Bologna, addio al partigiano Lino Michelini, nome di battaglia William

8 Luglio 2014 /

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È scomparso Lino “William” Michelini, storica figura della Resistenza (partecipò ad alcune delle azioni più importanti) e a lungo presidente dell’Anpi di Bologna. Con questo testo vogliamo rendergli omaggio e salutarlo. Intanto per il 10 luglio è stato proclamato lutto cittadino e nel video che pubblichiamo parla della battaglia di Porta Lame insieme a un altro partigiano, Renato Romagnoli (Italiano).
testimonianza di William Michelini raccolta dal blog Storie dimenticate
Nato il 29 dicembre 1922 a Bologna. Aderì al PCI nel gennaio 1942, tramite l’organizzazione clandestina presente nell’officina dove lavorava. Svolse attività clandestina contro la guerra e il fascismo in contatto con il gruppo comunista della zona S. Vitale-Mazzini (Bologna). Fu tra i primi dirigenti dei nuclei partigiani di Bologna da cui sorse la leggendaria 7a brg GAP Gianni Garibaldi in cui militò con funzione di comandante di dist. Partecipò all’azione che portò alla liberazione di 240 detenuti politici antifascisti dal carcere di S. Giovanni in Monte (BO) il 9 agosto 1944, rimanendo ferito alle gambe. Dopo un solo mese di cura e nonostante le menomazioni postume, riprese l’attività di gappista.
Partecipò alla battaglia di Porta Lame, del 7 novembre 1944, con la responsabilità di commissario politico della base di via del Macello. Sostituito il comandante di btg, rimasto ferito, portò gli uomini più volte al contrattacco e a spezzare il cerchio nemico. Gli è stata conferita la medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione:

«Già distintosi per i numerosi sabotaggi industriali e ferroviari coraggiosamente perpetrati a danno del nemico, veniva prescelto con alcuni partigiani per l’audace colpo di mano che ha ridato la libertà a duecentoquaranta detenuti politici rinchiusi nelle carceri di S. Giovanni in Monte. Attaccato ed immobilizzato il forte presidio fascista di guardia, affrontava l’unica sentinella sfuggita alla sorpresa e, benché da essa ferito alle gambe, riusciva in una furiosa lotta corpo a corpo ad averne ragione, spianando con il suo valore la via ai reclusi rei di amare la Patria. Sottoposto ad amputazione a seguito delle ferite, non desisteva dalla lotta e nel combattimento di Porta Lame, sostituito il proprio comandante caduto ferito, portava per ben tre volte i suoi uomini al contrattacco riuscendo a spezzare il cerchio nemico. Con senso di nobile cameratismo provvedeva al ricupero di tutti i feriti mascherando per sua iniziativa la pietosa missione con una cortina di fuoco artificiale. Magnifico esempio di cosciente valore e di generosa audacia».
Bologna, 8 settembre 1943-aprile 1945.

