Il porto di Piombino è un hub delle armi

di Linda Maggiori /
6 Agosto 2026 /

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Il 21 luglio, a Piombino, si è tenuto l’ennesimo presidio delle Donne in nero in contemporanea all’attracco della Severine, nave in uso esclusivo al ministero della Difesa. Ogni volta che arrivano la Severine o la Capucine, il piazzale davanti al porto si riempie di armi e mezzi militari. Le Donne in nero scendono in strada in silenzio, mostrando i loro cartelli con la scritta “cessate il fuoco”.

“Da fine 2025 il porto di Piombino è la tappa fissa di queste navi, circa una volta al mese sono qui. Il piazzale del porto si trova a non molta distanza dalle case, dai traghetti passeggeri e dal rigassificatore galleggiante -spiega Maria Mondello, delle Donne in nero-, qui esplosivi, armi, mezzi corazzati militari sono presenti con crescente frequenza, sebbene questo sia un porto passeggeri e civile. Talvolta le operazioni di carico e scarico di armi avvengono in concomitanza alla presenza in porto della metaniera che immette gas liquido nel rigassificatore, collocato alla banchina orientale. Abbiamo un’unica via di accesso alla città, se dovesse succedere una sciagura, per noi sarebbe impossibile scappare”, continua Mondello. “Il nostro dissenso al traffico di armi e mezzi militari si unisce alla protesta contro il rigassificatore perché entrambi rispondono alla medesima logica di guerra. Piombino da hub del gas ora è diventato anche un hub delle armi”.

A Piombino il ricatto lavorativo si fa sentire, e pochi sono i lavoratori del porto che aderiscono alle proteste. Tra i pochi che si oppongono c’è un vigile del fuoco e sindacalista Usb, Lorenzo Biagini, già protagonista di un’azione simbolica (inginocchiarsi davanti alla bandiera palestinese) durante le manifestazioni di ottobre 2025, che è costata a lui e colleghi una sanzione disciplinare.

“Sono vigile del fuoco dal 2011. Da quando sono arrivato a Piombino nel 2017, le due navi gemelle Severine e Capucine facevano scalo in modo sporadico, forse solo una o due volte l’anno. Dalla fine del 2025 praticamente le vediamo arrivare tutti i mesi. Noi vigili del fuoco siamo chiamati a fare il servizio di vigilanza quando arriva la merce esplosiva ma io mi sono rifiutato, facendo obiezione di coscienza. Non posso accettare che si sprechino così tanti soldi per le spese militari mentre si tolgono risorse ai servizi essenziali”.

Le due navi battono bandiera maltese e sono di proprietà della società svizzera Cadena. Hanno come operatore logistico Dsv che si è aggiudicato il contratto del ministero della Difesa per tutto il 2026. Il contratto prevede “il trasporto navale, in ambito nazionale ed internazionale, di materiali, mezzi e personale delle Forze armate”. Trasporti che sono diventati sempre più intensi con il piano di riarmo europeo e con la guerra in Medio Oriente.

Severine e Capucine non hanno una rotta prestabilita ma navigano da un porto all’altro in base alle esigenze militari, facendo la spola tra porti civili usati, di fatto, come basi militari, tra Italia e Medio Oriente. Il Consiglio comunale di Piombino il 17 aprile di quest’anno ha approvato a maggioranza la mozione presentata da Rifondazione comunista contro il traffico di armi nel porto. Ma le navi cariche di armi hanno continuato il loro via vai indisturbate. Il 9 maggio la Severine, secondo alcune fonti interne al porto, avrebbe scaricato 16 missili Aster, dirigendosi subito dopo a Sant’Antioco, in Sardegna, piccolo porto commerciale che viene usato sempre più frequentemente per caricare e scaricare materiali diretti ai poligoni militari sardi.

Il 9 giugno ha fatto di nuovo tappa a Piombino per un altro carico militare: fonti interne riferiscono ad Altreconomia di carichi di gas compressi e munizioni, da inviare in Turchia, a Iskenderun, dove si trova un’importante base della Marina militare turca, la İskenderun Deniz Üssü. Di ritorno dalla Turchia la Severine ha fatto poi spola tra Bari, Sant’Antioco, Malta, Salerno e, appunto, Piombino. Ha fatto poi scalo ad Alessandropoli, porto commerciale nella Grecia Nord-orientale, di fatto riconvertito a usi militari, e alla fine di luglio era di rientro a Bari.

