Meloni colpita dal fuoco non più tanto amico

di Loris Campetti /
16 Luglio 2026 /

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Il voto segreto sulla legge elettorale segna una battuta d’arresto per Meloni. Decisivi i franchi tiratori della sua maggioranza, che affondano il progetto sostenuto dalla premier.La sconfitta apre interrogativi sulla tenuta del governo e mette le opposizioni davanti alla necessità di proporre un’alternativa credibile per il Paese

Dopo la bocciatura della controriforma della magistratura al referendum, Giorgia Meloni ha preso una seconda batosta sul progetto di riforma della legge elettorale, una legge truffa che se approvata dovrebbe garantire la sua permanenza a Palazzo Chigi e la possibilità per le destre di eleggere il futuro presidente della Repubblica

La premier underdog, come ama definirsi per dire che lei è una che viene dal popolo senza poteri che la sostengano, prima è stata bocciata dal popolo e poi dalla sua stessa maggioranza grazie al voto segreto su un emendamento imposto da Meloni ai riluttanti alleati leghisti e forzitalioti. Solo gli otto ultrafascisti di Vannacci hanno votato sì come annunciato fotografando il loro voto per dimostrare che Meloni avrebbe a disposizione in futuro un alleato certo per battere la sinistra.

Tra i 30 e i 40 franchi tiratori provenienti soprattutto da Lega e Forza Italia ma persino dalle truppe dei Fratelli d’Italia (le sorelle d’Italia sono in subbuglio contro l’eliminazione dell’alternanza uomo-donna) hanno detto no a una mediazione di basso livello sul diritto dei cittadini a esprimere le preferenze sui candidati da eleggere al Parlamento. Mediazione di basso livello perché prevede comunque il capolista bloccato e dunque eletto, scelto dal partito così come la lista degli eletti con l’abnorme premio di maggioranza previsto per chi vince superando la soglia del 42%.

Di fatto gli elettori sarebbero esclusi dalla scelta, delle preferenze non resterebbe che qualche avanzo e a decidere sarebbero solo le segreterie dei partiti. Ma anche questo pastrocchio si è rivelato inaccettabile per il plotone d’esecuzione delle destre. Il no ha prevalso per un solo voto, 188 invece dei previsti 219 contro 187 sì, per presunzione e arroganza Meloni non ha partecipato al voto il che ha impedito le parità assoluta. E infatti Elly Schlein in festa insieme a tutte le opposizioni ha parlato di “un voto contro l’arroganza” chiedendo alla premier sconfitta di salire il Colle del Quirinale e rassegnare le sue dimissioni a Mattarella, “per onore e senso delle istituzioni”, aggiunge Giuseppe Conte. Stessi commenti da parte dell’Alleanza Verdi Sinistra che ritiene l’opposizione pronta ad eventuali elezioni anticipate.

E c’è già chi pensa ai trucchi per imporre quel che la Camera ha già bocciato. Il presidente del Senato La Russa, quello con il busto del Duce sulla scrivania, dice che a Palazzo Madama il voto sarà palese così si potrà recuperare l’emendamento. C’erano una volta democrazia, trasparenza e partecipazione. Le destre hanno in mente un Parlamento di nominati e gli elettori trasformati in parco buoi, credere obbedire e combattere come diceva e faceva scrivere sui muri di città e villaggi il loro capo spirituale di nome Benito, come La Russa.

Da cittadini a sudditi. Detto che le priorità di un’Italia impoverita e isolata sono ben altre, peccato che le opposizioni non abbiano elaborato una loro proposta di legge elettorale, divisi come sono tra proporzionalisti e sostenitori del sistema maggioritario.

Dovrebbero chiarire se la governabilità conta più della democrazia partecipata, in un paese dove ormai meno del 50% si reca alle urne, salvo quando si tratta di difendere la Costituzione come è capitato al referendum sulla magistratura e dove il distacco dai partiti diventa incolmabile tra i giovani, che al contrario sono andati a votare in massa ai referendum della Cgil sui diritti dei lavoratori.

Lo schiaffo ricevuto dalla Meloni è molto grave, è la prima volta che il fuoco amico la colpisce ad alzo zero. È grave perché il giorno in cui era diventata capo del governo aveva promesso grandi riforme istituzionali. Non ne ha fatta una, e per fortuna, dalla giustizia al premierato.

Per non parlare della seconda promessa, quando annunciò il suo ruolo di mediatrice nel conflitto tra Europa e Stati Uniti: scaricata, sfottuta e insultata dal suo amico Trump eppure sempre pronta a tornare in servizio permanente effettivo fino a partecipare all’indecorosa ammucchiata organizzata da Vance tra i volenterosi combattenti contro l’antifascismo.

Non è che non abbia fatto nulla Giorgia Meloni, nei suoi quattro anni di governo. Ha fatto danni sociali rosicchiando pezzi di welfare per obbedire ai diktat americani e della Nato aumentando a dismisura la spesa militare, ha aumentato povertà e diseguaglianze, ha scatenato la guerra conto i migranti, gli studenti, gli oppositori, i giovani, i lavoratori. L’ennesimo decreto sulla sicurezza se trasformato in legge estenderebbe il fermo preventivo ai minorenni e aumenterebbe l’immunità delle forze dell’ordine.

In quattro anni si sono riempite carceri e arsenali e vuotati i granai. Insieme alla Germania, l’Italia si oppone al blocco in Ue dell’importazione dei prodotti alimentari sottratti dai coloni israeliani nei Territori occupati della Cisgiordania.

Ma è vero che il campo largo è pronto per eventuali elezioni anticipate? Pd, M5S e Avs sono d’accordo su tutto tranne su quello su cui divergono. A partire da un tema centrale, la guerra e la pace in una stagione in cui le guerre sono diventate l’esito innaturale della politica e hanno mandato in soffitta la diplomazia e il confronto tra Stati.

Conte è sotto accusa per aver detto una cosa di buon senso, cioè che non siamo a rischio di un attacco russo, che invece viene agitato per giustificare le politiche di riarmo, mentre i parlamentari del Pd fanno comunicati per condannare l’annunciata fine dell’embargo a Mosca nelle competizioni sportive e dimenticano di dire alcunché sulla partecipazione alle stesse di uno stato, Israele, guidato da un governo genocidario.

È giusto e comprensibile che le opposizioni festeggino per la nuova sbandata del governo più di destra della storia repubblicana, altrettanto giusta sarebbe un’accelerazione sulla costruzione di un programma comune di governo alternativo, senza rimuovere i temi più caldi, dalla politica estera e dalla collocazione internazionale dell’Italia alla politica economica, sociale e fiscale, mentre ancora oggi parlare di un prelievo patrimoniale sull’1% della popolazione più ricca fa scandalo.

Questo articolo è stato pubblicato su Area il 16 luglio 2026

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