Per un uso sociale del libro

di Annalisa Romani e Giusi Palomba /
6 Aprile 2026 /

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Da oggetto di interazione individuale, come viene concepito nella sua forma riduttiva corrente, il libro può diventare luogo politico e di incontro

Annalisa Romani è la traduttrice italiana di autori come Didier EribonÉdouard Louis, e più di recente Rose-Marie Lagrave, voci che hanno riportato nel dibattito elementi come la classe, il conflitto e la critica sociale grazie a quelle che si definiscono autosocioanalisi o autosociobiografie. Da qualche tempo Annalisa anima anche laboratori di arpentage, una pratica di lettura collettiva nata nell’educazione popolare francese, che trasforma il libro in uno strumento accessibile e condiviso. 

Questa conversazione è iniziata mesi fa, mentre ero in fase di scrittura del mio ultimo libro: mi sono imbattuta in questa pratica e ho voluto chiedere ad Annalisa della sua esperienza. Ne è venuto fuori un ragionamento che va oltre l’arpentage e prova a rispondere anche alle domande: cosa significa tradurre non solo una lingua ma un intero universo di categorie? Che posto occupano i libri, o faticano a occupare, nella cultura italiana? E come può diventare il libro da oggetto di interazione individuale a luogo politico e di incontro?

Ti andrebbe di ricapitolare le origini di questa pratica e la connessione che hai ritrovato con l’educazione popolare?

Comincerei dal nome, che già è una prima appropriazione dal dominio agrario perché l’arpentage, in francese, è una tecnica di misurazione della superficie dei terreni, secondo un’antica unità di misura, l’arpento, mediante la quale le terre venivano misurate e distribuite, anche nelle colonie. Da qui deriva anche il verbo «arpenter» che significa sia «misurare un terreno» sia, in senso più ampio, «percorrere a passi ampi e decisi uno spazio». C’è poi l’uso, non ancora lessicalizzato, di «arpenter un livre», a cui si ricorre quando si fa un arpentage, appunto. 

È una pratica difficile da descrivere perché non è fissa, e vive di appropriazioni. Si dice sia nata alla fine del XIX secolo nelle fabbriche: gli operai mettevano al centro un testo, strappavano le pagine dividendosi i capitoli tra le persone presenti e, dopo un momento di lettura in proprio, ma in un tempo e uno spazio condivisi, restituivano a turno il contenuto del proprio capitolo o paragrafo alle altre persone presenti. È stata poi ripresa negli anni Novanta da Jean-Claude Lucien, di Peuple et Culture, una rete di associazioni di cultura popolare, che non l’ha mai teorizzata né formalizzata ma che, al contrario, ne incoraggia l’appropriazione facendone vivere tutti gli usi molteplici e plurali. Oggi in Francia vengono fatti arpentage nelle biblioteche, nei teatri, nelle scuole ma anche in contesti militanti, o semplicemente tra amiche, amici.

Io l’ho conosciuta per la prima volta durante una formazione per insegnanti, a Parigi, quando lavoravo in un liceo professionale in alternanza e inizialmente ne ho sperimentato gli usi  didattici, perché favorisce la partecipazione, la circolazione dei saperi e la presa di parola. La pratica consente a chi insegna, in contesti in cui le ragazze e i ragazzi non hanno una familiarità acquisita fin dall’infanzia con l’oggetto libro, di inserire un elemento di conflitto preziosissimo: strapparne le pagine, sottolinearle e annotare liberamente anche con la penna segni o riflessioni, è un po’ come riprendersi il libro, desacralizzarlo, e riportarlo alla sua funzione. Quelle pagine, poi, verranno restituite all’insegnante che le lascerà divise per capitoli con delle attaches, le riporrà nell’involucro copertina, pronte per un altro arpentage. È molto più ecologico delle fotocopie! Quei testi, dopo, sono bellissimi: le sottolineature, le orecchie, le macchie, i segni, i punti interrogativi, sono un archivio di tutti i passaggi di quei momenti condivisi.

Ho poi ritrovato questa pratica a Marsiglia, mentre stavo rivedendo la traduzione di Difendersi, di Elsa Dorlin. Ho visto passare un annuncio di un corso di autodifesa non misto, senza uomini eterocis, che iniziava con un arpentage di questo testo.  Il libro in quel caso era propedeutico a un’azione collettiva, e questo ha favorito la condivisione di riflessioni, micropratiche, vissuti, una forma di partecipazione completamente diversa dalla restituzione del contenuto. Da un lato ho potuto accedere a quello spazio di dialogo che ogni persona instaura con il libro, uno spazio sempre solitario e silenzioso, e dall’altro mi ha ricordato molto la pratica dell’autocoscienza femminista degli anni Settanta, per come l’avevo sentita raccontare e ne avevo letto. È probabilmente l’aspetto più appassionante: dopo l’ultima parte dedicata al dibattito, il libro diventa strumento di azione, quel gruppo rimane legato, ha voglia di fare cose insieme, e dopo fa cose insieme.

