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Ultimi bagliori del moderno

Per le edizioni ombre corte è appena uscito un libro di Franco Berardi Bifo dal titolo Ultimi bagliori del Moderno. Si tratta della nuova edizione di un libro uscito 25 anni fa con il titolo «La nefasta utopia di Potere operaio». Non si tratta di un testo che parla di un passato da archiviare, ma al contrario parla del mondo che ha preso forma negli anni del passaggio di millennio, riaffermando l’attualità del metodo conoscitivo di un gruppo di intellettuali attivisti chiamato Potere operaio. Qui pubblichiamo la nuova introduzione scritta per l’occasione dall’autore.

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La prima edizione di questo libro uscì nel 1998 col titolo La nefasta utopia di Potere operaio. Mi è parso opportuno cambiare il titolo perché, se ripenso agli anni Settanta, vedo i bagliori di un’epoca che volge al termine, mentre il titolo, la cui ironia poteva essere ancora comprensibile venticinque anni fa, oggi rischia di essere fuorviante.

Quell’utopia, che ironicamente definivo “nefasta”, non era affatto un’utopia. L’alleanza strategica tra rifiuto del lavoro salariato e intelligenza tecnico-scientifica è il cuore del progetto di Potere operaio, che si concretizza come sabotaggio del comando capitalistico e nella riduzione del tempo di lavoro. Ridurre il tempo di subordinazione al lavoro è l’obiettivo ma anche la pratica quotidiana che si esprime nel quotidiano rifiuto del lavoro. Sostituire il lavoro umano con i prodotti del sapere tecnico è l’orizzonte strategico in cui si svolge la breve parabola di Potere operaio. Anche se non si è realizzato, quel progetto non era affatto utopico.

Negli anni Sessanta e Settanta, quando quel progetto prese forma nel pieno delle lotte operaie e studentesche, il rifiuto del lavoro e la tendenziale abolizione del lavoro salariato emergevano come prospettive possibili a partire dalla convergenza tra lotte operaie autonome e autonomia del sapere collettivo che nel ’68 aveva trovato un soggetto politico di massa: gli studenti.

Ben al di là di quel che potevamo capire allora, il progetto di abolizione del lavoro salariato significava realisticamente ridurre la devastazione del pianeta e la devastazione della mente collettiva, puntando a un’applicazione razionalmente governata della tecnologia e partendo dalla frugalità dei consumi, dalla rivalutazione del valore d’uso contro il dominio del valore di scambio. Quel progetto era realistico se si considerano le potenze del sapere e della società, ma il suo pieno sviluppo richiedeva l’emancipazione dell’attività produttiva dal paradigma della crescita, e l’instaurazione di un modello egualitario e frugale in aperto conflitto col modello capitalista e col paradigma dell’espansione infinita, profondamente radicato nella cultura moderna.

Grazie all’intensificazione della produttività, all’espansione del sapere tecnico e alla sua applicazione, erano maturate le condizioni di quel passaggio di cui Marx parla nel Frammento sulle macchine: riduzione del lavoro al minimo indispensabile, liberazione delle energie della società dal vincolo del salario. Ma perché quella possibilità potesse dispiegarsi era necessario rompere il dominio del capitale, cioè il dominio di un modello votato alla crescita illimitata, all’illimitato sfruttamento delle risorse fisiche e mentali.

Per ragioni culturali e politiche la soggettività sociale non è riuscita a portare a compimento quella possibilità, questo è un fatto. Ma quella possibilità era e rimane nella potenza del sapere e della tecnica e attende di trasformarsi in processo organizzato consapevole di fuoriuscita dal regime dello sfruttamento. L’alternativa all’attualizzarsi di quella possibilità è il mondo in cui viviamo: caos della catastrofe climatica, del collasso nervoso e della guerra, oppure totalitarismo dell’automa cognitivo. O forse tutti e due, l’automa e il caos, in un abbraccio mortifero.

Estrema modernità, culmine, esaurimento

Tra i decenni Sessanta e Sessanta la modernità sembra prossima alla realizzazione delle sue promesse: democrazia, eguaglianza sociale, liberazione dal colonialismo. Ma alla fine di quel ventennio, quando la reazione padronale prende la forma del neoliberismo e dell’aggressione violenta, che si manifesta dopo il colpo di stato nazi-liberista in Cile dell’11 settembre 1973, si entra in un’epoca che rapidamente volge verso il “disincanto”. L’euforia futurista del secolo Ventesimo aveva raggiunto il suo culmine e cominciava a volgere verso l’esaurimento. L’insurrezione egualitaria si consumava senza darsi forme stabili di contropotere organizzato. In questo passaggio si colloca l’esperienza intellettuale e politica di un gruppo di intellettuali attivisti e operai che prese il nome di Potere operaio.