La sua testimonianza
La 7a GAP si formò a Bologna nel novembre 1943. Alla sua formazione, prima di noi giovani che la costituimmo come nucleo armato di partigiani della città, lavorarono altri nostri compagni (Nerozzi, Scarabelli, Parisini, Gaiani, Nannetti, Verdi, Bacchilega e altri) che erano usciti dalle prigioni fasciste nell’agosto 1943. Fra i primi aderenti alla formazione armata ricordo Massimo Meliconi (Gianni), Bruno Gualandi (Aldo), Luciano Tura (Max), Paolo, lo zio Scalabrino, Ambro, Ermanno Galeotti (che fu il primo caduto in combattimento), Dante Guaderelli, Francesco Baldassarri, Roveno Marchesini (Ezio), e altri ancora, quasi tutti giovanissimi.
Alla fine del 1943 dovevamo essere in tutto una quindicina, considerando naturalmente solo il gruppo della città.
Cominciammo con azioni di sabotaggio: facemmo saltare i binari ferroviari, le cabine elettriche, i tralicci per l’energia e più avanti passammo al disarmo dei soldati tedeschi e fascisti. Pian piano cominciammo a crescere per l’inserimento di altri giovani, alcuni dei quali provenienti dal Veneto, come ad esempio Rada, Italiano, Terremoto, Formica e altri. Alcuni erano stati inviati nei repubblichini per farci avere le armi, ma non resistettero a lungo e allora rientrarono con noi. Così pian piano cominciò a formarsi una vera unità partigiana armata in città.
La 7a GAP compì moltissime azioni militari tanto che i tedeschi credevano che noi fossimo molti di più di quanti eravamo nella realtà. Basti pensare che con soli dodici uomini facemmo, il 9 agosto 1944, il colpo del carcere di San Giovanni in Monte che ridiede la libertà ai detenuti politici, con altri sei o sette uomini fu fatto l’attacco all’Hotel Baglioni e con pochi partigiani si disarmò la guardia di Villa Contri, a Casalecchio, prelevando le munizioni che poi servirono a porta Lame e facendo saltare la villa.
Durante l’azione contro il carcere di San Giovanni in Monte io rimasi ferito da un colpo di rivoltella a una gamba, sparatomi da un fascista che subito liquidai, e da un altro colpo, all’altra gamba, sparato da un compagno intervenuto in mia difesa nello scontro. I compagni però mi aiutarono e mi riportarono alla base della Bolognina; purtroppo, però, malgrado le cure del dott. Pio Carlo Bonazzi, fui costretto a restare azzoppato. Ma ciò non mi impedì di continuare nella mia attività e soprattutto non influì nella mia partecipazione alla battaglia di porta Lame del 7 novembre 1944.
Verso la fine del settembre del 1944, la 7a GAP, essendovi l’ordine di concentrare tutte le forze possibili nella città, si insediò nella zona di porta Lame. Io m’interessai dell’ispezione della zona che era stata molto bombardata e che pur semideserta, ospitava ancora qualche persona amica della Resistenza. La zona mi parve in definitiva adatta allo scopo. Inoltre c’era l’ospedale Maggiore che era un edificio molto antico e che era stato sfollato a seguito delle incursioni aeree.
Nella zona, dai primi di ottobre 1944, si concentrarono le forze della 7a GAP comprendente, oltre il gruppo bolognese, quello di Medicina, di Castenaso, di Castel Maggiore, Anzola Emilia, un gruppo della 62a, 63a e 66a brigata Garibaldi e della « Stella rossa ». Fra tutti, considerando l’area che va da porta Lame a via Riva Reno, dovevamo essere circa 300 uomini armati.
Il comandante della brigata era Luigino, un antifascista reduce dalla guerra di Spagna, il commissario era Jacopo. Il comandante della base dell’ospedale Maggiore, era Giovanni Martini (Paolo), il quale cadde in seguito nelle mani dei fascisti che lo trucidarono stringendogli un cerchio di ferro nella testa; il commissario era Aldo Ognibene (Battista) che cadrà ucciso dai fascisti in via Santo Stefano. Il comandante della base del Macello era Bruno Gualandi (Aldo) e io ero il commissario.
Il gruppo di Medicina era comandato da Vittorio Gombi (Libero), quello di Anzola era comandato da Sugano Melchiorri, quello di Castel Maggiore da Arrigo Pioppi (Bill) e quello di Castenaso da Nino Malaguti.
La mattina del 7 novembre 1944, alle ore 6, quando cominciò la battaglia a porta Lame io mi trovavo nella cosiddetta Palazzina che era una casa abbandonata a due piani situata all’ingresso della nostra base dalla parte di Azzo Gardino.
All’inizio eravamo distribuiti in tutti i piani e a tutte le finestre: potevamo da quelle posizioni, essendovi finestre da tutte le parti, sparare contemporaneamente sui tedeschi che erano nelle scuole Fioravanti, nell’edificio dell’Ente Autonomo Comunale, nella sede del Dopolavoro della Manifattura Tabacchi e anche verso via Azzo Gardino dove il nemico aveva posto un fucile mitragliatore nel campanile della chiesa.
