Mary Thompson-Jones, ex funzionaria del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e docente universitaria, si occupa da decenni del Circolo polare finito sempre più al centro di interessi e speculazioni aggressive. Tra pesca, minerali, gas, petrolio e tanta propaganda (vedasi il caso delle mire di Trump sulla Groenlandia). Ma rinunciare alla diplomazia e a un approccio collaborativo sarebbe disastroso. Anche per chi promette prebende ai residenti
Nell’Artico se si cade in acqua si hanno meno di due minuti per sopravvivere. Se si indossa una tuta, invece, circa una decina. A prescindere da quanto velocemente avanzi il riscaldamento globale, l’ostilità ambientale di queste terre continua a richiedere la collaborazione di chi le attraversa. O almeno dovrebbe.
Nel suo ultimo libro “La legge del Nord”, pubblicato per la prima volta in Italia a novembre 2025 dalla Luiss university press, Mary Thompson-Jones, ex funzionaria del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e docente universitaria, descrive il Circolo polare dalla prospettiva delle Nazioni che ne possiedono i territori: Stati Uniti, Canada, Islanda, Danimarca (con la Groenlandia), Norvegia, Finlandia, Svezia e Russia.
Ricordandoci che l’interesse geopolitico per l’area non inizia oggi e che la frase pronunciata dall’ammiraglio statunitense Karl Schultz durante un discorso nel 2020, “presenza significa influenza”, è più sfaccettata di quanto sembri.
Professoressa Thompson-Jones, negli anni l’Artico è stato raccontato da scrittori ed esploratori; come lo si guarda da una prospettiva diplomatica?
MTJ È una zona di competizione. Nonostante i desideri e le visioni di Michail Gorbačëv alla fine degli anni Ottanta, quando auspicava che l’Artico potesse divenire un territorio di pace, oggi è inevitabile cogliere questo suo aspetto. D’altronde viviamo in un’epoca di competizione globale e da questo punto il Polo Nord non è un’eccezione ma è simile a ogni altra parte del globo.
Come si spiega l’interesse geopolitico attuale?
MTJ È importante per ragioni e gruppi di persone diverse. Per gli scienziati che in questo territorio così dinamico registrano una velocità del riscaldamento globale quattro volte superiore rispetto a quanto avviene all’equatore, con inevitabili conseguenze su ambiente e persone. Per gli analisti geopolitici, come dicevo siamo in un’epoca di competizione globale e non si può non considerare che sette degli otto Paesi con territorio nell’Artico sono membri della Nato. L’ottavo è naturalmente la Russia che ne possiede il 50% della linea costiera. Questo crea un paradigma di conflitto. E poi c’è chiaramente un interesse economico, commerciale e industriale. La Russia utilizza minerali e risorse nell’Artico da ormai cent’anni: la penisola di Jamal è stata sviluppata per l’estrazione di petrolio e gas. Anche gli europei sono impegnati da tempo in queste zone, in particolare la Norvegia, che deve gran parte della sua ricchezza al petrolio del Mare del Nord o la Svezia che a Kiruna ospita una delle più grandi miniere di ferro d’Europa. Poi abbiamo l’Artico dell’emisfero occidentale, che comprende Alaska, Canada e Groenlandia. Anche qui c’è una storia di attività mineraria e di estrazione di risorse, anche se non in grande quantità. Nel caso dell’Alaska la scoperta del petrolio avvenne poco dopo essere diventata ufficialmente il 49esimo Stato americano, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Ora stiamo di nuovo guardando all’Alaska come a una possibile fonte di altre risorse. E credo che anche il Canada stia osservando il proprio Artico con occhi nuovi, chiedendosi quali minerali e risorse potrebbero essere disponibili per il proprio mercato.
Come i cambiamenti climatici stanno trasformando l’area?
MTJ C’è da applicare una distinzione tra la parte terrestre e quella marittima. Mentre osserviamo lo scioglimento dei ghiacci marini -con la retroazione dell’albedo, ovvero quel meccanismo naturale che accelera il riscaldamento del Pianeta a causa dello scioglimento di neve e ghiaccio marino- sulla terraferma c’è il problema del permafrost che si sgela e non si ricongela. Molte delle cose intrappolate al suo interno vengono quindi rilasciate. Per un imprenditore questo potrebbe rendere più facile accedere ad alcune di queste risorse ma ancora più difficile creare un ambiente lavorativo, con strade, infrastrutture, fabbriche ed è molto difficile portare acqua in questi luoghi dove diverse aree sono deserte e non piove praticamente mai. Inoltre lo scioglimento del permafrost comporta il rilascio di agenti patogeni. Sul lato russo sono stati scoperti rilasci di antrace e quantità sempre maggiori di metano. Anche questo contribuisce al ciclo di retroazione: più scioglimento avviene, più metano viene rilasciato, più l’ambiente è surriscaldato e si crea una cupola di calore. Il numero degli incendi boschivi e di sterpaglia in tutto l’Artico è infatti cresciuto, rilasciando cenere e altri inquinanti, che a loro volta intensificano il ciclo.

