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Il diritto di voto negato ai più fragili

Il 25 settembre gli italiani che andranno a votare saranno probabilmente molti meno rispetto al passato. L’astensionismo è a livelli record in questo momento storico e per milioni di persone quella di non votare è una scelta consapevole: con il 35 per cento secondo gli ultimi sondaggi, il partito degli astenuti sarà il vincitore delle elezioni. Per molte altre persone invece rinunciare al voto non sarà un gesto politico, ma una scelta obbligata dovuta a problemi personali e sociali di cui lo stato non si fa carico.

Il problema è noto per i fuorisede. Se chi si trova all’estero può contare sul sistema di voto per corrispondenza, per chi vive in Italia manca una legge che dia la possibilità di votare dove si vive per lavoro o studio senza dover tornare nel comune di residenza. Il risultato è che circa il 10 per cento dell’elettorato (quasi 5 milioni di persone) è costretto ad affrontare viaggi e spese cospicue per esercitare il suo diritto di voto.

I fuorisede non sono comunque gli unici a trovarsi in questa situazione. Ci sono categorie fragili che sarebbero ammesse per legge a votare, ma a cui spesso non vengono dati i mezzi per farlo. I detenuti, le persone con disabilità intellettiva e i senza dimora sono tra queste.

Lettere dal carcere

Non possono votare le persone che stanno scontando una condanna superiore ai cinque anni di carcere o tra i tre e i cinque anni comprensiva di un’interdizione dai pubblici uffici. Per tutti gli altri detenuti il voto, che in genere si svolge in un seggio speciale in carcere, è garantito. Ma solo sulla carta.

Per poter votare infatti i detenuti devono muoversi con largo anticipo, rivolgersi all’ufficio matricole del carcere e passare dal direttore dell’istituto in cui si trova. Entro tre giorni dal voto l’istituto deve inviare al sindaco del comune dove il detenuto risiede un certificato che attesti la sua permanenza in carcere, perché lo inserisca nelle liste elettorali. Ma se il detenuto è recluso in un comune diverso da quello di residenza, il sindaco dovrà comunicarlo al primo cittadino del comune di reclusione così che sia lui a inserirlo nei suoi elenchi elettorali.

“Per arrivare al voto un detenuto deve passare attraverso tre amministrazioni pubbliche: l’amministrazione penitenziaria, il comune di residenza e il comune in cui il detenuto si trova. Una mancanza o un ritardo in uno di questi tre stadi può ostacolare l’esercizio del suo diritto”, sottolinea Stefano Anastasia, coordinatore dei garanti regionali dei diritti dei detenuti. “Inoltre c’è scarsa informazione nelle carceri sul voto, non si sa perché ma non si vuole far entrare la politica in cella. Questo crea disillusione e disinteresse nei detenuti”.

I pochi dati a disposizione sulla partecipazione elettorale recente nelle carceri italiane parlano chiaro. Alle elezioni politiche del 2013 i detenuti votanti sono stati 3.426 sui 30mila aventi diritto. Un’affluenza dell’11 per cento che alle elezioni europee dell’anno successivo è ulteriormente precipitata. In quell’occasione sono andati a votare 1.236 detenuti sui circa 24mila aventi diritto, un misero 5,5 per cento.

“Tutto sarebbe semplificato da una maggiore informatizzazione delle comunicazioni tra le amministrazioni. È un antico problema dell’amministrazione penitenziaria”, spiega Anastasia. In Francia con il passaggio a un sistema di voto digitalizzato via posta, l’affluenza nelle carceri è aumentata dal 2 per cento al 15 per cento. Alcune carceri italiane sono più sensibili al tema e cercano di facilitare la procedura, come l’istituto di Regina Coeli, a Roma. Questo è confermato dai dati delle amministrative del 2021, dove il carcere romano ha fatto registrare uno dei tassi di affluenza più alti in Italia (comunque hanno votato solo 21 detenuti).

La scorsa primavera, in occasione del voto per le amministrative e i referendum, ha avviato una campagna di sensibilizzazione al diritto di voto nelle carceri, facendo circolare tra i detenuti dei volantini con tutte le informazioni pratiche. Così Sergio Dall’Osto, un uomo di 92 anni con molti anni di carcere alle spalle per rapina, interdetto a vita dai pubblici uffici e poi graziato nel 2021, ha potuto votare per la prima volta. Una storia che ha aperto un dibattito su quanto sia democratica una norma che limita un diritto come quello di voto in funzione della pena.

