Dove cresce il sindacato in Italia

di Stefano Poggi /
17 Ottobre 2026 /

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Secondo i dati sul pubblico impiego il tasso di sindacalizzazione nel 2025 arriva al 51%, in aumento rispetto al 47% registrato nel 2012, quando il settore era strutturalmente diverso.

Nonostante i periodici de profundis cantati per il sindacato dalla stampa e dalla destra italiane, c’è nel nostro paese un settore in cui i sindacati sembrano godere di buona salute. Stiamo parlando del settore pubblico, che impiega nel nostro paese 3,4 milioni di lavoratori – circa un quinto del totale dei lavoratori dipendenti. 

È questo l’unico settore per cui sia disponibile un dato certificato sulla rappresentatività delle diverse sigle sindacali – sia per quanto riguarda il numero degli iscritti che per le rappresentanze sindacali. Grazie ai periodici accertamenti Aran sulla rappresentatività, sappiamo così che il tasso di sindacalizzazione nel pubblico si attestava nel 2025 al 51%, con un significativo aumento rispetto al 47% registrato nel 2012 . Un dato notevole, in un paese in cui il tasso di sindacalizzazione generale viene stimato fra il 30% e il 25%. Non solo: nello stesso arco cronologico la partecipazione dei lavoratori pubblici alle elezioni dei rappresentanti sindacali è rimasta sostanzialmente stabile (dal 67% al 66%) – un dato significativamente superiore all’affluenza alle elezioni più partecipate, quelle politiche. Insomma, nel settore pubblico i sindacati non solo sarebbero più forti di 15 anni fa, ma starebbero anche riuscendo a evitare l’avanzata dell’astensionismo ormai endemica in ogni democrazia europea. 

Un settore che cambia

Avvicinando lo sguardo al settore del pubblico impiego ci si rende conto di quanto, nell’arco di poco più di un decennio, esso sia strutturalmente cambiato. La politiche di austerità seguite alla crisi finanziaria del 2008 hanno provocato un crollo di ben 119 mila lavoratori pubblici fra il 2009 e il 2013, una contrazione recuperata solo parzialmente nel decennio successivo. Ancora oggi, i lavoratori del pubblico in Italia sono decine di migliaia in meno rispetto al periodo pre-austerità. Guardando il dato disaggregato per singolo comparto, si può vedere come questa evoluzione sia avvenuta in modo piuttosto disomogeneo. Rispetto al 2009, i dipendenti delle «funzioni centrali» (ministeriali) sono crollati del 23%, mentre quelli degli enti locali del 20,5%. Al tempo stesso, a fronte di una leggera crescita del settore della sanità (+1,5%), il settore della conoscenza (scuola e università) è calato del 2,4%.

Nel contesto di questi vorticosi cambiamenti (e del notevole turn over degli ultimi anni), il sindacato nel settore pubblico si è rafforzato. Come detto, il tasso di sindacalizzazione è aumentato superando la metà del totale della forza lavoro. Nel solo triennio 2021-2024, gli iscritti ai sindacati nel pubblico sono aumentati in termini assoluti di ben 119 mila lavoratori. Anche in questo caso, però, l’analisi per comparto rivela una situazione articolata. Nel settore più colpito dai tagli, le funzioni centrali, il tasso di sindacalizzazione è sceso dal 49,6% del 2012 al 42,5% del 2025. Negli enti locali gli iscritti sono ulteriormente calati al 28,8%, in un comparto in cui il tasso di sindacalizzazione è tradizionalmente basso a causa della sua struttura molto frammentata. A trainare la crescita della sindacalizzazione nel pubblico sono stati quindi i due settori in cui nell’ultimo quindicennio i tagli hanno colpito meno dal punto di vista occupazionale: nel settore scuola-università il tasso di sindacalizzazione è infatti balzato dal 51,3% al 57,3%, mentre in quello della sanità dal 51,5% al 57,8%.

Chi cresce (e chi no)

I dati Aran ci permettono di andare più a fondo rispetto a questo dato, verificando quali sigle sindacali siano state maggiormente premiate dalla crescita del tasso di sindacalizzazione. 