I danni legati al clima hanno però favorito il commercio?
MTJ Se ci fossero risorse facilmente individuabili ed estraibili il mondo delle imprese sarebbe già lì, è invece interessante notare quanti pochi privati ci siano. Questo ci suggerisce che le difficoltà nell’estrazione di queste risorse restano comunque enormi e che i prezzi mondiali regolano la disponibilità degli imprenditori a investire in questi luoghi. Lo vediamo chiaramente con il petrolio: quando scende sotto i 100 dollari statunitensi al barile, la volontà di assumersi rischi finanziari per l’esplorazione diminuisce. Attualmente il prezzo di riferimento si aggira intorno ai 65 dollari quindi non è molto interessante. Ci sono poi le terre rare, i minerali critici, e anche qui i prezzi dei mercati mondiali incidono sugli investimenti. Quindi sì, ci sono molte ragioni per essere interessati agli aspetti terrestri dell’Artico, ma rimane comunque tanto difficile per le persone arrivare fin lassù, estrarre minerali e costruire il tipo di infrastrutture necessarie per sfruttarle.
Dal suo libro si intuisce che nell’Artico scienza e politica non procedano insieme. L’interesse economico prevale sempre sui decisori?
MTJ Credo che non si tratti sempre solo di denaro. Per quello che vedo negli Stati Uniti sembra che in generale si stia perdendo la propria alfabetizzazione scientifica. Non si studia abbastanza scienze e gli scienziati non sono molto bravi a comunicare con il grande pubblico, nonostante sarebbe nel loro interesse farlo. Se non si comprendono i meccanismi scientifici non si possono nemmeno capire le ricerche e i metodi. Diventa così molto più facile ostacolare un dibattito serio, prediligendo la sfera emotiva.
In questo contesto che ruolo svolgono le popolazioni indigene del Circolo?
MTJ Esiste un’organizzazione chiamata Inuit Circumpolar Council che comprende gli Inuit dell’Alaska, le persone del Nunavut -il territorio canadese legato all’Artico- e alcuni popoli indigeni russi, come i Nenets e i Chukchi. Ciò che le popolazioni indigene riportano sovente è che i governi dei rispettivi Paesi le ignorino e non ascoltino i loro interessi. Questo è paradossale considerando tutta la loro competenza ereditata di generazione in generazione. Se gli scienziati sembrano aver capito che è nel loro interesse incorporare i punti di vista indigeni, nel campo politico credo che queste minoranze percepiscono ancora di non avere la voce che vorrebbero.

Le recenti dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia hanno fatto molto scalpore. Perché questa urgenza considerando che la Groenlandia, sotto la Danimarca, fa parte della Nato e gli Stati Uniti hanno con Nuuk e Copenaghen un rapporto privilegiato, sancito dall’accordo del 1951 che prevede la presenza dell’esistente base militare?
MTJ Premesso che non sono all’interno della Casa Bianca e non ne conosco il funzionamento interno, quello che posso dire come mia opinione personale è che si tratta di un grande tema anche negli Stati Uniti in questo momento. Diversi membri del Congresso, alcuni dei quali repubblicani, criticano l’idea di modificare l’alleanza già esistente. Dal 1945 gli Stati Uniti sono stati il principale architetto di accordi vantaggiosi di sicurezza con Danimarca e Groenlandia, ma anche Svezia, Norvegia, Islanda e Finlandia. Gran parte di ciò che sento dibattere nel Senato americano e alla Camera dei rappresentanti in questo momento è di non voler rovinare queste relazioni. Come diplomatica spero che gli alleati della Nato possano trarre rassicurazione dal fatto che molte voci stanno entrando nel dibattito e che la realtà non è solo ciò che dice il presidente. La stessa Copenaghen ha ricordato più volte agli Stati Uniti che, se decidessimo di aver bisogno di una nuova base o di espandere quella esistente, Danimarca e Groenlandia sarebbero disponibili a farlo e il trattato lo permette. Quindi non c’è bisogno di comprare, occupare o conquistare perché i meccanismi legali sono già in atto.
La minaccia della sicurezza è reale?