Resistemmo a lungo in tutti i piani e respingemmo anche, con la partecipazione di tutta la compagnia, numerosi assalti che i nazifascisti tentarono di attuare col lancio di bombe fumogene, partendo generalmente dalla zona di Azzo Gardino.
I nemici, dalla strada in parte coperta da un muro, avanzavano verso di noi attraversando un prato e in tal modo si esponevano non solo al nostro fuoco della Palazzina, ma anche a quello della base del gruppo di Medicina e di un gruppo comandato da Cognac che era appostato nella casa a fronte di via del Porto.
Ma i nazifascisti ben presto si resero conto che occorreva innanzi tutto eliminare la resistenza della nostra Palazzina. Vennero all’assalto in continuità circa dalle 9 in poi. Noi resistemmo al massimo nei piani alti; poi, quando non potemmo più resistere poiché usavano contro di noi anche un cannone da 88, scendemmo al piano di sotto e qui di nuovo si resistette al massimo. Al mio fianco cadde per primo Nello Casali (Romagnino) un giovane di Cesena, poi cominciarono i feriti e poi fummo costretti a scendere al piano terreno quando ormai eravamo quasi accerchiati.
Dal piano terreno la nostra resistenza era molto più difficile e poco dopo mezzogiorno io mi resi conto che quella posizione non poteva più essere tenuta. Ma anche per i fascisti la lotta era dura ed era costata loro molte perdite. Nel prato i morti fascisti e tedeschi non erano pochi. Ricordo che un ufficiale fascista, visto che i militi cominciavano ad indugiare dopo molti assalti falliti, gridò: « Avanti, ragazzi, il Duce ci guida! » Ma Piva li attendeva allo scoperto e li falciava col fucile mitragliatore piazzato davanti alla casa base prospiciente il canale.
Abbandonare la Palazzina però non fu facile. Io uscii per primo per raggiungere Aldo che ci chiamava dalla casa bassa e quando lo raggiunsi una bomba a mano gli scoppiò quasi addosso coprendolo di schegge. Allora Giulio, che era con Aldo, corse nella Palazzina per richiamare tutti fuori poiché ormai erano quasi completamente accerchiati. I fascisti allora cominciarono a urlare che i nostri uscissero con le mani in alto. Ma per primo uscì Carlone, col mitra in mano, e falciò tutti i fascisti che gli erano attorno e così aprì una breccia dalla quale, sparando da ogni parte, i nostri, anche i feriti, poterono uscire. Ma nella mischia tre dei nostri (Scalabrino, Bridge e Giulio) morirono e altri, fra cui lo stesso Carlone, furono feriti.
I fascisti continuarono ad attaccare, ma l’intensità del loro fuoco diminuì e noi ce ne accorgemmo. La cosa era importante perché, al calare della sera, sapevamo che avremmo potuto uscire. Sembra che i nazifascisti si fossero trovati a corto di munizioni ed avessero subito perdite assai gravi per cui avevano deciso di richiamare dal fronte un carro armato « Tigre » per limitarsi all’attacco a distanza. Il « Tigre » arrivò e cominciò a sparare, ma ormai si avvicinava la sera. L’ultimo morto fu un aviatore neozelandese (John Klemlen), molto bravo e coraggioso, che fu proprio colpito dal « Tigre », mentre, in posizione di retroguardia, tentava di salvare i feriti.
Noi ci sganciammo, protetti dalla nebbia che avevamo creato artificialmente con un nutrito lancio di bombe fumogene, risalendo il corso del canale covaticcio in direzione di piazza Umberto I (ora piazza dei Martiri), dove ingaggiammo l’ultimo scontro a fuoco della giornata contro i brigatisti neri che la presidiavano. Avemmo ancora dei feriti, uno dei quali grave, ma la sorpresa dell’attacco portò alla distruzione dell’ostacolo e i fascisti che furono risparmiati si salvarono con la fuga.
Potemmo così gradualmente ritornare nelle vecchie basi della brigata sparse nella città. Frattanto, a cominciare dalle sei e mezza della sera, i gappisti della base dell’Ospedale Maggiore avevano iniziato l’attacco ai fascisti e ai tedeschi i quali, colti di sorpresa da più parti nella zona attorno a porta Lame, si sbandarono e si diedero alla fuga.
Durante l’inverno la situazione in città divenne molto difficile, specie nel mese di dicembre. I tedeschi e i fascisti, approfittando del blocco del fronte, scagliarono contro di noi tutte le loro forze e avemmo dei gravi danni anche a causa di delazioni di alcuni ex partigiani passati al nemico. La nostra attività tuttavia non si interruppe mai completamente e io stesso, con una squadra di GAP, continuai le azioni di attacco nella cerchia urbana. In gennaio si poté finalmente cominciare la riorganizzazione e così potemmo giungere alla fase finale della lotta in piena efficienza organizzativa e militare.
Questo post è stato pubblicato sul blog Storie dimenticate il 13 novembre 2012

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