Lo stile politico, linguistico e perfino estetico di Potere operaio esprime il senso dell’estrema modernità: il comunismo è superamento del capitale entro la forma generale del moderno. Il comunismo è la realizzazione della potenzialità e della promessa che il moderno porta in sé.

Il movimento successivo, quello che nella seconda parte degli anni Settanta prese le forme dell’autonomia operaia e poi si espresse nell’autonomia trasversale del ’77, si colloca al di là del moderno. Dopo il ’77 l’orizzonte culturale disegnò due linee divergenti ma intimamente legate: quella del disincanto e del pensiero debole, e quella della radicalità esistenziale, del punk.

In un libro dal titolo Images of class (Verso, London 2022), Jacopo Galimberti riflette sulla grafica delle riviste operaiste, trovandovi il punto di arrivo e l’eredità delle avanguardie del secolo Ventesimo. La testata del giornale che uscì a partire dall’autunno 1969 col titolo “Potere Operaio”, disegnata da Piergiorgio Maoloni, è il trionfo del futurismo modernista: il rigore si unisce all’estremismo, l’euforia della rivolta si unisce all’essenzialità del bianco e nero. Anche sul piano estetico Potere operaio rappresenta il compimento (mancato) del moderno: prometeismo sovversivo e razionalità materialista. Lo spirito tragico-epico del movimento rivoluzionario novecentesco e lo spirito ironico-combinatorio dello sperimentalismo artistico e letterario si fondono nell’esperienza operaista.

Dopo il ’77 la forma generale del moderno entra nella fase della sua implosione: l’ordine del moderno si sgretola, aprendo la porta al caos. Gli ultimi bagliori del moderno si spengono quando il neoliberismo appare sulla scena del mondo, non come mera continuazione del liberismo classico, ma come alleanza esplicita del nazismo e del principio suprematista con il primato del profitto e la regola della competizione generalizzata, cioè della guerra di tutti contro tutti. Il colpo di stato cileno dell’11 settembre 1973, che fu insieme violenza nazista e imposizione della legge del profitto, segna il momento in cui il moderno si spegne e lascia il passo a un’epoca di barbarie di cui ancora non vediamo la fine.

Negli anni Novanta, quando questo libro è stato scritto, non vedevamo ancora con sufficiente chiarezza gli effetti di lungo periodo che la controrivoluzione neoliberista aveva messo in moto. Ma già vedevamo delinearsi due prospettive divergenti ma contestuali: la trasformazione tecno-sociale promossa dall’avvento dell’elettronica di rete, e l’involuzione culturale che prendeva forme identitarie, razziste, e fasciste. L’innovazione tecnica legata all’utopismo visionario nella Silicon Valley, da un lato. Il ritorno del nazionalismo e della guerra in Yugoslavia dall’altro.

Classe operaia e cognitariato

La battaglia per una transizione paradigmatica era, o appariva, ancora aperta. Le potenze della scienza e della tecnica si stavano materializzando in una figura sociale che Hans Jürgen Krahl, in un libro del 1969 (Konstitution und Klassenkampf) aveva chiamato “intelligenza tecnico-scientifica”, e che negli anni Novanta cominciammo a chiamare “cognitariato”: proletariato cognitivo.

Il cognitariato portava in sé, moltiplicata, la forza produttiva della classe operaia, ma le condizioni soggettive, psico-politiche, organizzative, per realizzare l’autonomia del cognitariato e quindi per avviare la grande sostituzione del lavoro umano con macchine intelligenti, non erano scontate, anzi erano difficilissime da dispiegare.

Quando, dopo gli anni Sessanta e Settanta la lotta di classe ha spinto il capitale a sostituire lavoro con macchine, è divenuta centrale la figura dell’ingegnere capace di trasferire le competenze umane nell’automa tecnico. A quel punto si pose il problema: a quale logica risponderà l’ingegnere? A quella della liberazione di tempo dal lavoro, o a quella dell’intensificazione dello sfruttamento e del controllo?