Ci sono ritornata poi da animatrice su testi tradotti da me, perché è un modo per incontrare le persone che leggono le mie traduzioni, strapparmi uno spazio di ascolto e di parola che non sempre il campo editoriale offre, specie per chi traduce da lingue dominanti come il francese, o l’inglese. Ma è soprattutto un modo per sperimentare un uso sociale della lettura che ha effetti potentissimi in termini di pensiero e azione, in particolare quando si tratta di autosocioanalisi.

Ecco, su questo sarebbe importante soffermarsi perché rappresenta forse una questione che nella cultura italiana rimane spesso inesplorata: c’è una tendenza a mantenere i libri schiacciati sulla dimensione individuale. Nella maggior parte dei casi, i libri fanno estrema fatica a diventare parte di discorsi più ampi, sia per chi li scrive che per chi li legge. Ci spieghi meglio il senso delle autobiografie sociali? 

Si tratta di testi al confine tra la saggistica e la narrativa fortemente ispirati dall’ultimo corso sulla riflessività di Pierre Bourdieu. Dall’ultima parte di quel corso è stato tratto il suo Questa non è un’autobiografia, in cui Bourdieu applica gli strumenti del mestiere di sociologo a sé stesso, alla sua traiettoria di vita e più precisamente all’universo sociale in cui è inserito. Sono libri che hanno il merito di attivare immediatamente una riflessione a partire dalla propria esperienza storica, sociale, politica. Sono un preziosissimo antidoto, direi quasi un fronte opposizionale, a tutte quelle narrazioni neoliberali dell’ascesa meritoria del singolo – di cui le biografie di politiche e politici, dai titoli sempre un po’ tautologici (Io sono TiziaIo sono Caio…) sono forti vettori. Sono un antidoto anche alla narrazione di  una certa psicologia che inchioda tutte e tutti, senza distinzioni di genere, razza, classe, provenienza geografica ecc., a un medesimo passato familiare, conciliando ogni conflitto mentre il mondo fuori brucia. Per non parlare del modo in cui le storie di vita sono  rappresentate e usate nei programmi televisivi italiani, che sembrano un attacco continuo e ripetuto alle griglie di percezione sociali e politiche, dove i posizionamenti di classe o tra nord-sud Italia, vengono puntualmente messi in scena svuotati da qualsiasi elemento conflittuale, ricollocati sotto categorie caratteriali, (la persona vera, autentica – in genere una donna romana o napoletana – contro la persona falsa, e snob – in genere una donna di Torino, di Milano ecc.), offrendo l’idea di uno spazio pacifico e apolitico, in cui tutti convivono sullo stesso piano, quando a essere recitati sono veri e propri, inconciliabili, ethos di classe. 

Apro qui una parentesi letteraria: per me è sempre toccante rileggere il passaggio de Il posto in cui Annie Ernaux parla delle resistenze della memoria, di quanto sia più facile inventare che riportare alla luce i ricordi, di quanto nelle reminescenze si ritrovi più facilmente sé stessi degli altri, per poi concludere: «È nel modo in cui le persone si annoiano nelle sale d’attesa, si rivolgono ai figli, salutano sui binari della stazione che ho cercato la figura di mio padre. La realtà dimenticata della sua condizione l’ho ritrovata in personaggi anonimi incontrati qua e là, portatori a loro insaputa dei segni della forza o dell’umiliazione». È inevitabile, dopo le letture di questi libri, iniziare a riflettere sulla propria vita in modo diverso, non più come artefici ma come agenti che recano inscritte quelle stesse strutture sociali nel corpo e nella mente. Da quelle vite si capisce quanto in una traiettoria siano importanti il posto in cui si è nati, il contesto, gli studi fatti, i diplomi ottenuti, ma anche quale capitale di contatti si è posseduto per convertire quei diplomi in occasioni di lavoro reali. Si capisce anche quali alleanze, aiuti, sacche di solidarietà hanno permesso, a volte, di saltare le maglie di qualche ingranaggio.

È appena uscito, per Alegre, Riappropriarsi di sé di Rose-Marie Lagrave, un libro pubblicato in Francia nel 2021. Lo avevo proposto da subito a varie case editrici senza successo e poi, l’anno scorso, Giulio Calella e Alberto Prunetti hanno accettato la proposta per la collana Working Class. È un’inchiesta autobiografica preziosissima, perché condotta con una lente femminista e compiuta sull’arco di una vita intera, portando il metodo dell’inchiesta all’interno della famiglia. Il libro comprende anche un’importante riflessione personale e politica sulla terza età, sulle responsabilità dei femminismi nell’aver lasciato ancora impensato questo momento della vita e propone un progetto politico da attuare, una sorta di grey pride di cui potremmo beneficiare tutte, e tutti. 

