“Che fare?” Una fase di transizione per Il manifesto in rete

di Anna Russo /
30 Ottobre 2026 /

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Frequento il circolo da diversi anni, in modo costante, e ho attraversato le sue diverse fasi, partecipando alle iniziative e proponendone anche alcune. Parlo quindi a partire da un’esperienza diretta, che mi ha permesso di conoscerne le potenzialità, ma anche le difficoltà e le contraddizioni che oggi mi sembrano più evidenti. 

Credo che ci troviamo in una fase di stanchezza e di disorientamento, che riguarda almeno due aspetti: la lettura della situazione politica e il modo in cui l’associazione si organizza e porta avanti le proprie attività. 

Sul primo punto, penso che il contesto politico sia profondamente cambiato e richieda un lavoro di approfondimento. Non possiamo continuare a interpretare il presente attraverso categorie e schemi appartenenti a una fase precedente, che rischiano di diventare deformanti. Richiamarsi a un’appartenenza di sinistra non è sufficiente, se poi non affrontiamo le contraddizioni che attraversano concretamente le forze politiche, a partire dalle posizioni sul riarmo, sulla Palestina, sull’Ucraina e sulla Russia, ad esempio…e ce ne sono altre forse. 

Non ho partecipato all’ultima assemblea per motivi personali, ma mi sono confrontata con Valerio Romitelli, che l’ha seguita e mi ha riportato alcune delle sue proposte. Condivido l’esigenza di aprire spazi di discussione, approfondimento e confronto, anche attraverso inchieste e strumenti di analisi condivisa. Credo che sia necessario ripartire proprio dalla capacità di interrogarci sul presente, senza dare per scontate le risposte e senza lasciare che le differenze di lettura diventino necessariamente divisioni. 

Mi riconosco nelle osservazioni di Paolo quando rileva che, agli occhi di alcune forze, il circolo può apparire ambiguo. Penso, però, che questa ambiguità non dipenda soltanto dai rapporti esterni, ma anche dalle nostre contraddizioni interne: dalla diversità delle nostre esperienze e formazioni politiche, dai differenti modi di intendere il rapporto con altre organizzazioni e dalla distanza tra chi riesce a impegnarsi concretamente e chi, invece, fatica a farlo. Sono tante questioni… 

È una complessità che non possiamo risolvere semplicemente prendendo posizione, ma che richiede un confronto più approfondito. In alcune questioni mi riconosco pienamente in determinate posizioni, mentre su altre avverto difficoltà e disorientamento. Penso che questa condizione non riguardi soltanto me e che sia importante poterla affrontare apertamente, senza sentirsi obbligati a trovare subito una sintesi. 

Il secondo aspetto riguarda il funzionamento interno dell’associazione. In questi anni ho visto crescere le difficoltà nella partecipazione alla gestione e nell’assunzione delle responsabilità, tutte delegata alla bravura e all’impegno di Sergio. Ma rilevo anche una presenza sempre più limitata delle donne, non soltanto nell’organizzazione, ma anche nella costruzione del pensiero e delle proposte e nelle decisioni. Negli ultimi tempi sono rimasta praticamente l’unica presenza femminile continuativa. È una scelta che non rimpiango, ma credo che questa situazione debba farci riflettere. 

C’è poi un altro aspetto che considero altrettanto importante: la partecipazione riguarda prevalentemente persone di età avanzata, mentre i giovani sono sostanzialmente assenti. Credo che questo sia un problema sul quale dovremmo interrogarci seriamente. Non si tratta soltanto di ampliare il pubblico delle nostre iniziative, ma di capire come rendere il circolo uno spazio in cui anche le nuove generazioni possano riconoscersi, trovare interesse e desiderio di partecipare. Un’associazione che vuole durare nel tempo non può non porsi il problema del ricambio generazionale. Non ho risposte su come affrontarlo, ma penso che non possiamo ignorarlo se vogliamo immaginare un futuro per il circolo. 

Mi chiedo allora se, invece di considerare questa fase come un momento di chiusura, non sia possibile intenderla come una transizione, da utilizzare per ripensare la direzione dell’associazione. Non credo che oggi qualcuno abbia tutte le risposte, me compresa. Posso però provare a indicare alcune direzioni. 

La prima riguarda la struttura organizzativa: il consiglio direttivo, gli organi decisionali, la gestione degli eventi e il ruolo dei soci sostenitori. Dovremmo capire con maggiore chiarezza chi vuole assumersi delle responsabilità, in quale misura e attraverso quali modalità. Forse è necessario ripensare il funzionamento dell’associazione in modo da rendere più comprensibili e accessibili le diverse possibilità di partecipazione, evitando che l’impegno ricada sempre sulle stesse persone. 

Parallelamente, penso che in questa fase possa essere utile concentrarci su poche attività, realmente condivise: rafforzare il lavoro editoriale e promuovere un numero limitato di iniziative, scelte insieme e sostenute concretamente da chi le propone e da chi decide di collaborare. Mi sembra una proposta realistica, vicina anche a quanto suggerito da Romolo, che permetterebbe di non disperdere le energie e di verificare quali condizioni esistano per una partecipazione più ampia. 

Questa potrebbe essere una fase di transizione utile non soltanto a ridimensionare gli impegni, ma anche a capire che cosa vogliamo essere, quali attività riteniamo davvero significative e come coinvolgere altre persone, comprese le donne e le generazioni più giovani. Non possiamo dare per scontato che la partecipazione si produca spontaneamente: dobbiamo interrogarci anche sulle forme che proponiamo e sulla loro capacità di suscitare interesse, appartenenza e disponibilità. 

Mi fermo qui, perché penso che un confronto serio richieda tempo, ascolto e pratiche concrete. Non ho una soluzione complessiva da proporre, ma credo che possiamo almeno riconoscere le difficoltà, evitare risposte precostituite e provare a costruire una fase nuova, senza dare per scontato né che tutto debba continuare come prima, né che l’unica alternativa sia chiudere. 

Per quanto mi riguarda, penso che valga la pena provare a capire se esistano le condizioni per ripartire, con maggiore consapevolezza delle nostre contraddizioni e con la disponibilità a mettere in discussione anche le modalità con cui abbiamo lavorato finora. 

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