Cosa si può fare contro la truffa “Melonellum”?

di Massimo Villone /
24 Settembre 2026 /

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Il Senato ha approvato il Melonellum secondo copione, con maxi-premio e soglia al 42% in entrambe le Camere, preferenze farlocche su liste brevi con capolista bloccato. La maggioranza vuole chiudere in tempi brevi. In conferenza stampa, Meloni ha diffidato i soci di coalizione annunciando il possibile ricorso alla fiducia in Camera dei deputati. Si consolida il sospetto che pensi a uno scioglimento anticipato, nonostante dichiari il contrario. Aver assunto il ruolo di befana del bollo è una mossa di campagna elettorale. Si promette e poi si vota, prima che gli italiani capiscano di essere stati gabbati, magari perché le regioni quadrano i conti aumentando qualche balzello. Meloni ha più d’un motivo per andare al voto al più presto.

Potrebbe risolverle un problema con l’autonomia differenziata. Fra non molto avrà sul tavolo le intese con i presidenti di Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria. Meloni sa che nel Mezzogiorno l’autonomia si vende male. Le conviene firmare le intese accontentando il Nord, ma andare a uno scioglimento delle Camere prima che sopravvenga l’approvazione con legge richiesta dall’art. 116.3 Cost., così tranquillizzando il Sud. Inoltre, votare presto le risolverebbe il problema della impugnativa in Consulta della legge elettorale, che è improbabile giunga a sentenza nei tempi brevi concessi da uno scioglimento anticipato. Perciò legge elettorale a passo di carica, voto al più presto, e poi si vedrà. Infine, c’è il bonus aggiuntivo che prima si vota più è in difficoltà il campo avverso, che ancora balbetta. Quanto ai tempi, probabilmente non prima del 14 aprile 2027, data in cui i parlamentari in carica maturano il diritto alla pensione.

C’è chi pensa che una strategia di anticipo del voto si infrangerà contro il diniego di Mattarella di sciogliere le Camere. Ma, salvo il caso di imprevedibili e gravi emergenze, non vedo Mattarella mandare in Parlamento un gouvernement de combat, come direbbero i francesi, sapendo che non avrà mai la fiducia. Come lo giustificherebbe per un anticipo di qualche mese? I governi tecnici o “del presidente” non sono mai nati contro una esplicita volontà delle forze politiche maggioritarie, ma sempre con il loro sostanziale accordo, o almeno tolleranza.

Questo riguarda un futuro possibile, e si vedrà. Ma c’è un adesso per la legge elettorale. Parlo dell’organizzazione di una campagna per portarla in Corte costituzionale, e l’iniziativa va condivisa e sostenuta. Facendo però attenzione ai rischi, che non mancano.

Il punto è che i singoli elementi dell’impianto del Melonellum, in sé considerati, passano attraverso le maglie (larghe) della giurisprudenza costituzionale (sent. 1/2014 e 35/2017). La proposta è stata scritta dalla maggioranza con un occhio all’obiettivo di rimanere a Palazzo Chigi, e l’altro alla Consulta. In Parlamento la destra rivendica l’osservanza delle sentenze, e Donzelli (FdI, Camera, 15 luglio) contesta alle opposizioni di non averle lette. Lisei (FdI) il 14 settembre in Senato spiega che la soglia è stata alzata dal 40 al 42% per “far pace con la Corte costituzionale”. Paganella (Lega) il 15 rivendica di aver seguito “esattamente i dettami della Corte” e di essere stati “ancora più scrupolosi” alzando la soglia.

Smontare la difesa della destra può non essere facile. Bisognerà argomentare sulla differenza rispetto a quello che la Corte ha già validato, e non si può escludere che la Corte ritenga tale diversità affidata alla discrezionalità del legislatore. Una sentenza di rigetto, o anche di accoglimento solo su questioni anche molto rilevanti, come le firme, che però non toccano la struttura della legge, darebbe argomenti alla destra.

Leggiamo su queste pagine che per La Russa la legge conviene a tutti. Non è così. Questa è una legge della destra per la destra. Rebus sic stantibus (incluso Vannacci), rimane probabile uno scenario in cui la Camera approva definitivamente il testo com’è oggi, con o senza questione di fiducia, poi si vota (presto). La battaglia è nelle urne prima che nelle aule di giustizia, e il seguito è nelle mani di chi vince. Ecco un’idea per la campagna elettorale delle forze progressiste: cosa si propone per stabilizzare il sistema democratico, piuttosto che l’inquilino di Palazzo Chigi?

Sono da tempo convinto che bisogna tornare al proporzionale e mettere in sicurezza la Costituzione. Nel 1953 con la legge truffa, affluenza alle urne di circa il 94% e soglia della metà più uno dei voti validi, il premio di maggioranza sarebbe scattato con il consenso di circa il 45% degli aventi diritto. L’assalto fallì. Domani con il Melonellum, affluenza come nel 2022 (64%) e soglia al 42% dei voti validi, il premio scatterebbe con il consenso di circa il 25% degli aventi diritto. Qui vediamo la fragilità della nostra democrazia.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 18 settembre 2026

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