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Oggi vi parlo di me

Oggi vi parlo di me, non perché è il mio sessantanovesimo compleanno, in realtà il 3 agosto 1992 è cominciato il mio lavoro a Bologna dove abito da ormai trent’anni.

Un periodo lungo, quasi una seconda vita, vissuta lontano dalla mia Napoli, immerso in una realtà diversa, in cui ho dovuto ricostruire una trama di vita e di relazioni. Trent’anni sono lunghi abbastanza per registrare dei cambiamenti, è cambiata Bologna ed è cambiata anche Napoli. Di ciò vi vorrei parlare, non certo di me.

Cominciamo dalla mia città natale che amo sopra ogni cosa: quando sono partito, nel 1992 Napoli viveva la fine del ciclo quasi decennale, cominciato con il terribile terremoto del 23 novembre 1980 che aveva sconvolto una grande porzione del territorio regionale ed il capoluogo, seminando distruzione e morti. Una ricostruzione molto faticosa, condizionata da inefficienze, malaffare e trasformazioni del tessuto economico sociale di rilevante entità, un ruolo invasivo e preponderante delle forze criminali camorristiche.

A Napoli che dal 1975 era stata governata dalle sinistre, s’interruppe un’evoluzione positiva e ripresero corpo vecchie e nuove logiche del sistema di potere affaristico mafioso che non erano mai morte. Anche la sinistra fu colpita in parte da quelle vicende ed in momento particolarmente delicato per la città, proprio nel 1992, fu mandato, anzi rimandato a Napoli Antonio Bassolino, il prestigioso dirigente comunista campano che impresse in poco tempo un forte rinnovamento a tutta la situazione, diventando l’anno dopo il 1993 sindaco della città.

Cominciò un periodo definito “rinascimento” in cui Bassolino dette al governo della città un impulso fortemente innovativo, realizzando importanti opere di carattere infrastrutturale e di riorganizzazione dei servizi, ma soprattutto sociale e culturale, valorizzando per la prima volta in modo molto efficace lo straordinario patrimonio della città.

Stando a Bologna con molto rammarico mi sono perso questa bella fase di ripresa della città, nello stesso tempo sono entrato a contatto con la realtà bolognese di lavoro e politica: Bologna, una realtà socio economica ben diversa da Napoli, attraversava anch’essa una fase di mutamento. Il sindaco in carica Walter Vitali della sinistra, anch’egli dotato di spirito riformatore, aveva iniziato un processo di cambiamenti, in direzione di accrescere i rapporti tra pubblica amministrazione e imprese private, divenne materia di forte polemica la decisione di privatizzare la prestigiosa rete di farmacie comunali, con una gara che vide l’aggiudicazione ad un gruppo tedesco, che in verità certamente si dimostrò all’altezza della qualità delle prestazioni delle farmacie comunali per cui il servizio non peggiorò. Fu però una battaglia politica molto aspra in cui la sinistra divise in modo molto netto.

Analoghi processi di privatizzazione, coinvolsero altre importanti servizi e società pubbliche, i trasporti comunali, la raccolta rifiuti, l’aeroporto, la fiera. Insomma a Bologna il riformismo, accentuato dalla nuova legge elettorale, aveva assunto un carattere spiccatamente neocapitalistico, certo cambiando notevolmente l’immagine della città rossa per antonomasia, capitale mondiale del comunismo italiano, anche perché nel frattempo proprio in quegli anni, la svolta di Occhetto, aveva definitivamente accantonato il nome, l’identità, la struttura del PCI e perciò stesso, in particolare nella città e nella regione che ne erano state per cinquant’anni la culla.

Alla scadenza del suo mandato Vitali, siamo al 1998, avrebbe voluto proseguire la sua opera riformatrice, ma avendo svolto quasi due mandati ma non per intero, secondo le regole allora vigenti nel partito (regole che ora applica rigidamente il solo movimento cinque stelle) non avrebbe più potuto ricandidarsi, così si aprì uno scontro durissimo nel partito che alla fine condusse a scelte nella successiva campagna elettorale che si rilevarono perdenti. Per la prima volta dalla sua storia a Bologna la sinistra perdeva le elezioni comunali e diventava sindaco un esponente della società civile, il capo dei commercianti Giorgio Guazzaloca, indipendente ma legato alla destra. Un trauma forte e per me un doppio shock dal momento che avevo lasciato la mia città in uno dei momenti più entusiasmanti e mi ritrovavo in una Bologna trasfigurata!

Bologna aveva conosciuto in quegli anni altri problemi rilevanti: in particolare le tremende gesta criminali della banda di assassini della “uno bianca”, che seminavano di morti le loro tragiche imprese. Si scoprì alla fine che erano addirittura poliziotti e che avevano agito indisturbati per anni, in un contesto sicuramente non salubre per le forze di polizia locali, un altro episodio del drammaticamente ambiguo comportamento delle istituzioni preposte alla nostra sicurezza, nella città della strage alla stazione del 1980.

Nel frattempo anche Bassolino, terminato il suo secondo mandato e non potendo più ricandidarsi a Sindaco, optò per la regione, dove governava da sempre la destra. Vinse anche quelle non semplici elezioni, in cui non potei votarlo perché ormai avevo la residenza a Bologna, ma l’esperienza regionale si rivelò meno agevole di quella comunale e Bassolino dovette affrontare la più difficile e controversa vicenda della sua carriera politica: la crisi dei rifiuti che colpì la città e tutto il territorio metropolitano e che gli avrebbe provocato problemi enormi, anche alla sua immagine fino ad allora decisamente vincente. Naturalmente al di là dell’oggettiva difficoltà in cui versava il sistema di raccolta rifiuti in Campania, non poco giocarono contro le manovre del governo Berlusconi che in quegli anni dominava incontrastato l’Italia, e Bassolino era uno dei principali ostacoli, per una definitiva vittoria delle destre nel meridione. Penso che anche lui però oggi se si ritrovasse nella situazione di allora, non ripeterebbe scelte che si rilevarono certamente errate.