Oggi, nel terzo decennio del Ventunesimo secolo pare evidente che l’ingegnere, o piuttosto l’intero ciclo del lavoro cognitivo, è stato incapace di autonomia dal comando del capitale. La possibilità di liberazione del tempo dalla schiavitù capitalistica non si è determinata perché la potenza soggettiva è mancata per ragioni storiche, politiche, culturali. Queste ragioni si possono sintetizzare in pochi punti: precarizzazione del lavoro, privatizzazione integrale della vita, cattura dei corpi e del linguaggio da parte della macchina connettiva digitale. E naturalmente subalternità culturale e tradimento politico della sinistra, strumento della corruzione neoliberale.

Il proletariato cognitivo globalizzato non ha saputo esprimere l’organizzazione autonoma per liberare la potenza produttiva dal dominio astratto del capitale. Neoliberismo, privatizzazione della sfera pubblica, precarizzazione del lavoro sono seguiti alla sconfitta operaia e hanno trasformato la sconfitta in una condizione permanente.

L’epoca moderna nel suo complesso fu segnata dalla sottomissione del mondo naturale e della mente collettiva alla logica dell’economia di profitto, dall’astrazione progressiva di ogni frammento di attività produttiva e linguistica. L’intensificazione dello sfruttamento è stata la direttrice generale del moderno. Ma alla fine del Ventesimo secolo lo sfruttamento si accelera con un salto reso possibile dalla trasformazione cognitiva del lavoro, e si avvicina il momento in cui le macchine possono sostituire l’uomo nelle funzioni alienate del lavoro. Si rivela a quel punto la necessità di porre l’utile, non l’astratto, al governo del processo produttivo: eguaglianza sociale tra le singolarità differenti, e ricchezza frugale. Questi due concetti, solo apparentemente contraddittori ma profondamente, erano, in estrema sintesi, il nucleo del progetto operaista.

Ma l’eguaglianza sociale delle singolarità irriducibili e la ricchezza di una vita frugale richiedevano la rottura dell’involucro formale entro cui il processo si andava svolgendo da alcuni secoli. Richiedevano la rottura delle forme che il capitalismo eternizza: la crescita, il profitto, il salario. L’emancipazione dal dominio dell’astratto è un processo che implica un mutamento culturale, psichico, e politico, perché riguarda le forme della vita quotidiana e le attese culturali di futuro.

Comunismo, culmine e rovesciamento del Moderno, è il nome che abbiamo dato al progetto di liberazione del tempo umano dalla schiavitù. Ma il comunismo senza esaltazione della differenza singolare e senza grande sostituzione del lavoro umano con macchine non significa niente, o piuttosto significa solo autoritarismo statale e miseria esistenziale. Perciò il progetto comunista è fallito. Ma il suo fallimento, purtroppo, è il fallimento dell’umanità cosciente. Il moderno si è concluso senza liberare la potenza produttiva dell’intelletto generale dalla forma distruttiva dell’astrazione capitalistica. I bagliori del moderno si spengono e sulla terra scende l’oscurità più nera.

Nazional-operaismo

Quando, nel novembre 2016, uno schiavista che per sua stessa ammissione non ha mai pagato le tasse, un violentatore seriale che si vantava di molestare le donne divenne Presidente degli Stati Uniti d’America, cominciammo a misurare la profondità dell’abisso in cui la sconfitta del comunismo operaio ha gettato il pianeta, e l’umanità che sempre più precariamente lo abita.

In quello stesso anno gli elettori del Regno Unito votarono per la Brexit, mentre l’estrema destra nazionalista governava in Polonia, in Ungheria, in Russia, e in molti altri paesi del mondo. Sei anni dopo in Italia un partito di stampo fascista ha vinto le elezioni e governa il paese chiamandolo nazione; in Francia un partito simile si avvicina alla maggioranza nel Parlamento. In ciascuno di questi paesi il ceto sociale che maggiormente ha contribuito alla vittoria dei partiti apertamente razzisti e nazionalisti è stato la classe operaia di fabbrica.

Anche se la composizione tecnica del capitale è cambiata in senso semio-cognitivo, e i lavoratori cognitivi hanno avuto la funzione trainante nell’accumulazione di capitale, la produzione di merci fisiche non è affatto scomparsa. Al contrario: per effetto della globalizzazione del mercato del lavoro la classe operaia di fabbrica si è allargata enormemente, cambiando il panorama economico e sociale di vaste zone del mondo, ma al tempo stesso ha perduto autonomia culturale e capacità di auto-organizzazione, e al tempo stesso ha perduto la coscienza di avere una funzione universale.

