Centri antiviolenza: non luoghi di servizio, ma luoghi propulsori di cambiamento

di Barbara Leda Kenny /
29 Novembre 2025 /

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È stato il femminismo a trovare le parole per descrivere, analizzare e contrastare la violenza degli uomini contro le donne, comprendendone le grammatiche e iscrivendole nelle dinamiche di potere interne alle relazioni tra i generi. Il femminismo ha portato alla luce ciò che viene normalizzato e invisibilizzato: ossia che la violenza di genere è un elemento costituente di una società patriarcale.

Parlare di violenza è stato possibile a partire dalle esperienze dell’autocoscienza e dei consultori, esperienze in cui le donne hanno messo in condivisione i propri vissuti trasformandoli in saperi. Alla fine degli anni Settanta, la dimensione collettiva di movimento ha permesso che i discorsi diventassero pratiche.

I centri antiviolenza nascono in seno al femminismo e sviluppano una pratica, basata sulla relazione tra donne, di accompagnamento nel percorso di fuoriuscita dalla violenza, che tiene conto degli elementi politici non solo di contesto (oppressione degli uomini sulle donne) ma anche di contrasto (la relazione tra donne è uno strumento di liberazione). In questa prospettiva sono luoghi trasformativi, nelle vite delle donne e nella società. Le associazioni di donne che li avviano non si occupano solo di gestire spazi fisici ma fanno prevenzione e formazione; sono luoghi propulsori di cambiamento.

I centri antiviolenza non nascono quindi come servizi, non possono essere paragonati all’anagrafe o al pediatra, perché hanno una prospettiva politica specifica. Non è attuabile, infatti, separare la violenza dalla società e contrastare la violenza degli uomini sulle donne senza mettere in discussione l’impianto patriarcale che la rende possibile. Per superare la violenza è necessario dotarla di un senso che travalica le mura domestiche, va oltre la dimensione della colpa e le responsabilità individuali. Per questo le associazioni e le ong femministe sono un punto di riferimento, non solo nella gestione di centri antiviolenza, case rifugio, case di semiautonomia, ma nello sviluppo di analisi, strumenti, di politiche e di attività di prevenzione.

Oggi però, da più parti si cerca di “neutralizzare” i servizi antiviolenza, affidandoli a gestori generalisti, o, peggio, conservatori. Un processo che si alimenta nell’inedia politica per cui non esiste un piano antiviolenza e sono venuti meno i luoghi di confronto istituzionale, con un terzo settore che vede nell’antiviolenza una partita economica, le regioni che vogliono facilitare la diffusione dei servizi a scapito della loro qualità, il depauperamento generale di un’offerta per cui i servizi esternalizzati dal pubblico vengono sottopagati facilitando i grandi soggetti che riescono a fare economie di scala (molto spesso a scapito delle lavoratrici e dei lavoratori).

Questo tentativo di considerare i centri antiviolenza un servizio come un altro è complicato ulteriormente dal modo in cui, da sempre, le destre strumentalizzano il discorso per promuovere politiche razziste, securitarie e repressive che di fatto non solo non sono efficaci, ma rafforzano il senso di dominio e controllo maschile sui corpi delle donne fondendolo con retoriche nazionaliste.

Così viene minacciata l’istituzione di genere, il presidio capillare territoriale, che i centri antiviolenza rappresentano. Per questo, in vista del 25 novembre, è importante ribadire che il contrasto alla violenza degli uomini contro le donne e alla violenza di genere o è agito in una prospettiva femminista e transfemminista o non è. E che la difesa, il rafforzamento e la diffusione dei centri antiviolenza gestiti da organizzazioni femministe e transfemministe è una priorità politica di tutte.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 24 novembre 2025

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