Alle elezioni del 2003, Bologna tornò alla sinistra con l’elezione a sindaco di Sergio Cofferati, un altro “cavallo di razza” della sinistra, prestato alle ancora esangui forze del partito bolognese, ancora traumatizzate dalla sconfitta storica del ’99. In quella tornata anch’io ormai “bolognesizzato” come tutta la famiglia, partecipai da candidato alle elezioni e divenni consigliere provinciale, una bella esperienza con la Presidente della Provincia Beatrice Draghetti, un’istituzione quella provinciale molto utile al territorio ed ingiustamente sacrificata nelle errabonde riforme in cui si avventurò la politica italiana, senza esclusioni di responsabilità tra sinistra e destra.

Cofferati non durò a lungo da sindaco e non lasciò, al di là delle sue indubbie qualità personali, un ricordo straordinario. Non si presero lui e la città, nonostante le grandi speranze che la sua elezione avevano suscitato nella ricca e articolata buona società bolognese. Era un mestiere che non si addiceva al “capo” dei lavoratori, abituato a elaborare grandi strategie, ma poco incline al certosino lavoro di fino che il governo complesso di una città esigente come Bologna richiedeva. Così se ne andò a fare un altro mestiere.

In realtà la vicenda di Cofferati aveva evidenziato un nervo scoperto nella sinistra cittadina: non avere ancora una classe dirigente pronta a prendere le redini della città e riportarla agli antichi splendori, nonostante non mancassero quadri amministrativi. Diciamo che Bologna aveva un po’ “perso l’anima”, se si ritrovò dopo l’incauta parentesi del sindaco “breve” Flavio Del Bono addirittura commissariata per un anno! Si dovette giungere alle elezioni del 2009 per mettere in sella un sindaco complessivamente più affidabile, il bolognese nato campano Virginio Merola come evidenza plasticamente il cognome.

Nel frattempo Napoli, dopo la sindacatura di Rosa Russo Iervolino, esponente, ex ministro DC, del neonato partito democratico, viaggiata in parallelo con Bassolino in Regione, lasciava la città allo stremo, così anche sull’onda dei nuovi fenomeni di populismo trionfante e di forte crisi dei partiti, diventava sindaco l’ex magistrato Luigi De Magistris, che anche in politica oltre che nel suo lavoro mostrava intenzioni radicalmente alternative ai sistemi tradizionali di governo. Il giudizio a distanza di circa dieci anni è controverso, certo la città di Napoli in questi anni ha conosciuto fasi diverse anche difficili, ma è profondamente evoluta dal punto di vista della sua immagine internazionale, riuscendo a diventare ( o a ritornare) una capitale del turismo a livello planetario. Certo i problemi non mancano ma i cambiamenti positivi sono senz’altro molto evidenti se oggi anche nelle pubblicità dei prodotti più disparati si parla in lingua, non dialetto, partenopea.

Il nuovo sindaco da poco insediato Gaetano Manfredi dotto professore universitario, più in sintonia con l’establishment democratico avrà, come il sindaco Gualtieri a Roma, molto meno problemi nella gestione dei fondi necessari alla città.

Non fui più rieletto in consiglio provinciale, perché non avendo condiviso la scelta di costituire il partito democratico, mi ritrovai come tanti militanti della sinistra, senza le solide mura di un partito organizzato, ma partecipando comunque la vita pubblica, potei osservare anche per l’esperienza accumulata che il buon governo, che è frutto di lavoro giornaliero, ma anche di capacità di programmazione, visione lungimirante dell’interesse pubblico, è diventata una merce assai rara.

L’economicismo ha preso il sopravvento ed il dominio degli interessi privati ha reso molto più difficile conciliare il bene comune con il governo della città. Nonostante ciò a Bologna si è mantenuto un livello dignitoso di buon governo, non scevro da limiti ed errori, soprattutto in alcuni comparti come le in strutture di trasporto vero tallone d’Achille della città.

La nuova amministrazione guidata dal giovane ma esperto amministratore Matteo Lepore e dall’emergente vicesindaca di sinistra-sinistra Emily Clancy, promette che si riuscirà a recuperare anche nei settori più critici, almeno ce lo auguriamo.

Concludo questa breve disamina molto schematica, ricordando in particolare un sindaco di Bologna che ho conosciuto bene, anche se purtroppo non per lungo tempo, dal momento che anziano è venuto a mancare: Guido Fanti, un personaggio straordinario di sindaco riformatore, riformista e comunista che racchiudeva nella sua complessa e splendida personalità molte virtù, anche qualche difetto, di quella incredibile esperienza politica che è stato il partito comunista italiano di Togliatti e Berlinguer, e di molte altre figure di cui oggi avvertiamo acutamente la mancanza.

Una stagione insuperata che dagli anni difficili della liberazione dal nazifascismo, attraverso la ricostruzione, all’insegna della Costituzione ha ridato dignità e prestigio al nostro Paese. Dignità e prestigio che non si mantengono da soli e che bisogna sempre difendere oggi come allora.

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