L’internazionalismo non fu una favoletta ideologica, ma la coscienza del fatto che gli sfruttati hanno dovunque lo stesso interesse: più salario e meno lavoro. Ora la fine dell’internazionalismo proletario è una tragedia che rischiamo di pagare con l’estinzione della specie.

La classe operaia è sprofondata nelle conseguenze della sconfitta: solitudine, competizione tra lavoratori precari, umiliazione culturale, rabbia impotente, e per finire desiderio di vendetta che si esercita contro i più deboli dato che i padroni si sono fatti invisibili e inattaccabili. Le condizioni salariali sono peggiorate, e la solitudine politica si è trasformata in rancore e aggressività contro un nemico fittizio ma visibile, i migranti, gli stranieri.

Il ritorno del nazionalismo e del razzismo ha le sue radici nella sconfitta della classe operaia: Trump vinse nel 2016 perché i lavoratori impoveriti, che la sinistra aveva consegnato nelle mani del capitale finanziario, vedevano in lui uno strumento per reagire aggressivamente alle umiliazioni che il ceto liberal-democratico ha loro inflitto. Non potendo affrontare il nemico vero, che è il capitale deterritorializzato, la classe operaia occidentale si è ridotta a vendicarsi contro i proletari migranti alla ricerca di una territorializzazione. Il nazismo di ritorno in tutto il pianeta è prima di tutto nazional-operaismo della razza bianca.

In un appello alle generazioni emergenti pubblicato da “il manifesto” del 15 dicembre 2022, Mario Tronti, con tono drammatico e con stile da profeta gentile, parla del “popolo del lavoro in esilio nella Babilonia della destra”, e scrive che “l’Occidente euro-atlantico non si rassegna a essere ormai quello che è, una minoranza che solo in virtù della sua pretesa ragione vuole imporre le sue forme di vita al resto del mondo”.

Chi strangola chi

Negli anni Sessanta, mentre gli operai si organizzavano ribellandosi nelle fabbriche delle metropoli occidentali, i popoli colonizzati si battevano contro l’imperialismo economico e militare. Il Maoismo fu per alcuni anni un movimento mondiale perché esprimeva la consapevolezza di questo doppio fronte della rivolta. Mao Zedong corresse la formula ereditata dall’Internazionale: “Proletari di tutto il mondo unitevi”, con una formula nuova: “Proletari di tutto il mondo e popoli oppressi unitevi”.

Lin Biao, leader dell’Armata Popolare di Liberazione Cinese, e per molti anni delfino del Presidente Mao, propose l’idea che le campagne dovevano strangolare le metropoli a livello mondiale, come la Lunga Marcia aveva fatto in Cina. Ma questo progetto poteva realizzarsi solo entro le condizioni che Mao aveva espresso con la formula: “la classe operaia deve dirigere tutto”. Solo una direzione operaia (cioè solo la centralità dell’universalismo operaio, l’internazionalismo) poteva rendere possibile la liberazione dalla schiavitù su scala mondiale.

Quando la classe operaia delle metropoli venne sconfitta tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, il panorama strategico cambiò completamente. Non più un unico progetto universale di emancipazione, ma la guerra di tutti contro tutti. Cinquanta anni dopo lo vediamo bene: il sud globale, che Lin Biao chiamava “periferie del mondo”, sta circondando il mondo bianco, lo sta tendenzialmente strangolando. Ma l’anima di questo processo è la vendetta nazionalistica e razziale.

I popoli oppressi partecipano alla gara della competizione per il profitto, e si riconoscono in leader come Norendra Modi che fondano il loro potere sul nazionalismo e la persecuzione delle minoranze. Milioni di donne e di uomini invadono il Nord del mondo con una migrazione massiccia, ma lo fanno per sottomettersi al regime salariato. La migrazione viene allora percepita dai lavoratori dei paesi sviluppati come un pericolo per il loro posto di lavoro, e questo genera reazioni ostili, talvolta razzismo, e comunque divisione all’interno della forza lavoro, incapace di pensarsi e di agire come classe, dunque incapace di ricomposizione politica.

Il fronte del lavoro è sempre meno un fronte, sempre più un mosaico di frammenti che non riescono a ricomporsi in soggetto politico. Si sono poste così le condizioni per il ritorno massiccio dello schiavismo e per la guerra civile globale, senza limiti di spazio né di tempo, senza universalismo e senza speranza.

Questo articolo è stato pubblicato su Opera Viva il 27 marzo 2023

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