Skip to content

Budrio (Bologna): tra sconfitta elettorale evitata per un soffio e bandi della discordia

Budrio
Budrio
di Massimo Corsini
La notizia, diffusa solo una settimana fa, della visita della guardia di finanza del maggio scorso negli uffici del primo cittadino di Budrio Giulio Pierini, mette in imbarazzo un’amministrazione che dal momento del suo insediamento non sembra godere di grande popolarità. Nessuna meraviglia che l’evento sia stato tanto poco pubblicizzato. È bene ricordare che Budrio è il paese in cui, alle ultime elezioni, dopo Parma e Comacchio, il PD ha rischiato di perdere per soli 200 voti la sua terza piazza regionale contro il Movimento 5 Stelle.
La ragione della scomoda visita è stata il ritiro di tutte le carte relative alla vendita di metà del pacchetto di azioni Hera detenute dal Comune per un valore di 885 mila euro. L’operazione, decisa in seguito all’impossibilità di coprire un buco di bilancio di circa un milione di euro che doveva arrivare dagli oneri di urbanizzazione per la costruzione di un centro commerciale, secondo l’opposizione è stata condotta in modo non troppo chiaro per non dire sospetto. Da qui la decisione dei consiglieri di minoranza Antonio Giacon, Maurizio Mazzanti, Leda Carisi, Gabriele Carlotti e Luca Gherardi di presentare un esposto alla Procura della Repubblica e alla Corte dei Conti.

È bene dire fin da subito che, al momento, non ci sono ipotesi di reato né indagati. Nel frattempo, però, il pm Rossella Poggioli sta facendo i dovuti approfondimenti. Quanto segue l’accaduto. Nell’ottobre 2012 il sindaco Pierini comunica al Consiglio Comunale che avrebbe ceduto metà delle azioni Hera detenute dal Comune. Dopo una commissione preparatoria, necessaria a far conoscere quel che si sarebbe votato, al Consiglio successivo viene tolta dall’ordine del giorno la vendita delle azioni.
“Ci è sembrato di intuire che anche nella maggioranza ci fosse una certa perplessità. È probabile che avessero deciso di prendere tempo per rendere più partecipata la decisione”, spiega il consigliere 5 stelle Antonio Giacon. Infine l’ordine viene approvato con il voto favorevole della maggioranza e quello contrario dell’opposizione: il prezzo di vendita delle azioni, infatti, era particolarmente sconveniente per il Comune e si sarebbe svenduto così parte del patrimonio pubblico. Vengono in seguito fatti due bandi di gara: il primo in cui il valore delle singole azioni veniva ulteriormente scontato del 5% ed un secondo bando correttivo in cui questo sconto veniva raddoppiato al 10%.
“Il direttore dei servizi finanziari ha motivato semplicemente spiegando che è stato un semplice errore” chiariscono Giacon e Mazzanti. Del secondo bando l’opposizione si accorgerà “di straforo”, come hanno spiegato gli stessi interessati, e a dicembre 2012 avviene la vendita. Le azioni se le aggiudica il consorzio imolese Con.Ami, terzo azionista di Hera (già noto alle cronache per aver fatto affari negli anni passati con una società, la SCR, vicina alla famiglia Cosentino per la costruzione di una centrale a turbogas a Sparanise). A questo punto nell’opposizione si insinua il sospetto di una turbativa d’asta pubblica e decide di fare una ricerca sui casi simili precedenti. Ma che cosa realmente è risultato così poco chiaro in tutta questa faccenda?
Anzitutto il fatto che ci sia stato un secondo bando di gara solo due giorni dopo il primo (21 e 23 novembre 2012), che raddoppiava, per un casuale errore precedente, lo sconto sul valore di azioni il cui prezzo medio aveva già subito un forte sconto sul valore medio delle azioni. In seguito, dovendo il prezzo a base d’asta essere certificato da un soggetto terzo per imparzialità, i consiglieri si sono chiesti se questo attestato di congruità, come in gergo tecnico si chiama, esistesse.
Ovviamente la risposta è stata affermativa, peccato che nel bando d’asta non compaia il nome di alcun professionista in proposito, e che quando i consiglieri si sono recati più volte in comune per chiedere l’attestato, per una ragione o per un’altra sono stati sempre rinviati con una scusa alla volta successiva. Quando finalmente arriva il documento, un dettaglio salta immediatamente all’occhio: dall’analisi della data del protocollo sembra ipotizzabile che l’attestato sia stato prodotto tardivamente rispetto all’asta (il sistema informatico consente di riconoscere quando un documento viene protocollato in un anno diverso da quello in corso). Ad ogni modo, da qualche parte in Comune, dovrà risultare il servizio prestato o il pagamento effettuato. Il terzo fatto che risulta poco chiaro, per non dire torbido, è che l’unico partecipante all’asta sia stato solo il consorzio imolese Con.Ami.
Il sindaco Pierini, commentando l’accaduto, ha affermato di essere tranquillo poiché la stessa operazione è stata realizzata anche in altri comuni. Effettivamente è da prendere in parola. Dalle ricerche effettuate dai consiglieri di minoranza risulta che Con.Ami sia stato l’unico partecipante, nella stessa situazione, anche in altre aste con altri comuni, e sempre beneficiando dello stesso sconto del 10%: dal 2007 a 2012 è il caso di Savigno, Castello d’Argile, Morciano, San Giovanni Marignano, Misano, Coriano ed infine Budrio, solo per Pieve di Cento l’asta va deserta e infatti non risulta alcuno sconto. Una strana monotonia.
Perché, e cosa significhi questo ripetuto drenaggio di azioni che, attraverso le amministrazioni, sposta quello che dovrebbe essere un patrimonio pubblico, sminuendolo, verso uno strano ibrido tra pubblico e privato, come il consorzio in questione, Con.Ami, terzo azionista di Hera, non è dato sapere. Starà alla procura capire se si tratti di nulla o significhi qualcos’altro.

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.