Un altro mondo possibile e necessario 

di Antonio Mazzoni /
31 Ottobre 2026 /

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Dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’Urss, qualche esperto frettoloso decretò la “fine della storia”, intendendo con questa locuzione l’epilogo dei conflitti ideologici tra l’Occidente liberale e il “mondo sovietico” improntato, al collettivismo statalista.  

Il tracollo del comunismo-realizzato spalancava la via a un unico modello di sviluppo, quello capitalistico/liberale, senza più inciampi e contrasti. Finalmente si profilava una Terra pacificata all’insegna del progresso tecnologico, della fede nel mercato e dell’individualismo proprietario.  

Sono trascorsi da allora più di 35 anni e assistiamo increduli e angosciati al profilarsi di una terza guerra mondiale, in un contesto segnato da crisi climatiche rovinose, pratiche terroristiche efferate, proliferazione di conflitti per il controllo delle fonti energetiche e imponenti migrazioni di popoli.  

Oggi è assurdo sostenere che la profezia sulla fine della storia si sia avverata. Se la globalizzazione capitalistica ha contribuito a far acquisire un livello medio di prosperità e scolarizzazione anche in aree del mondo segnate dal sottosviluppo, nello stesso tempo ha dilatato a dismisura il divario tra ricchi e poveri. Secondo il rapporto Oxfam 2026, dodici individui super ricchi – quasi tutti statunitensi – possiedono un patrimonio pari a quello di quattro miliardi di persone a basso reddito che abitano il Sud del mondo.  

A differenza delle ricchezze, che si sono concentrate in un unico luogo, le turbolenze sociali hanno conosciuto un effetto moltiplicatore in ogni angolo della terra. Secondo il Peace Research Institute di Oslo, oggi sono attivi nel pianeta ben 65 conflitti armati, localizzati in 35 Paesi. 

Con il senno di poi possiamo affermare che i dissesti economici e le tensioni socio-politiche del secolo scorso non erano imputabili tanto al modello comunista – pur responsabile di innegabili storture – quanto ad altri fattori e attori che cercheremo di mettere a fuoco, con particolare attenzione ai rapporti tra il Nord e il Sud del globo terrestre.  

In primo luogo si consideri la distribuzione della popolazione mondiale secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite. 

Circa un secolo fa, nei cinque continenti vivevano 2 miliardi di persone di cui il 56.7% in Asia, l’8.1% in Africa e il 5,5% in America latina. Il 24.2 % viveva in Europa, un altro 5% abitava l’America del Nord, e lo 0.5 % l’Oceania.  

Oggi siamo circa 8 miliardi e 300 milioni – quattro volte in più rispetto agli inizi del Novecento – così distribuiti: il 59% in Asia, il 18.3% in Africa, l’8% in America latina. L’Europa è scesa al 9%, mentre l’America del Nord è stabile al 5% e l’Oceania è salita allo 0,7%. 

Il tasso di crescita delle popolazioni del Sud, impetuoso in Africa, ha portato oggi gli abitanti di Asia e Africa riuniti, alla percentuale del 77.3% sul totale del pianeta. La cifra sale all’85%, se aggiungiamo l’America latina. La quota percentuale residua è riservata a Europa e America del Nord, il cosiddetto Occidente, sceso dal 30% al 14/% della popolazione mondiale. 

Siamo dunque in presenza di un vero tracollo demografico dei Paesi che hanno promosso e gestito la rivoluzione industriale dal 1700 a oggi, con radicali trasformazioni sociali e politiche che, assieme a indubbi benefici, hanno prodotto vistosi e insostenibili squilibri. In particolare nella distribuzione della ricchezza, come sopra segnalato.  

Non solo, se si allarga lo sguardo all’impiego delle risorse globali della Terra, si vede che gli USA e l’Europa con il 14% della popolazione complessiva ne consumano il 49%, soprattutto in campo energetico. Si obietterà che pure la Cina, con un 23% di consumi, contribuisce a drenare materie prime, con ricadute negative sulla salute del pianeta, ma i cinesi sono un miliardo e 400 milioni, quasi il doppio di americani e europei messi assieme, inoltre investono massicciamente nelle energie pulite. 

 Nella graduatoria delle disparità risaltano anche i casi di India e Africa che insieme contano tre miliardi di abitanti e consumano appena il 10% delle risorse complessive, un quinto di quelle utilizzate dai Paesi occidentali.  

Per completare il quadro si considerino i redditi medi mensili pro capite dei vari popoli, secondo le stime degli organismi internazionali. In cima alla graduatoria troviamo i cittadini di Usa e Canada, con un reddito medio mensile di 4 mila dollari, seguiti dagli europei con 2 mila dollari. Si scende poi ai 700 dollari dei latino americani, ai 600 degli asiatici e ai 170 dollari degli africani, fanalino di coda. 

