Quando migrare significa affermare la propria identità

di Annamaria Francioni /
21 Gennaio 2026 /

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Ci sono incontri che lasciano tracce profonde, anche se avvengono in spazi fugaci e momenti veloci. Un ragazzo di poco più di venti anni, da poco arrivato in Italia. La luce si posa sul suo aggraziato volto tra corridoi e sedie di attesa all’interno di uno dei tanti centri accoglienza del territorio, in un luogo dove le persone si incrociano senza sapere se si rivedranno mai. Il sole che filtra dalle finestre accompagna i suoi eleganti lineamenti che, inclinati e leggermente timidi, restano immobili, accantonati dallo sguardo che si alza leggermente verso di me, tentando di raccontarmi la storia di vita che accompagna il viaggio affrontato e le speranze future, con un tono gentile, incapace di nascondere la delicatezza che gli appartiene; filigrane luccicanti illuminano i suoi occhi mentre narra del ragazzo che vorrebbe raggiungere in Olanda, già arrivato da quasi un anno. Nei suoi occhi si legge una stanchezza che non appartiene all’età, ma ai percorsi lunghi e difficili della vita. Veniva dalla Mauritania, un paese che per lui era molto più di una geografia: era un insieme di tradizioni rigide, silenzi imposti e regole non scritte che modellano ogni gesto quotidiano.

Il suo viaggio verso l’Europa non era iniziato come un’avventura, ma come necessità, come fuga silenziosa da un mondo che non gli permetteva di esprimere liberamente chi era. Non parlava spesso della famiglia, ma i suoi occhi tradivano la nostalgia e il senso di responsabilità che ancora provava per le persone rimaste a casa. Ogni tappa del viaggio era un piccolo universo a sé, dove un tempo carovane nomadi trasportavano oro e pietre preziose; oggi file di persone in cerca di una vita migliore, illuminate dalla stessa luna, affrontano viaggi estenuanti, trovando a volte la morte, a volte la vita. Attraversare deserti e frontiere, sfidare la fatica fisica e la paura costante, incontrare sconosciuti che diventavano compagni per un momento o guide per un tratto di strada: tutto questo faceva parte di un mosaico di esperienze che non si possono raccontare facilmente; trovare le parole non è semplice. 

La violenza era sempre dietro l’angolo: minacce, soprusi, ricatti, ma anche discriminazione per il suo orientamento sessuale. Essere una persona LGBTQ+ in quel contesto non era solo un aspetto della sua identità: era un pericolo costante, un motivo in più per muoversi con attenzione e silenzio. Raccontava di notti trascorse nascosto, del terrore di essere scoperto, ma anche di momenti di solidarietà, quando qualcuno offriva un pasto o una parola di conforto. 

I percorsi di costruzione identitaria di ogni essere umano sono manipolati dalle gerarchie, dai rapporti di forza e da variabili come quelle di classe, origine e anche dai comportamenti ritenuti corretti all’interno della società. In alcuni paesi, tuttora esistono pene severe per chi non si conforma agli standard sessuali tradizionali e le devianze sono spesso trattate come malattie. Essere una persona migrante nell’Italia del ventunesimo secolo non è un affare semplice, come non lo è se il proprio orientamento sessuale non rispecchia quello della famiglia patriarcale, idealizzata e incorporata come unica e giusta, aggravando così una situazione già deteriorata da una precarietà alimentata da una struttura burocratica particolarmente viziata, scoordinata e non sempre rispettosa dei diritti umani. 

Parlava del suo compagno con una delicatezza che tradiva la fragilità di un amore ostacolato dalla distanza e dalle leggi. Il sogno di ricongiungersi non era un desiderio astratto: era una necessità emotiva, il punto fermo che guidava ogni passo del suo cammino. Durante il viaggio si costruisce la resilienza che nasce dalla vulnerabilità, la forza che scaturisce dall’aver sofferto, la delicatezza che si sviluppa quando il mondo ti costringe a muoverti con attenzione. Ogni piccolo gesto quotidiano, un cibo condiviso, una conversazione breve, una risata rubata, diventava un momento prezioso di umanità. 

Quando parlava della Mauritania, non la descriveva solo come un luogo, ma come una rete di valori, norme ed aspettative che limitavano la libertà e imponevano maschere sociali. Raccontava di feste, di gesti di affetto nascosti, di sguardi che osservano e giudicano, di attese e silenzi che definiscono ciò che è possibile e ciò che non lo è. Il viaggio lo aveva cambiato anche fisicamente: la bellezza del suo volto contrastava con le abrasioni, da poco in guarigione, che ricoprivano parti della schiena e del torace scuro. Il tragitto del suo viaggio era stato complicato da incontri che, oltre alla violenza riservata a tanti compagni, avevano sprigionato su di lui repressioni, discriminazioni e pregiudizi inauditi, giustificati dal solo dubbio che il suo orientamento sessuale non fosse quello conforme alla legge divina, biologica, secolare che, in modi diversi ma da sempre ben amalgamati, stabilisce norme e comportamenti ritenuti corretti all’interno della società. Hanno saputo laboriosamente abusare della sua anima prima che della sua pelle, con ferite che lo accompagneranno, anche se ne sono certa, non ne bloccheranno il coraggio e la sua meta. 

Il suo arrivo in Europa portava con sé nuove sfide: i documenti, le burocrazie, le paure di non essere accolto. Ma anche nuove possibilità: poter vivere senza nascondersi, poter esprimere liberamente sentimenti e affetti, poter costruire una vita con la persona amata. Raccontava di attimi quotidiani che per molti sembrerebbero banali: la sensazione di poter camminare mano nella mano con qualcuno senza timore, la gioia di un pasto condiviso senza dover giustificare la propria presenza, la libertà di parlare senza paura. Questi piccoli dettagli assumevano un valore enorme nella sua esperienza. 

Ascoltarlo significava confrontarsi con un mondo complesso, fatto di leggi invisibili, tradizioni, precarietà e desideri. La migrazione non era solo movimento fisico: era un atto di coraggio, una dichiarazione di esistenza, un modo di affermare che la propria vita conta, anche quando le regole sembrano dire il contrario. Ogni racconto, ogni pausa, ogni silenzio parlava di identità, di resistenze, di fragilità e forza. Le sue parole erano un invito a guardare oltre le statistiche, oltre le notizie, a vedere le vite umane dietro i numeri. 

La violenza che accompagna queste dinamiche affonda l’agency di molti esseri umani in una miriade di forme che, in modo fluido, continuo e instancabile, si dipana espandendosi. Può essere violenza fisica, perpetrata dalle cinghie divenute fruste improvvisate da mercanti di esseri umani, o quella ostentata dai funzionari di polizia che difendono Stati che sanno alzare muri davanti alle persone ma lasciano libere le merci, arrivando infine a quella dei burocrati che, nel castello della loro gerarchia, hanno il potere di decidere chi può restare e come potrà sopravvivere. 

Quando ci siamo salutati, ho capito che la sua storia non era unica: era una delle tante che attraversano i nostri territori ogni giorno, invisibili agli occhi distratti, ma portatrici di resilienza, speranza e umanità. Raccontarla era un atto di riconoscimento, di rispetto, una piccola testimonianza che le vite dei migranti e delle persone LGBTQ+ meritano di essere viste e ascoltate. 

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