tutti, per trovare un riparo dal freddo dell’inverno sono costretti a rifugiarsi nei cunicoli e nelle fogne sotterranee. (Potete farvi un’idea sulle condizioni di vita dei boskettari rumeni con un estratto del documentario Stelle di Scarto, storia dei ragazzi di strada nella Bucarest di oggi, di Massimiliano Troiani).
È da Daniel e dalla sua fuga dall’orfanotrofio che ha inizio la storia dell’associazione Popica Onlus, un gruppo di volontari e volontarie italiani che, dal 2006, tra l’Italia e la Romania lavora per «l’autodeterminazione e l’empowerment delle comunità con cui viene in contatto». La vocazione è universalistica: non c’è un vero e proprio gruppo sociale o etnico a cui fanno riferimento, tuttavia – grazie alla conoscenza della lingua e a una storia consolidata di contatti e collaborazioni – Popica ha assunto un ruolo da protagonista nella mediazione con le comunità rom della Capitale, dove ha avviato numerosi progetti e dove collabora attivamente con gli abitanti del Metropoliz, una fabbrica dismessa e occupata da circa 200 persone di numerose nazionalità ed etnie, tra le quali molte provenienti da quello che era l’insediamento rom informale del Canalone, in zona Centocelle, sgomberato dalle forze dell’ordine nello stesso anno.

Proprio qui Popica, grazie alla collaborazione con i Blocchi Precari Metropolitani – che gestiscono politicamente l’occupazione – è attiva con iniziative di supporto sociale, con un doposcuola e persino con una squadra di calcio meticcia (l’ASD Birilli) per i circa 50 bambini che abitano nello stabile. Ne abbiamo parlato con Daniele Panaroni, vice presidente dell’associazione, a cui abbiamo chiesto subito che cosa significhi lavorare per l’autodeterminazione di una comunità rom.
«Vuol dire, innanzitutto, abbandonare la logica dell’assistenzialismo e dei campi attrezzati», risponde. Fin dal 2007 – con i primi sgomberi di insediamenti informali voluti dall’amministrazione Veltroni, poi con il decreto governativo che, nel 2008, ha annunciato la cosiddetta “emergenza nomadi”, infine con il “Piano Nomadi” avviato nel 2009 – le politiche istituzionali nazionali e romane, secondo Popica, non hanno fatto altro che peggiorare le condizioni di ghettizzazione e di isolamento delle comunità, finendo per impedirne una reale integrazione. «I nostri interventi di mediazione – spiega Panaroni – sono finalizzati, invece, a rendere autonome le famiglie e i singoli soggetti delle comunità, in modo che abbiano gli strumenti e si sentano responsabili in prima persona delle scelte per il proprio futuro».
Orientarsi tra i servizi socio-sanitari, l’istruzione, le modalità abitative, sono i primi passi verso cui Popica indirizza queste persone per far sì che, in breve tempo, siano in grado di occuparsene senza mediatori. «È necessario destrutturare l’idea per cui debbano essere destinatarie di progetti calati dall’alto che, oltretutto – commenta il vice presidente – risultano spesso fallimentari proprio perché non si è fatto un lavoro sociale che favorisca l’accettazione e la condivisione di certe soluzioni da parte dei rom stessi». Proprio per questo, spiega ancora Panaroni, Popica ha scelto di non predisporre progetti ad hoc per la partecipazione ai bandi di finanziamento, che sono al momento la principale risorsa economica dell’associazione: «abbiamo una realtà consolidata e degli iter già in corso, che funzionano. I bandi ci servono solo per continuare su questa strada».
Nella fabbrica occupata
Il Metropoliz sorge nel quartiere romano di Tor Sapienza, sulla Prenestina, noto alle cronache per gli inquietanti episodi di intolleranza nei confronti dei migranti dei mesi scorsi ma, anche, per la desolante mancanza di servizi e per un’assenza istituzionale che pesa sull’esasperazione dei cittadini. Eppure l’ex salumificio occupato ha messo in atto un singolare esperimento di convivenza, meticcia e condotta con meccanismi assembleari, dove tante persone prive di basi sicure hanno trovato accoglienza. È proprio qui che Popica prova a portare avanti il suo principale progetto italiano.
«Siamo attivi con il supporto alla didattica, sia all’interno che all’esterno degli istituti scolastici – grazie a dei partenariati gratuiti stipulati con le scuole stesse – e con una ludoteca in cui si fa doposcuola. Inoltre, abbiamo costruito una rete di relazioni con gli enti territoriali principali: le scuole, il Municipio, il Comune, per indirizzare la comunità verso gli interlocutori adeguati ad affrontare le loro esigenze». E i risultati si vedono: il successo in termini di promozione e proseguimento del percorso scolastico dei bambini seguiti da Popica è pari, in media, al 90%. Nel 2014 questa percentuale ha raggiunto il 100%, con una media di assenze individuali (30) inferiore al dato nazionale (40).
Il rapporto con la città, come racconta lo stesso vice presidente, è stato in buona parte già avviato ma è ancora tutto da costruire, sia con le istituzioni sia con il quartiere stesso. «È indubbio che una parte della cittadinanza non veda di buon occhio i rom e i migranti – dice Panaroni – ma per superare questa difficoltà abbiamo intessuto un dialogo con il comitato delle case Ater di Tor Sapienza. L’obiettivo è quello di imparare a fare fronte comune contro problematiche che interessano tutti quanti».
Aggirare la contrapposizione tra “razzisti” e “antirazzisti” – che rischia di non aiutare la causa dell’integrazione – per far posto alla lotta per obiettivi comuni. Allo stesso tempo, però, non si rinuncia a contestare la logica che, in questi anni, ha guidato le istituzioni nell’affrontare la “questione Rom”. Un sistema che negli anni, in particolare a Roma, ha mostrato derive preoccupanti e forte pressappochismo, oltre alle cocenti accuse di sperpero di denaro pubblico a fronte di risultati, in termini di partecipazione dei rom alla vita sociale, piuttosto desolanti. A questo proposito: vi segnaliamo che l’8 aprile prossimo l’Associazione 21 Luglio presenterà a Roma il primo Rapporto nazionale sui Rom e Sinti in Italia. Una ricerca che, a quanto pare, non traccerà un quadro esaltante degli interventi messi in campo dal nostro Paese, al di là delle dichiarazioni di intenti.
Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere delle migrazioni il 6 aprile 2015. Per sostenere la rivista online, si può disporre un bonifico sul conto corrente con Iban IT29 I010 3021 0010 0000 1231 240 intestato a “Giù le frontiere e con causale “Corriere delle Migrazioni”

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