L’aspetto più dissonante e stridente di questa classifica, come pure delle precedenti tabelle, è che buona parte dei Paesi del Sud, poveri o addirittura indigenti, possiede nei propri territori la maggior quantità di minerali preziosi, beni oggi strategici per realizzare la rivoluzione verde e digitale che sta investendo l’epoca attuale. Cina, Perù, e Cile estraggono il 50% del rame nel mondo, la Cina inoltre possiede il 60% delle terre rare, minerali abbondanti pure in Malawi, assieme all’uranio. Il 60% del cobalto proviene dalla Repubblica Democratica del Congo, assieme al coltan, presente anche in Ruanda. Abbiamo poi Bolivia, Cile e Australia che vantano preziosi giacimenti di litio. La grafite è abbondante in Madagascar e Mozambico, mentre Filippine e Indonesia dispongono di notevoli miniere di nichel. Senza i minerali qui elencati sarebbero impensabili i veicoli elettrici, i pannelli fotovoltaici, gli impianti eolici, e ancora i semiconduttori, i magneti e i componenti elettronici di gran parte delle industrie d’avanguardia.  

Si tratta in buona parte di Paesi ex coloniali, fragili istituzionalmente, che per le loro industrie e la finanza ruotano nell’orbita degli Stati europei, già loro colonizzatori. Va detto poi che il possesso di tali beni preziosi non è garanzia di ricchezza e benessere in quanto, per ragioni storiche endogene ed esogene, gli stessi Paesi detentori non sempre sono dotati di infrastrutture e impianti di trasformazione adeguati alle necessità del mercato, per cui devono ricorrere ad agenzie esterne che si appropriano del valore aggiunto dei prodotti. Di fatto vengono strangolati da una sorta di neocolonialismo economico gestito da grandi multinazionali o potenze straniere che acquisiscono le concessioni minerarie lasciando sul territorio solo le briciole dei profitti realizzati. 

Le rivalità tra potenze concorrenti che mirano a controllare e ad appropriarsi di risorse pregiate, vecchie e nuove, sono causa dei conflitti che lacerano il mondo da almeno 25 anni, com’è successo e come tuttora si verifica per gas e petrolio: esemplari sono i casi del Congo e del Venezuela. 

 Le masse africane, asiatiche e latino americane, crescenti nei numeri e povere sul piano economico, aspirano legittimamente, com’era prevedibile, a un tenore di vita meno precario e più soddisfacente. Pertanto in un mondo globalizzato dove tutto è sotto gli occhi di tutti, si muovono all’interno dei loro Continenti e/o verso i Paesi ricchi del Nord per realizzare tali aspirazioni. 

Molti provengono da aree del pianeta colpite da guerre endemiche provocate da avidità, odi tribali, divergenze religiose e animosità politica. Altri ancora fuggono da zone desertificate per crisi climatiche provocate dal surriscaldamento dell’atmosfera dovuto all’industrialismo squilibrato dei Paesi del benessere. E non possiamo biasimarli perché lo stesso fecero i nostri nonni quando, sfiancati dalla miseria, s’imbarcarono per le Americhe e altri lidi.   

Oggi si tratta in gran parte di giovani e giovanissimi cresciuti nei Paesi dove il tasso di natalità è ancora alto e dove la fascia di età fino ai 25 anni rappresenta il 40% della popolazione, contro il 30 % della statunitense e il 25% della europea. Nei territori di partenza i cittadini anziani sono ancora una minoranza esigua, mentre nel nostro Occidente gli ultra sessantacinquenni superano ormai il numero dei giovani di età inferiore ai 15 anni, rapporto che avrà pesanti ricadute sul futuro delle attività produttive e sui bilanci degli Enti previdenziali. 

Per concludere, riprendendo il filo del discorso sui modelli di sviluppo, quello invalidato dalla storia e quello incautamente osannato dai “vincitori”, si può dire che alla prova dei fatti i liberal sono stati decisamente precipitosi. La ricchezza complessiva del pianeta è aumentata, ma la sua distribuzione è più diseguale che mai. I criteri liberisti adottati nel settore economico hanno distratto risorse da quello pubblico a favore degli oligopoli privati che, sciolti da vincoli di compatibilità con gli interessi collettivi, hanno impoverito i ceti medi del mondo intero e marginalizzato il lavoro operaio. In più la ricerca sfrenata del profitto nel campo delle industrie estrattive e l’impiego sconsiderato di idrocarburi ha compromesso ulteriormente le già precarie condizioni di salute del pianeta. 

In ambito politico poi il liberalismo capitalista, prono agli interessi imprenditoriali, non è stato in grado di esercitare alcun controllo sugli appetiti delle grandi imprese, mettendo in difficoltà l’assetto democratico, come dimostrano le vicende di Donald Trump e di Silvio Berlusconi, esempi di uomini d’affari che hanno assunto in proprio il governo politico delle loro comunità, con arroganza e spregio delle norme costituzionali del Paese che rappresentavano e rappresentano, come pure delle convenzioni internazionali.  

Direi che i due modelli, quello collettivista e quello liberista, l’uno fondato sul marcato statalismo che deprime le libertà individuali, l’altro proteso al successo personale con l’accumulo di beni oltre il necessario per soddisfare i bisogni fondamentali, e senza alcun vincolo comunitario, sono entrambi inadeguati a garantire benessere diffuso, eguaglianza sociale, convivenza pacifica tra i popoli e rispetto delle compatibilità ambientali.  

C’è urgente bisogno di definire e prospettare valori autentici, senza temere accuse di utopia. È compito delle nuove generazioni, compresi i giovani che bussano alle nostre porte e quelli che vivono già tra noi, ricercare un modo di vivere diverso e più appagante, una volta appurato – com’è ormai evidente – che l’accaparramento delle ricchezze con relativo spreco e saccheggio, non crea maggiore felicità.  

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