In tutti i settori del pubblico, i tre sindacati confederali rimangono di gran lunga i più rappresentativi. Nel 2025, gli iscritti a Cgil, Cisl e Uil erano il 62,9% del totale dei lavoratori sindacalizzati del pubblico – ovvero il 30,1% dei lavoratori del settore. Questo dato cela però un indebolimento dei confederali se paragonato a quello del 2012, quando i confederali rappresentavano il 68,8% del totale dei sindacalizzati. Nonostante tutte e tre le sigle confederali abbiano oggi più iscritti in termini assoluti che 15 anni fa, in termini relativi sia la Cisl (dal 27,6% al 24,1%) che la Cgil (dal 26% al 21,4%) hanno perso peso sul totale degli iscritti, mentre la Uil l’ha leggermente aumentato (dal 15,1% al 17,3%). I confederali hanno lievemente risalito la china negli ultimi anni: fra il 2021 e il 2024, delle 119 mila nuove iscrizioni ai sindacati 79 mila sono state raccolte da Cgil-Cisl-Uil. Se nelle funzioni locali i confederali si confermano di gran lunga maggioritari (82%, in leggera crescita rispetto al 2012), in tutti gli altri comparti il loro peso è significativamente calato: -5% nelle funzioni centrali e nella conoscenza, -7,2% nella sanità. 

Del calo relativo dei confederali non sono riusciti ad approfittare i sindacati conflittuali. Questi rimangono largamente residuali in tutti i comparti del pubblico tranne che nel settore scuola-università, dove la loro presenza negli ultimi anni si è rafforzata pur rimanendo marginale in termini prettamente numerici. Le due principali sigle di base del settore dell’istruzione (Cobas Scuola e Usb PI) rappresentavano nel 2025 circa 13 mila lavoratori, ovvero l’1,6% del totale dei sindacalizzati: «L’attuale panorama sindacale nel pubblico impiego – spiega Cristiano Fiorentini dell’esecutivo nazionale Usb PI – è il frutto di anni di riflusso sul piano politico e sindacale che hanno portato lavoratrici e lavoratori a far propria una concezione individualista che punta al miglioramento della propria condizione. In un contesto simile il lavoro del sindacalismo di base è decisamente “controvento”».

In termini di iscrizioni sono stati invece i sindacati corporativi e autonomi ad aumentare il proprio peso. A spiccare, in particolare, è la crescita dei sindacati corporativi, cioè di quelle sigle che si limitano a rappresentare una specifica parte del proprio comparto – una singola corporazione, appunto: i soli professori nella scuola, i soli infermieri nella sanità e così via. Nel settore della conoscenza le maggiori sigle corporative del personale docente (Gilda e Anief) rappresentano ormai quasi un quinto dei sindacalizzati (18,2%), mentre nel 2012 si limitavano a poco più di un decimo. Similarmente, nella sanità i due maggiori sindacati degli infermieri (Nursind e Nursing Up) pesavano all’ultima rilevazione il 18,4% del totale degli iscritti del comparto mentre nel 2012 si fermavano al 10,8%. 

Sulle ragioni della crescita dei sindacati corporativi le opinioni divergono. «La rappresentanza dei confederali – spiega Andrea Bottega, segretario nazionale del Nursind – è risultata insufficiente perché, nonostante crescessero responsabilità e obblighi di formazione in capo agli infermieri, questi continuavano a ricevere un trattamento uguale a quello riservato a professioni che non avevano conosciuto lo stesso sviluppo». Di altro avviso, invece, Federico Bozzanca, segretario generale FP Cgil: «A fronte dell’indebolimento della sanità, noi riscontriamo una corsa alla difesa di interessi specifici che vengono spesso letti in contrapposizione a quelli che sono invece gli interessi generali del sistema».

Per approfondire …

La tenuta della democrazia sindacale

Il tasso di sindacalizzazione è salito ma la partecipazione al momento per eccellenza della democrazia sindacale – le elezioni delle rappresentanze sindacali unitarie (Rsu) – è rimasta sostanzialmente invariata. Fin dal 1998 in tutti i luoghi di lavoro del comparto pubblico le Rsu sono obbligatorie e devono essere rinnovate ogni tre anni. In questo contesto, se nel 2012 andarono a votare circa il 67,2% degli aventi diritto, nel 2025 l’affluenza era di poco scesa al 66,3%. Nello stesso periodo, per avere un dato comparativo, la partecipazione alle elezioni politiche è passata dal 75% (2013) al 63% (2022). 