Poco prima della pubblicazione del libro ho frequentato una formazione all’animazione di arpentage presso l’associazione Peuple et Culture e l’ultimo giorno abbiamo «arpentato» insieme questo testo. È stato bello e sorprendente osservare il prodursi e il condividere le differenti autonarrazioni: chi aveva il capitolo sulla formazione scolastica di Lagrave, transfuga di classe nata negli anni Quaranta, ha raccontato tutta la pressione subita durante gli studi da parte di genitori di quella stessa generazione, terrorizzata dallo spettro del declassamento, mentre chi aveva il capitolo sull’invisibilizzazione sociale della vecchiaia ha condiviso quella subita durante la maternità. 

Così è nata l’idea di fare un arpentage dell’edizione italiana anche a Roma, al Quarticciolo, un quartiere importante durante la Resistenza al nazifascismo, dove la «riqualificazione» annunciata dell’attuale governo ha preso la forma di un attacco alle realtà sociali che lo animano. Qui il collettivo Quarticciolo Ribelle sperimenta da tempo le potenzialità sociali e politiche della lettura e della scrittura all’interno dei progetti che porta avanti nel quartiere, come per esempio il Doposcuola o la Microstamperia. Ho animato l’arpentage con Eddi Marcucci, che fa parte del collettivo e cerca di incrociare il suo mestiere di autrice con le attività territoriali, e il 7 aprile, prima del Prequel del Festival di Letteratura Working Class, Rose Marie-Lagrave incontrerà le persone che hanno partecipato all’arpentage. Non vediamo l’ora! 

In questo clima politico e sociale in cui le produzioni culturali sono slegate da un dibattito, sembra anche molto più semplice far passare queste narrazioni – ad esempio un passato «defavorizzato», come dici tu, più o meno inventato – pompando la narrazione del merito. 

È un fenomeno che constato anche nel campo editoriale italiano, in particolare dopo il Nobel ad Annie Ernaux. Credo che bisogna essere molto onesti con chi legge e specificare quando si tratta di autobiografia o di autofiction: l’autobiografia presuppone un patto di fiducia con chi legge, di cui sono responsabili anche le case editrici. In particolare se poi la pubblicazione conferisce il capitale simbolico per parlare in pubblico in quanto esperti o esperte di periferie, o di altre questioni citate nel libro. Con questo non voglio dire che solo chi proviene dalle classi dominate possa scrivere un’autobiografia sociale, pagherei oro per leggere delle autosocioanalisi dell’alta borghesia, ma temo che non accadrà, perché non è valorizzante ed è anche molto doloroso riconoscere i propri privilegi, a volte si è perfino in buona fede quando li si rimuove commutandoli in merito. Per vederli, come scrive Édouard Louis, bisogna aver attraversato il mondo sociale, essere passati dall’altra parte, e se le maglie sono strettissime nell’ascesa, lo sono altrettanto nella discesa! Si potrà perdere il capitale economico, ma quello culturale non si perde e quello sociale permetterà di mobilitare attorno a sé i propri contatti per avere garanzie per un prestito in banca, una posizione lavorativa equivalente alla precedente, ecc.

La scoperta di autori come Édouard Louis o Didier Eribon per me è stata qualcosa di esplosivo. Eppure, ho avuto l’impressione che in Italia l’accoglienza non sia stata nemmeno lontanamente comparabile a quella della Francia, o di altri paesi. Non so dire se questo abbia a che fare con i temi che vengono introdotti o con la difficoltà di legarli a dei dibattiti più ampi sulla classe, o a temi che erano e sono ancora un po’ tabù quando si parla di classe lavoratrice. Mi sarebbe piaciuto avere delle letture critiche, degli strumenti, proprio da chi li traduceva, proprio perché mi interessava capire quello scarto. Ora che finalmente ho l’occasione per farlo ti chiedo, da traduttrice, cosa ci vedi in quel gap? E come hai fatto poi a riempirlo in qualche modo anche con la lingua che hai usato?

