La logica di eliminazione di Israele e la distruzione della vita palestinese

di Alessio Giordano /
12 Ottobre 2026 /

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Il rapporto “The elimination project” della Ong B’Tselem ricostruisce la progressiva distruzione della vita palestinese in Cisgiordania sin dalle origini del progetto sionista. Un sistema di violenze strutturali iniziato con la Nakba e che risulta perfettamente integrato nel sistema di colonialismo di insediamento israeliano. Che si è intensificato dopo il 7 ottobre 2023 attraverso cinque meccanismi strettamente interconnessi

“Da quasi tre anni Israele sta sistematicamente smantellando le condizioni per l’esistenza collettiva palestinese in Cisgiordania. Questo è ‛il progetto di eliminazione’”. Yuli Novak, direttrice esecutiva di B’Tselem, ha presentato così “The elimination project”, il rapporto pubblicato a metà settembre dall’organizzazione per i diritti umani israeliana. Il documento, basato su oltre duemila testimonianze e su decenni di documentazione, analizza quanto compiuto da Israele in Cisgiordania come parte di un sistema in cui pratiche diverse agiscono contemporaneamente e si rafforzano a vicenda.

“Si tratta di un piano strettamente legato alle scelte politiche dei governi che si sono succeduti negli ultimi decenni -spiega ad Altreconomia Yair Dvir, portavoce di B’Tselem-. Se però in passato i politici israeliani hanno sempre cercato di presentare l’occupazione come qualcosa di temporaneo, ora non si preoccupano nemmeno più di nascondere la logica alla base di questo disegno”. Dvir fa riferimento alla “logica di eliminazione” coniata dallo storico australiano Patrick Wolfe, che nel saggio “Settler colonialism and the elimination of the native” descrive il colonialismo di insediamento come un processo che, utilizzando strumenti diversi, -dall’uccisione all’espulsione, dall’espropriazione all’assimilazione- ha come obiettivo la dissoluzione delle comunità e la costruzione di una nuova società sul territorio sottratto.

B’Tselem individua la “logica di eliminazione” già negli albori del progetto sionista. “Per trovare le prime tracce del piano di eliminazione siamo tornati alle origini del movimento sionista e alla nascita dello Stato di Israele”, prosegue il portavoce della Ong. Il rapporto, infatti, colloca la prima evidente manifestazione di questo sistema nella Nakba, quando “tra il 1947 e il 1949 centinaia di migliaia di palestinesi furono espulsi o fuggirono, centinaia di comunità furono distrutte o spopolate e le loro terre rese disponibili all’insediamento israeliano”.

Nel 1967, con la Naksa e l’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, il controllo israeliano si estese ulteriormente a milioni di palestinesi attraverso nuove espropriazioni, la costruzione di insediamenti, restrizioni alla pianificazione territoriale e la frammentazione dello spazio. Come precisa Dvir, “nemmeno gli Accordi di Oslo, negli anni Novanta, interruppero questo processo, lasciando a Israele il controllo di aspetti fondamentali della vita palestinese, tra cui la sicurezza e la pianificazione urbanistica”. In questo quadro, la fase attuale rappresenta quindi un’accelerazione di un processo consolidato, intensificatosi ulteriormente dopo il 7 ottobre 2023.

La Ong riporta che in questi tre anni “sono aumentati i finanziamenti destinati agli insediamenti, comprese fattorie e avamposti, mentre si è fatto più stretto ed esplicito il coordinamento tra istituzioni statali, esercito, movimento e milizie dei coloni”. B’Tselem richiama a questo proposito il “Decisive plan”, elaborato nel 2017 da Bezalel Smotrich, attuale ministro delle Finanze del Governo Netanyahu. Il piano prospettava tre possibilità per i palestinesi: rinunciare alle proprie rivendicazioni politiche e vivere sotto la supremazia ebraica, lasciare il territorio o affrontare la repressione violenta in caso di resistenza. “Pur non essendo stato adottato formalmente nella sua interezza -si legge nel report-, alcuni suoi elementi sono oggi rintracciabili in politiche, stanziamenti, trasferimenti di competenze e pratiche attuate sul campo”.


È su questo sfondo che B’Tselem individua cinque meccanismi attraverso cui in Cisgiordania tale logica si traduce concretamente nella vita dei palestinesi. Il primo è costituito dalla violenza e dall’intimidazione. Il report rivela che tra il 7 ottobre 2023 e il 30 giugno 2026, in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, sono stati uccisi 1.087 palestinesi, tra cui 242 minori e 21 donne. Nello stesso periodo, inoltre, almeno 32 detenuti e prigionieri provenienti dalla Cisgiordania sono deceduti nelle carceri israeliane. E si tratta di una violenza che agisce impunemente. Come sottolinea l’organizzazione, “tra il 2005 e il 2025 il 93% delle indagini aperte per le violenze dei coloni contro palestinesi si è concluso senza incriminazioni e solo il 3% con una condanna”.