La nave gemella, Capucine, il 30 marzo scorso a Piombino aveva invece caricato cartucce, detonatori e tritolo con destinazione Jedda, Arabia Saudita, dove ha attraccato l’11 aprile. Il tutto mentre infuriava la guerra tra Israele, Usa e Iran e dalle basi saudite partivano attacchi all’Iran.

In seguito a un’istanza di accesso civico per ottenere maggiori dettagli sulla spedizione, l’Agenzia delle Dogane di Piombino ha opposto diniego. “Le informazioni e i dati richiesti non possono essere utilmente rilasciati, poiché l’invio di forniture a Forze armate nazionali o Nato in un’area geografica attualmente critica quale l’invio ipotizzato nell’istanza (Arabia Saudita, ndr), crea un concreto pregiudizio all’interesse pubblico”. Anche l’Usb ha presentato un esposto per denunciare il traffico di armi verso Paesi in guerra. “Non abbiamo avuto risposte. Tutto ciò in barba alle ipocrite dichiarazioni del nostro governo circa la non partecipazione diretta alle operazioni belliche nel conflitto tra Usa e Israele contro l’Iran”, denuncia Giovanni Ceraolo, del Coordinamento mari e porti Usb.

La rotta della nave Capucine tra il 30 marzo e il 15 maggio 2026

La cosa più strana però sono i passaggi successivi della nave: secondo i siti di tracciamento, da Jedda la nave è risalita verso Nord e una volta arrivata al largo di Haifa (tra la mezzanotte del 15 aprile e le 12 dello stesso giorno) ha iniziato a zigzagare a velocità impossibili per una nave cargo (addirittura 183 chilometri orari). Si tratta verosimilmente di una manomissione o jamming dei sistemi di transponder, per coprire altri spostamenti, magari verso il porto di Haifa, dove si trova, oltre ai terminal commerciali, anche la principale base della Marina israeliana, sede della flottiglia dei sottomarini e delle unità missilistiche della Israeli navy. L’ipotesi, allo stato non dimostrata, è se ci sia stato un contatto tra la Capucine e la marina militare israeliana.

Un dettaglio della recente rotta della Capucine nei pressi di Israele. L’andamento irregolare e irrealistico potrebbe essere dovuto a un tentativo di manomissione per nascondere un possibile attracco nei porti militari israeliani

Successivamente la Capucine ha raggiunto il porto turco di Iskenderun, e al ritorno, dopo rifornimenti e carichi e scarichi di armi nei porti di Ortona, Bari, Salerno, Monfalcone, Sant’Antioco, Brindisi, la nave si è diretta in Libano, fermandosi nel porto di Beirut il 28 maggio verosimilmente per scaricare armi e mezzi militari. Il tutto in linea con l’iniziativa multinazionale a guida italiana denominata Comitato tecnico militare per il Libano, che mira a “rafforzare le Forze armate libanesi”.

Il problema, come ci spiega Mirca Garuti, fondatrice dell’associazione Per non dimenticare che organizza ogni anno viaggi di memoria e solidarietà a Beirut, è che “fornire armi all’esercito libanese, in funzione anti-Hezbollah, potrebbe portare alla rottura del fragile equilibrio politico costruito dopo la guerra civile. La forte pressione degli Stati Uniti e di Israele per accelerare questo processo di disarmo di Hezbollah potrebbe facilmente incendiare le tensioni”.

Dopo il Libano la Capucine è tornata in Italia, per una lunga tappa di rifornimento a Crotone, e poi Monfalcone, porto civile ma snodo di armi e mezzi militari da e verso l’Europa centrale, e limitrofo allo stabilimento Leonardo di Ronchi dei Legionari, che si occupa di aerei e droni militari. Il 3 agosto è tornata a Beirut.

Questo articolo è stato pubblicato su Altreconomia il 4 agosto 2026

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