Sciascia e Il giorno della civetta, l’importanza di guardare oltre

di Mattia Lasio /
3 Novembre 2026 /

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Frasi dette a metà, appena sussurrate. Per paura delle conseguenze, per timore di prendere una posizione. Perché si sa che, in un paese dagli infiniti grovigli come l’Italia, quando si conduce una battaglia in nome di ideali come la verità e la giustizia, spesso, ci si ritrova da soli. Da soli in quanto isolati da una massa che agisce nell’ombra e che fa di tutto per far apparire come sbagliato chi dissente dall’opinione che va per la maggiore, arrivando a negare persino ciò che si palesa con nitidezza sotto gli occhi di tutti. Attorno a questo ruota la riflessione di uno dei più grandi narratori nostrani di sempre ovvero Leonardo Sciascia nel suo romanzo d’esordio ‘’Il giorno della civetta’’, pubblicato nel 1961 dalla casa editrice Einaudi, in cui per la prima volta si affronta la tematica della mafia apertamente, con quella cognizione di causa di chi conosce a fondo l’argomento e non ha nessuna intenzione di girarci attorno ma è intenzionato ad aprire gli occhi a chi, ancora, finge di non capire e di non aver intuito il pericolo rappresentato da ciò che invece è fin troppo chiaro. 

Quando Sciascia pubblica ‘’Il giorno della civetta’’ ha quarant’anni e un percorso letterario costituito già da lavori importanti, basti pensare a opere come la raccolta di racconti ‘’Gli zii di Sicilia’’, lavori di saggistica quali ‘’Pirandello e il pirandellismo’’ e ‘’Le parrocchie di Regalpetra’’ senza dimenticare le raccolte di poesie ‘’Favole della dittatura’’ e ‘’La Sicilia, il suo cuore’’. Lo scrittore di Racalmuto, classe 1921, già da qualche anno approfondisce la tematica mafiosa, intuendo la sua gravità e, soprattutto, capendo immediatamente le sue molteplici ramificazioni che vanno ben oltre i confini della Sicilia. L’opera esce lo stesso anno in cui alle pendici del monte Billiemi viene brutalmente ucciso il giovanissimo Paolino Riccobono – durante il suo tredicesimo anno di vita – vittima della faida tra le famiglie mafiose della borgata di Tommaso Natale e di Cardillo: un caso di cronaca che, già all’epoca, dimostrava come la mafia non si mettesse di certo alcuno scrupolo nell’eliminare senza pietà bambini innocenti che nulla c’entravano con quelle lotte malsane. Il momento in cui esce il romanzo è quello della prima guerra di mafia, che scoppierà nel 1962, a cui prenderanno parte alcuni dei boss più feroci di sempre come Michele Cavataio noto come ‘’il cobra’’, Luciano Liggio, Salvatore Greco detto ‘’Cicchiteddu’’ e molti altri. Il 1962 è l’anno in cui viene istituita la prima commissione parlamentare antimafia – esattamente il 20 dicembre del 1962, quattordici anni dopo essere stata proposta la sua creazione – e in cui viene nominato procuratore capo della Procura di Palermo Pietro Scaglione, prima vittima eccellente di Cosa Nostra nel dopoguerra, magistrato ucciso nel 1971 in via dei Cipressi a Palermo insieme al suo agente di custodia Antonio Lo Russo. 

Nel realizzare ‘’Il giorno della civetta’’ Sciascia trae ispirazione dall’omicidio del sindacalista comunista Accursio Miraglia, ucciso nel 1947 da Cosa Nostra in quel di Sciacca e prende spunto dalla figura del comandante dei carabinieri di Agrigento Renato Candida – di cui recensì il libro ‘’Questa mafia’’ – per il personaggio protagonista del suo romanzo ovvero il capitano Bellodi, parmigiano in forza all’Arma dei Carabinieri trasferito in Sicilia. Il capitano Bellodi è mosso dal coraggio di chi vuole vederci chiaro e di chi sa che dietro una morte, in questo caso quella del personaggio di Salvatore Colasberna presidente di una piccola impresa edilizia ucciso mentre sale sull’autobus diretto verso Palermo, si nasconde sempre qualcosa di ben più complicato di quanto potrebbe sembrare a un’analisi frettolosa degli eventi. Qualcosa che per essere capito deve prima essere approfondito scrupolosamente. Sciascia pagina dopo pagine entra sempre più nel dettaglio, confrontando quella che definisce come «la legge che nasce dalla ragione» con «la legge di un uomo» descrivendo con queste parole il loro rapporto, a tratti controverso: «tra i ricchi e i poveri, tra i sapienti e gli ignoranti, c’erano gli uomini della legge; e potevano, questi uomini, allungare da una parte sola il braccio dell’arbitrio, l’altra parte dovevano proteggere e difendere. Un filo spinato, un muro».  