La pressione di Israele sulla popolazione palestinese, però, non passa soltanto dalla violenza diretta. Il rapporto mette in luce un secondo meccanismo nel controllo della mobilità. “Checkpoint, cancelli, blocchi stradali, permessi e barriere di separazione frammentano il territorio e rendono imprevedibili gli spostamenti delle persone”, riprende Dvir. Ricordando che “Dall’ottobre 2023 Israele ha introdotto oltre 200 nuovi checkpoint, per un totale di più di 920 ostacoli alla libertà di movimento dei palestinesi”.

Le conseguenze di questo sistema si misurano anche nella vita quotidiana di chi deve attraversare la Cisgiordania per lavorare, curarsi o raggiungere i servizi essenziali. È quello che racconta in una delle testimonianze raccolte dalla Ong Isma’il Odeh, residente a Deir ‘Ammar, e socio di un negozio di materiali edili a Bitunya, a Ovest di Ramallah. “Prima del 7 ottobre raggiungevo il lavoro in circa 20 minuti con un taxi collettivo, pagando 7 shekel -ha dichiarato-. Dopo la chiusura della strada diretta da parte dell’esercito, sono costretto a utilizzare un percorso alternativo e in condizioni normali -senza traffico né checkpoint– il tragitto richiede circa 40 minuti e costa 10 shekel”. Tra l’aumento del costo del carburante e la durata degli spostamenti, oggi Odeh riesce a recarsi al lavoro solo a giorni alterni.

Il terzo meccanismo riguarda invece l’economia. La restrizione degli spostamenti, infatti, finisce per avere conseguenze sul reddito delle famiglie palestinesi e, più in generale, sulle loro condizioni di vita. Come puntualizza Dvir, “nel tempo Israele ha costruito una forte dipendenza dell’economia palestinese dalle proprie decisioni, controllando valichi, risorse e sviluppo del territorio”. Per decenni la forza lavoro palestinese è stata impiegata nel mercato israeliano legando una parte dei redditi all’accesso ai permessi di lavoro oltre la Linea Verde.

Inoltre, dopo il 7 ottobre 2023, si legge nel report, la revoca della maggior parte di questi permessi “ha aggravato una situazione già fragile: il tasso di disoccupazione in Cisgiordania, pari al 13,1% nel 2022, nel 2025 ha superato il 31%”. A questo si aggiunge il trattenimento da parte di Israele delle entrate fiscali destinate all’Autorità palestinese, che -precisa il portavoce della Ong- “ammontano a oltre 14 miliardi di shekel (quattro miliardi di euro, ndr)”. Gli effetti di queste pratiche si riflettono direttamente sui servizi pubblici, che operano con risorse ridotte. “L’Autorità palestinese fatica a pagare gli stipendi, gli ospedali sono al collasso e le scuole hanno ridotto l’orario delle lezioni perché non ci sono fondi sufficienti”, afferma Dvir.

Il controllo, però, non condiziona solo la possibilità di spostarsi e di lavorare: Israele colpisce anche la capacità della società palestinese di organizzarsi ed esprimere forme di opposizione. Arresti, sorveglianza e sanzioni nei confronti di organizzazioni, attivisti, giornalisti e studenti comportano la progressiva distruzione del tessuto politico e sociale. È il quarto meccanismo evidenziato da B’Tselem, che a questo proposito ricorda come, tra il 1967 e il 2019, “Israele ha messo fuori legge oltre 400 organizzazioni politiche palestinesi”.

E alla repressione del dissenso si accompagna la riduzione dello spazio fisico in cui le comunità possono continuare a vivere. Il quinto meccanismo -“pulizia etnica e controllo territoriale”- passa attraverso restrizioni edilizie, demolizioni, la sottrazione di territorio e l’espansione degli avamposti e degli insediamenti dei coloni. “Dal 1967, Israele ha assunto il controllo di oltre due milioni di dunam, più di un terzo della Cisgiordania. A luglio 2026, inoltre, 1,07 milioni di dunam -pari al 18% del territorio- erano sotto il controllo delle milizie dei coloni”, precisa Dvir. E ancora, secondo i dati riportati dalla Ong, tra il 2023 e il 2025 sono stati istituiti 185 nuovi avamposti, mentre a giugno 2026 è stata documentata l’espulsione di 64 comunità palestinesi e l’espulsione parziale di altre 18.


La logica descritta da B’Tselem non si ferma ai confini della Cisgiordania. La sua forma più estrema è riscontrabile a Gaza, dove la distruzione della società palestinese ha assunto una dimensione genocidaria. “È importante capire che la logica di eliminazione è figlia di un’unica struttura, che comprende il sistema politico suprematista, l’esercito e, purtroppo, gran parte della società israeliana”. Per questo è necessaria una maggiore pressione su Tel Aviv da parte dei governi e della comunità internazionale. “Negli ultimi mesi ci sono state alcune sanzioni legate agli insediamenti e a pochi coloni e di recente alcuni Paesi hanno annunciato misure per interrompere il commercio con le colonie ma si tratta di provvedimenti molto parziali -conclude Dvir-. Israele, però, deve rendere conto di tutti i crimini commessi e questo è il momento in cui continuare ad aumentare la pressione”.

Questo articolo è stato pubblicato su Altreconomia il 6 ottobre 2026

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