Difficile da leggere

Alle elezioni della scorsa primavera Paolo, un ragazzo con sindrome di down, si è rimboccato le maniche per arrivare preparato. Con il supporto di Anffas Onlus, Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale, ha cominciato nelle settimane prima del voto un percorso di studio dei vari programmi elettorali.

L’Anffas è impegnata da anni in servizi come tradurre le proposte dei partiti in un linguaggio più fruibile (easy to read, facili da leggere) o rappresentare in forma semplificata le conseguenze di quelle proposte per favorire la comprensione delle persone con disabilità intellettiva. Inoltre organizza delle simulazioni del voto, così che gli assistiti possano acquisire più familiarità su come comportarsi alle urne. Ma c’è sempre la possibilità che qualcosa vada storto.

Paolo dopo aver segnato la croce sulla scheda elettorale non è riuscito a ripiegarla per inserirla nell’urna. L’ha presentata aperta al presidente di sezione, che non ha potuto far altro che annullarla. “La legislazione italiana è ferma al 1957. Solo chi ha un’invalidità fisica o visiva può avere un accompagnatore. Le persone con disabilità intellettiva sono quindi lasciate sole in cabina, prima e dopo il voto”, spiega Gianfranco De Robertis, consulente legale dell’Anffas. “Quello di Paolo non è un caso isolato, ci arrivano tante testimonianze di questo tipo. Lo stato deve avere il coraggio di prendere in mano la materia e di individuare quali sono gli interventi fattibili e i limiti da rispettare”.

Una soluzione potrebbe essere permettere ai genitori o a figure terze di accompagnare fisicamente la persona con disabilità intellettiva nel voto, cioè fin nella cabina. Un’altra è quella di dotare i seggi di schede elettorali più facili da leggere (easy to read), visto che le persone con disabilità hanno spesso difficoltà a decifrarle, e questo è uno dei motivi per cui il loro voto finisce per essere annullato.

L’Anffas da tempo chiede che la legge sia cambiata. In occasione delle elezioni del 25 settembre l’associazione ha denunciato l’assenza di accorgimenti per le persone con disabilità intellettiva nelle Faq del ministero dell’interno sul voto. “Va superata la grande barriera che c’è per queste persone a proposito del loro diritto sacrosanto a far sentire la propria voce”, ribadisce De Robertis.

Un indirizzo per tutti

Tra coloro che faranno molta fatica a votare il 25 settembre ci sono anche le persone senza dimora. Per esercitare i propri diritti civili, come quello al voto, i cittadini devono essere registrati presso un domicilio e questo, per un senza dimora, è un problema. La soluzione ci sarebbe: la via fittizia. Come già auspicava l’Istat nel 1992, i comuni italiani dovrebbero istituire delle vie territorialmente non esistenti dove chi non ha una casa può indicare il suo domicilio. Questa pratica però è poco diffusa.

“Di fatto le grandi città adempiono alla pratica anche se poi in molti casi emergono difficoltà dovute all’impreparazione delle anagrafi e a volte all’ostruzionismo delle istituzioni”, spiega la fio.PSD, onlus impegnata nel garantire supporto ai senza dimora. “Senza un’iscrizione all’anagrafe, la persona non è iscritta nei registri elettorali, non può votare e quindi si sente ancora più invisibile”.

Oggi secondo la fio.PSD ci sono 237 vie fittizie in altrettanti comuni, un numero molto lontano dal totale dei quasi ottomila comuni italiani. I 250 ambiti territoriali che hanno presentato 483 progetti per ottenere risorse economiche legate al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) hanno dovuto indicare nella richiesta anche il numero di residenze fittizie. Un dettaglio importante, ma purtroppo oggi per le persone senza dimora esercitare il diritto di voto è ancora un miraggio.

“I comuni dovrebbero impegnarsi a registrare i cittadini più poveri presso le vie fittizie, a informarli e a metterli nelle condizioni di fare la loro scelta politica”, sottolinea la fio.PSD. “È solo attraverso processi aperti e inclusivi che è possibile offrire alle persone un’opportunità”.

Questo articolo è stato pubblicato su L’Essenziale il 20 settembre 2022

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