Anche in questo caso siamo di fronte a un quadro articolato per singolo settore: la partecipazione è aumentata solo nella sanità (+3,5%) mentre è diminuita nelle funzioni locali (-0,5%), nelle funzioni centrali (-3,6%) e nella scuola-università (-4,2%). Al di là dell’articolazione per settore, rimane però il dato di un’alta partecipazione alle elezioni delle rappresentanze sindacali: «Le Rsu – spiega Federico Bozzanca della FP Cgil – sono i principali attori della contrattazione nei posti di lavoro, dove legano il momento della partecipazione democratica a quell’azione negoziale che rappresenta la possibilità di beneficiare di un miglioramento delle condizioni economiche e di lavoro». L’alto dato dell’affluenza rappresenterebbe quindi un riconoscimento da parte dei lavoratori del ruolo concreto delle rappresentanze chiamate a discutere degli accordi integrativi che condizionano il loro salario e le loro condizioni lavorative. Se negli ultimi decenni la democrazia politica è stata indebolita dallo svuotamento di potere reale delle istituzioni rappresentative, la democrazia sindacale terrebbe quindi anche perché i rappresentanti eletti continuano a esercitare un potere tangibile dal punto di vista negoziale.

Così come nel numero degli iscritti, anche nel voto delle Rsu gli ultimi quindici anni hanno visto alcuni sostanziali cambiamenti. Nel 2025, i tre sindacati confederali hanno ottenuto il 70,7% del totale dei voti espressi, segnando un calo del 4% rispetto al 2012. Il peso di Cgil, Cisl e Uil varia però per comparto, oscillando fra l’85,9% delle funzioni locali e il 62,9% delle funzioni centrali. Così come nel tesseramento, anche a livello elettorale l’unico sindacato confederale a essersi rafforzato nel lasso di tempo analizzato è stata la Uil (+2%), mentre sono calati sia la Cisl (-1,5%) che la Cgil (-3,5%). È interessante notare come i confederali siano significativamente più forti nelle elezioni delle Rsu (70,7% dei voti totali) rispetto al loro peso in termini di sindacalizzazione (62,9% degli iscritti totali). Si tratta di un dato comune a tutti i comparti del pubblico che solo in parte può essere spiegato dal vantaggio competitivo del radicamento più diffuso dei confederali. In particolare è la Cgil a mostrare di più questa asimmetria fra voti e iscrizioni, con un dato eclatante nel settore scuola-università, dove a fronte di un 20% del totale dei sindacalizzati il sindacato rosso ottiene il 27,6% del totale dei voti: «È il segno di un sindacato generale, che non chiede appartenenza per offrire rappresentanza – spiega Gianna Fracassi, segretaria generale di Flc Cgil – Nel nostro comparto il voto Rsu è la scelta di un indirizzo: sulla stabilizzazione dei precari, sul rinnovo contrattuale, sulla difesa della scuola, dell’università e della ricerca pubblica. Su quell’indirizzo raccogliamo un consenso che va molto oltre il perimetro dei nostri iscritti».

Oggi nel pubblico, domani nel privato?

Le specificità dell’impiego pubblico spiegano in parte la tenuta del sindacato in questo ambito. La maggiore sicurezza dei lavoratori pubblici li rende meno ricattabili a ritorsioni in caso di azione sindacale – o anche solo di sindacalizzazione. Al tempo stesso il sistema di rappresentanza basata su Rsu obbligatorie contribuisce a dare forza ai sindacati – avvicinando il sistema italiano a quello ad alta istituzionalizzazione di altri paesi europei come Austria e Germania. Sembra in particolare questa forma ibrida di istituzionalizzazione sindacale la peculiarità che più può spiegare la divergenza dei sindacati pubblici italiani rispetto a quelli declinanti degli altri paesi occidentali. Se è infatti vero che ovunque il sindacato è più forte nel pubblico che nel privato, il caso italiano rimane peculiare nel suo costante aumento del tasso di sindacalizzazione.

Come abbiamo visto, questo rafforzamento varia da comparto a comparto. Se da una parte esso sembra derivare dall’effettiva capacità di azione negoziale dei sindacati sui luoghi di lavoro – che rende la democrazia sindacale una democrazia «utile» agli occhi dei lavoratori –, un ruolo certo non secondario l’ha giocato l’obbligatorietà delle rappresentanze sindacali in ogni luogo di lavoro pubblico. In questo senso, grande attenzione dovrebbe essere riservata al probabile accordo sulla rappresentanza che sindacati confederali e associazioni datoriali stanno negoziando in questi mesi (pur con tutte le problematicità legate agli aspetti solo apparentemente «secondari» della trattativa). Perché se la creazione di un ecosistema favorevole alla democrazia sindacale ha aiutato il sindacato a crescere nel pubblico, lo stesso potrebbe avvenire nel settore privato.

*Stefano Poggi è assegnista di ricerca presso l’Università di Padova, dove si occupa degli effetti sociali e ambientali delle privatizzazioni ottocentesche dei beni comuni. Oltre ai sindacalisti menzionati, l’autore ringrazia Stefano Bagnara.

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin il 16 ottobre 2026

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