Sciascia con la sua scrittura lucida e dettagliata guarda oltre questo muro fatto di ignavia e omertà, ponendo l’accento su chi del sopruso fa il suo marchio di fabbrica e la sua grammatica, utilizzando qualsiasi turpe mezzo pur di ottenere quanto si è prefissato, etichettando chi cerca di fare chiarezza come un piantagrane in cerca di attenzione. Un comportamento impersonificato appieno dal personaggio soprannominato ‘’Eccellenza’’, espressione di un modo di fare politica all’insegna della faciloneria e dei favoritismi, che con fare beffardo e sprezzante apostrofa così il capitano Bellodi: «questo qui è uno che vede mafia da ogni parte: uno di quei settentrionali con la testa piena di pregiudizi, che appena scendono dalla nave-traghetto cominciano a veder mafia dovunque». Poco dopo aggiunge: «alla mafia non ci crediamo: col tempo vi convincerete che è tutta una montatura». Sciascia tramite una tipologia di personaggio simile fa capire con estrema chiarezza quanto fosse difficile all’epoca cercare di mostrare l’esistenza della mafia alle persone, influenzate negativamente da uomini di potere con tutto l’interesse nel trarre vantaggio dai mafiosi da cui si sentivano protetti e a che a loro volta proteggevano in cambio del proprio tornaconto. Un atteggiamento nocivo e controproducente testimoniato anche dalla figura dell’onorevole Livigni che afferma testualmente. «io vi dico che non sono finora riuscito a capire che cosa è la mafia, e se esiste; e posso in perfetta coscienza di cattolico e di cittadino giurarvi che in vita mia non ho mai conosciuto un mafioso». 

L’autore coglie sin dal principio i rapporti tra mafia e rappresentanti del potere, che siano politici, uomini di cultura, uomini di fede o quant’altro: intuisce immediatamente che la mafia ha mani e orecchie ovunque e proprio grazie a questa rete di contatti riesce a muoversi indisturbata pronta a colpire al momento opportuno. Una delle riflessioni più preziose dell’opera è affidata al capitano Bellodi che dice: «questo è il punto su cui bisognerebbe far leva. È inutile tentare di incastrare nel penale un uomo come costui: non ci saranno mai prove sufficienti, il silenzio degli onesti e dei disonesti lo proteggerà sempre. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti». Una teoria, per l’epoca, a dir poco utopica e avanguardistica ma che vent’anni dopo sarebbe diventata una delle strategie più influenti di un pilastro dell’antimafia come Rocco Chinnici – ideatore del pool antimafia – che occupandosi dell’inchiesta Spatola affidò le indagini a un suo giovane e brillante collaboratore ovvero Giovanni Falcone che portò avanti con massimo impegno innovative e preziose verifiche bancarie sui movimenti di denaro sporco relativi all’imprenditore mafioso Rosario Spatola, tramite l’uso di riscontri bancari, patrimoniali e internazionali.  

Il personaggio del capitano Bellodi racchiude l’impegno di chi non vuole accontentarsi delle prime versioni dei fatti e di chi sa bene che la lotta per trovare la verità può essere non solo lunga e faticosa ma, molto spesso, anche logorante. Eppure, nonostante tutto, vale la pena portarla avanti. Celebre, all’interno dell’opera, il momento in cui il personaggio di Don Mariano – in un dialogo con Bellodi – classifica l’umanità in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i cornuti e i quaquaraquà, affermando che di uomini – dotati di personalità e acume -nel mondo ce ne sono decisamente pochi. «Lei», dice Don Mariano rivolgendosi a Bellodi, «anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo». Un uomo, con le sue paure e le sue certezze da difendere, un uomo che non utilizza la parola onore macchiandola di ferocia, sangue e meschinità. Perché non può esserci nulla di onorevole nel legittimare metodi feroci e brutali, tacendo davanti a una barbarie priva di qualsiasi etica che non può essere giustificata per nessun motivo. Il giorno della civetta di cui parlava Sciascia oltre mezzo secolo fa è giunto ormai da tempo, anche se c’è chi preferisce ancora oggi tenere gli occhi chiusi e chiudersi nella propria ipocrisia: sono cambiati i volti, gli scenari, i nomi e i contesti ma il pericolo è sempre dietro l’angolo anche se più silente e, apparentemente, meno insidioso. Ecco, proprio per questo è fondamentale ora più che mai fare fronte comune, incentivare il dialogo, fare tesoro della preziosa lezione di tutti coloro che hanno dato la loro vita per non piegarsi davanti a un sistema criminale radicato che non può assolutamente essere sottovalutato. È questo il monito da trasmettere alle nuove generazioni costantemente a contatto con nuovi stimoli e circostanze di vario tipo nel loro cammino di crescita, affinché non cedano mai al tranello della violenza e della vendetta. 

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