Credo che siano tanti i fattori che influenzano la ricezione di un testo da un paese all’altro. Quando in Francia uscì Retour à Reims, nel 2009, il testo in cui Eribon fa, come dice lui stesso, il suo «coming out sociale», l’autore era un intellettuale conosciuto e apprezzato per i suoi saggi e penso che quel testo ebbe un impatto così forte anche per questo. Quando uscì in Italia pochi suoi testi erano già tradotti, e disseminati in diverse case editrici. Molto poi dipende anche dalla politica editoriale, se l’autore viene invitato e in che contesti, da chi ne scrive e ne parla e in che modo. C’è da dire, inoltre, che il linguaggio della sociologia in Francia si è imposto di più nel discorso e c’è molta più familiarità con le nozioni di classe, di dominio sociale, ecc. Questo impone anche a me una vigilanza estrema, nelle traduzioni faccio attenzione a non appiattire mai, a rispettare il lessico specifico perché trovo sia importantissimo che certe nozioni entrino nei discorsi. Non ci pensiamo mai alla responsabilità delle traduzioni, ma questa può andare dall’importazione dei calchi, fino all’imporsi di stilemi: ricordo gli anni in cui studiavo filosofia, a Roma, quanto fosse onnipresente nelle conversazioni l’«innanzitutto e perlopiù» letto nei libri di Heidegger e Kant tradotti da Pietro Chiodi. O basti pensare a quanto la locuzione «nella misura in cui», ricorrente nelle traduzioni di Lenin, si sia imposta nei discorsi della sinistra italiana e francese degli anni Settanta. Sono esempi banali,, ma è solo per dare la misura del fenomeno, che può  immettere nel discorso parole che sono veri e propri strumenti di interpretazione, da rendere operativi anche in altri contesti, e che esprimono posizionamenti: basti pensare all’uso«dominanti» al posto di «borghesia» o «classe media» o di «dominio maschile» al posto di «patriarcato»: dubito che si possa dire che parlare di «dominio maschile» sia ormai un atto desueto come si è tentato di fare con la parola «patriarcato». 

Per finire, parlando dei tuoi lavori da traduttrice letteraria, cosa pensi che possa fare la letteratura e, anche, chi ha il potere di definirla oggi come oggi?

Ti confesso che non mi sento ancora «traduttrice letteraria». Traduco a partire da una formazione in filosofia e storia. La traduzione della letteratura è arrivata dopo e per autori e autrici molto influenzati dalle scienze sociali. Poi ho iniziato a proporre testi letterari che possono essere definiti delle autosocioanalisi antelitteram, scritte quando questa parola ancora non esisteva, Penso a Lettere a una nera di Françoise Ega o a Lavori di Georges Navel.

Il mio sguardo sulla letteratura è molto influenzato dal mio posizionamento di traduttrice, ma anche dallo studio delle scienze sociali, che penso abbiano molto da dire in merito. E soffro la mancanza di una critica più radicale ai testi letterari, dovuta probabilmente alla grande precarietà del lavoro culturale che mina, inevitabilmente, la libertà di critica. Dimentichiamo spesso quanto i romanzi siano degli spazi di enunciazione molto più potenti dei saggi – che invece devono giustificare tutto con le note e le bibliografie. Eppure quando si parla di un libro sembra che l’unica cosa che conti sia l’aspetto formale, non vengono quasi mai denunciate le conseguenze in termini di circolazione dei discorsi, di quanto questi preparino la ricezione di quelli politici, che avranno poi effetti concreti in termini di voto. 

Mi stupisce sempre, ad esempio, constatare la ricezione di un autore come Houellebecq in Italia, dove la critica sembra unanime nel celebrarne lo stile, addirittura le qualità profetiche. Nel 2021, lo stesso anno in cui Hoellebecq veniva ospite in Italia, Didier Eribon denunciò  in una Conferenza sulla violenza razzista e il terrorismo di estrema destra come questo autore, con la complicità della borghesia colta, facesse circolare sotto una veste letteraria la cultura del fascismo, mentre, in altri ambienti, Marine Le Pen e Zemmour lavoravano allo stesso fine con altri discorsi. 

Quando qualcuno cerca di definire cosa sia o non sia la letteratura, mi incuriosisce sempre sapere chi sia, da quale posizione parli e cosa stia consapevolmente o inconsapevolmente difendendo, perché la letteratura è anche un campo di dominio simbolico a cui corrisponde un dominio sociale, è uno spazio di potere che esclude determinati gruppi sociali. Non si dice mai abbastanza, poi, quanto spesso parte del lavoro sulla tanto esaltata forma sia spesso fatto all’interno delle case editrici, da tutta una serie di figure estremamente competenti – editor, revisore e revisori, correttrici e correttori di bozze – e puntualmente invisibilizzate.

*Annalisa Romani è insegnante e traduttrice. Ha tradotto testi di filosofia (Michel Foucault), studi di genere (Mona Chollet, Elsa Dorlin, Didier Eribon, Michel Perrot) e letterari (Abigail Assor, Francoise Ega, Georges Navel). Giusi Palomba è scrittrice, traduttrice e facilitatrice. Ha scritto La trama alternativa. Sogni e pratiche di giustizia trasformativa contro la violenza di genere (minimum fax, 2023).

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin il 4 aprile 2026

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