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La sovranità dell’agrobusiness

Era il 1996 quando in contemporanea al World Food Summit indetto dalla FAO, si riunì a Roma una rete di movimenti sociali, ONG e reti di piccoli produttori di cibo da tutto il mondo.

Durante questo Forum delle ONG sulla sicurezza alimentare, presieduto e organizzato da Crocevia insieme a una rete di organizzazioni, La Via Campesina lanciò il concetto di sovranità alimentare. Un termine che sfida da oltre 25 anni il modello di produzione e distribuzione alimentare globalizzata, dominato dalle multinazionali e guidato da un approccio liberista.

La sovranità alimentare offre infatti un nuovo paradigma per combattere la fame e la povertà sviluppando e rafforzando economie locali, la democrazia e la promozione dei diritti umani

Da quel giorno, la sovranità alimentare è entrata nell’immaginario di tante e tanti attivisti e di centinaia di milioni di piccoli produttori, diventando un grido di battaglia per coloro che si impegnano per la giustizia sociale, ambientale, economica e politica.

Anche molti governi hanno cominciato a guardare al termine, ma spesso – almeno in Occidente – in modo strumentale e distorto. Dalla Francia di Emmanuel Macron all’Italia di Giorgia Meloni, l’appellativo della sovranità alimentare accostato al Ministero dell’Agricoltura è pretestuoso e fuorviante. Spieghiamo perché.

La definizione di sovranità alimentare

Dopo aver coniato il termine nel 1996, il movimento contadino si è ritrovato nel 2007 al Forum di Nyéléni, tenutosi nel villaggio di Sélingué, in Mali, dove ha formalizzato la defininizione di sovranità alimentare che oggi conosciamo:

La sovranità alimentare è il diritto dei popoli a un cibo sano e culturalmente appropriato, prodotto attraverso metodi socialmente giusti, ecologicamente sani e sostenibili, e il loro diritto collettivo di definire le proprie politiche, strategie e sistemi per la produzione, distribuzione e consumo di cibo.

Un concetto rivoluzionario, radicalmente democratico e molto lontano dal significato che le istituzioni occidentali tendono ad affibbiargli. La sovranità alimentare, come definita dai movimenti contadini, consente alle comunità di controllare il modo in cui il cibo viene prodotto, scambiato e consumato

Se fosse implementata per come è scritta, la sovranità alimentare permetterebbe di creare un sistema alimentare volto a sostenere le persone e l’ambiente piuttosto che realizzare profitti per poche grandi imprese.

Garantire la sovranità alimentare significa garantire i diritti collettivi dei piccoli produttori, creando le condizioni per un concreto accesso ai mezzi di produzione e alle risorse naturali, trasformandoli così da price taker a price maker.

Nel concreto, è la richiesta creare un contesto politico ed economico favorevole all’agricoltura di piccola scala, a una produzione di cibo legata alle culture di riferimento e alla partecipazione pubblica nella definizione delle politiche del cibo, contrastando allo stesso tempo la liberalizzazione del commercio, la concentrazione del potere nelle filiere e il colonialismo alimentare.

Sovranità alimentare è agroecologia

Non per nulla la sovranità alimentare è connessa con l’agroecologia – altro termine abusato e oggetto di tentativi di distorsione da parte dell’agribusiness. La produzione alimentare agroecologica si basa in gran parte sulle risorse rinnovabili disponibili nell’azienda, sul controllo naturale di parassiti e infestanti, sulla produzione di piccola scala per il mercato locale. Non c’è agroecologia nelle produzioni di monocolture industriali basate su input esterni e orientate al mercato internazionale.

E non è vero che la produzione di piccola scala è una pia illusione, nutrita da persone naif che non sanno che dobbiamo aumentare la produzione e la produttività per nutrire una popolazione mondiale crescente.

Come è stato ribadito più volte (vedi qui e qui), oggi si produce abbastanza cibo per sfamare tutti sul pianeta. Il problema è l’accesso e la disponibilità di cibo nutriente, sempre più ostacolati da pandemie, guerre, diseguaglianze, cambiamento climatico, speculazione finanziaria sulle materie prime. Tutte spie di una crisi del sistema globalizzato, incapace di rispondere ai bisogni reali delle comunità.

La falsa sovranità alimentare di Giorgia Meloni

Ora che abbiamo tutte le coordinate, possiamo guardare con occhio critico all’appellativo che il governo guidato da Giorgia Meloni ha impresso all’ex Ministero per le Politiche agricole, alimentari e forestali. Oggi si chiama Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, ma è ben lontano dall’interpretare il concetto coniato e promosso dai movimenti contadini. Si rifà invece ad una idea regressiva di patria e di nazione “produttrice”, che gli stessi movimenti per la sovranità alimentare rigettano completamente.

Il Ministro che lo guida, Francesco Lollobrigida, ha infatti rilasciato una lunga intervista al Corriere della Sera in cui declina la sua idea di sovranità alimentare in modo paurosamente concorde con quello delle principali organizzazioni di categoria, che per sovranità intendono:

  • tutela delle produzioni agroindustriali Made in Italy destinate all’export sul mercato internazionale;
  • rinvio, o meglio ancora abolizione, delle restrizioni ambientali previste dalle strategie europee Farm to Fork e Biodiversità 2030;
  • introduzione dei nuovi OGM senza più valutazione del rischio ed etichettatura.

Tradotto: non cambia nulla rispetto a ciò che hanno fatto tutti gli ultimi governi per l’agricoltura locale di piccola scala.

L’agenda è completamente schiacciata sulle richieste delle grandi lobby agricole e agroindustriali, che fingono di rappresentare l’agricoltura familiare ma che ormai hanno sempre meno di locale, tipico e biodiverso.

Vogliono solo vedere garantiti i loro interessi offensivi nei negoziati commerciali, per evitare di essere messe in competizione con la moltitudine di prodotti esteri a più basso costo etichettati come “italian sounding”.

Tocca a noi lottare per la vera sovranità alimentare

Mentre i governi tecnici e quelli di centrosinistra hanno adottato un approccio più globalista, esponendo l’agroindustria italiana alla concorrenza sleale degli altri paesi per poi compensarla con sussidi a pioggia, il nuovo corso di destra vedrà una più marcata protezione dei poteri agricoli nostrani.

Ma sempre di produzioni intensive, industriali e insostenibili parliamo.

L’orientamento “sovranista” del governo Meloni, che riscuote tanto successo in questa fase, certifica dunque il fallimento delle politiche neoliberiste, ma non illudiamoci che le cose cambino in meglio. Invece del grande capitale internazionale, assisteremo a una difesa del grande capitale italiano. Scordiamoci che questo porti benessere sui territori, una transizione ecologica dell’agricoltura o una promozione dei mercati locali.

Toccherà ancora una volta a noi, movimenti per la vera sovranità alimentare, lottare per imporre un’agenda veramente nuova e giusta.

Questo articolo è stato pubblicato su Comune il 24 ottobre 2022

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