MTJ Penso che la sicurezza sia un tema legittimo e che gli Stati nazionali siano abituati a ragionare in questi termini. La stessa sicurezza diventa terreno della competizione di cui parlavo all’inizio. Washington ha aumentato le pattuglie sottomarine tramite una base in Islanda per monitorare le attività russe. Abbiamo visto azioni dannose, tagli di cavi sottomarini alle isole Svalbard, e diverse molestie agli Stati baltici e alla Polonia. Le attività russe in connessione con l’Artico sono state sicuramente percepite come più aggressive nell’ultimo periodo. Tuttavia dichiarazioni del tipo: “Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza” non rappresentano un’argomentazione sufficiente. Servono più dati e informazioni.
Un altro modo per coprire interessi commerciali?
MTJ Per quanto riguarda la Groenlandia ci sono interessi minerari che coinvolgono anche altri Paesi ma in generale il 90% del suo Pil deriva dalla pesca. Quelle miniere non hanno ancora reso profitti e finora le aziende americane non si sono precipitate a fare investimenti. Quindi sono un po’ scettica perché se questi minerali critici sono sepolti sotto uno strato di ghiaccio spesso due miglia, gli imprenditori che valutano se l’oggetto valga la pena della fatica probabilmente diranno di no: ci sono altri posti più facili da sfruttare. È ragionevole porsi la domanda, ma giudicando le azioni degli imprenditori non sono convinta della risposta.

Vede nel tempismo delle dichiarazioni di Trump un modo per spostare l’attenzione da quanto accaduto in Venezuela lo scorso 3 gennaio?
MTJ Da studiosa osservo le critiche interne che arrivano al presidente Trump: si era candidato promettendo di rendere gli Stati Uniti più isolazionisti, la sua politica estera era decisamente orientata a fare meno all’estero. E invece. Le persone che lo avevano sostenuto originariamente sono confuse e irritate, si chiedono “perché siamo in Venezuela, per il narcotraffico, il cambio di regime o il petrolio?” e non ottengono risposta. E questo conta perché tra meno di un anno ci saranno le elezioni congressuali di medio termine e i repubblicani temono di perderle proprio per via di tutti questi interventi esteri. Viviamo poi nell’epoca dell’immediatezza in cui si vogliono risultati subito. Sono sicura che tra qualche giorno leggerò l’intervista a un americano che dice: “Beh, abbiamo invaso il Venezuela la settimana scorsa. Perché sto ancora pagando così tanto per la benzina?”. Ma non funziona così. I tempi diplomatici sono lunghi. C’è un detto statunitense che recita “le elezioni non si vincono mai su questioni di politica estera”. Con poche eccezioni, come la Seconda Guerra mondiale, l’11 settembre e la Guerra fredda, è con l’economia che si vince. E la nostra economia non è messa bene.
Nel libro auspica che l’approccio collaborativo abbia la meglio nell’Artico, è ancora possibile?
MTJ Da diplomatica credo che, a prescindere da chi sia il presidente, gli Stati Uniti debbano sedere al tavolo e parlare non solo con i propri alleati ma anche -e soprattutto- con chi è più distante. La diplomazia è questo, servono pazienza, organizzazione e volontà. I tempi di oggi non aiutano perché tutto cambia velocemente. Quando ho scritto il libro Joe Biden era alla Casa Bianca e lo scenario era diverso; solo alla fine del 2025 Trump ha pubblicato un documento di 29 pagine sulla strategia di sicurezza nazionale dove non si menziona né la Groenlandia né l’Artico, eppure eccoci qui. Ma la mia conclusione resta la stessa. Non voglio rinunciare alla diplomazia e ad un approccio collaborativo, specialmente in territori come questi, dove l’ambiente ostile e duro impone delle partnership con tecniche e attrezzature condivise. Se cadi in acqua hai meno di due minuti. Se indossi una tuta di sopravvivenza, ne hai circa dieci. L’Ice Pact, siglato nel 2024 da Usa, Canada e Finlandia, è un esempio virtuoso di diplomazia. L’accordo tripartito, avviato sotto l’amministrazione Biden e portato avanti da Trump, mira a promuovere la costruzione di rompighiaccio per l’attraversamento dell’Artico. Grazie alla collaborazione con Helsinki, gli Stati Uniti possono ridurre notevolmente i tempi di realizzazione, che altrimenti sarebbero di circa dieci anni, mentre in Finlandia la stessa costruzione richiede solo due anni.
Che futuro vede nell’Artico?
MTJ Vedo un interesse crescente. Quando ho iniziato questo lavoro cinque anni fa in pochi parlavano di Artico, ora la mia posta esplode ogni giorno. Tantissimi libri e ricerche sono in uscita. Accolgo il fatto che quest’area stia finalmente ricevendo l’attenzione che merita. Forse non ancora per le ragioni giuste ma è una fase sicuramente dinamica e interessante da seguire.
Questo articolo è stato pubblicato su Altreconomia il 13 gennaio 2026