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Quando una madre uccide il proprio figlio

Da Cogne (2002) a Catania, dove è appena stata uccisa la piccola Elena del Pozzo, sono passati vent’anni e la domanda è sempre la stessa: “Come può una madre uccidere il proprio figlio?”. Il fatto che a uccidere siano sempre stati, sia pure in percentuale minore, anche i padri, non suscita lo stesso interesse, né da parte dei media né della gente comune. Sulla donna che uccide il figlio cade quasi sempre un giudizio impietoso.

Se non si può addebitarle l’uso di droghe o velleità malcelate di carriera, amori, successi, le ragioni che spingono una donna ad abbandonare quello che resta, nonostante i cambiamenti, il “naturale” destino femminile, sono considerate in ogni caso imperdonabili. Sul disagio e sulla violenza che c’è dietro nulla si dice perché della maternità, dell’oscuro travaglio di vita e di morte che essa comporta fin dalla gravidanza e dal parto molto poco hanno detto le donne stesse.

Nella Prefazione al romanzo Teresa di Artur Schintzler, Sibilla Aleramo commenta così il tentato infanticidio della protagonista:

“Quella feroce brama di annientamento, quell’attimo di coscienza, non sai se disumana o sovrumana, in cui la donna si ribella alla natura, si ribella a essere strumento di vita, poi quel trapasso dall’odio all’amore, quell’accettazione sommessa, quel rapimento e, infine, unica ma formidabile rivalsa, quel sentimento assoluto per tutta l’eternità,che il figlio è suo, soltanto suo”.

Con una lucidità che neppure il femminismo sembra avere conservato, Sibilla sottolinea il legame perverso tra due violenze: quello che ha fatto della donna lo strumento della conservazione della specie per secoli, senza il suo consenso, e quella che, a sua volta, per “rivalsa” o per un disperato rifiuto, la donna è spinta a esercitare sul figlio come suo “possesso”.

“Si può uccidere un bambino perché piange?”, ci si è chiesto a proposito del delitto di Cogne. La risposta tragica e banale che si esita a dare è “sì, si può”, almeno finché si pensa che la sorte della madre e del figlio siano legate per sempre e in modo esclusivo, che per crescere l’individualità dell’uno sia necessario il sacrificio dell’individualità dell’altra.

Quando fu pubblicato in Italia la prima volta il libro di Glauco Carloni e Daniela Nobili, La madre cattiva. Fenomenologia, antropologia e clinica del figlicidio, presso l’editore Guaraldi nel 1975, i mezzi di informazione ancora non riportavano, se non con marginali trafiletti, la puntuale sequenza di episodi di abusi incestuosi, maltrattamenti da parte dei genitori o di veri e propri figlicidi. E poiché era soprattutto la figura della madre a essere protetta da uno specifico tabù, che la voleva totalmente buona e amorevole, a essere censurati, rimossi, erano tutti i segnali che potevano dimostrare l’esistenza, accanto all’amore, di una aggressività altrettanto intensa.

In tempi più vicini a noi, l’idealizzazione della figura materna sembra aver ceduto il passo a riconoscimenti più realistici, senza per questo aver incrinato il più solido e duraturo dei pregiudizi: quello che vuole potente e irresistibile, o meglio istintiva e senza limiti, la dedizione della madre alla felicità del figlio. L’immagine dell’“anitra norvegiana” (il pellicano) che “sotto il cielo di ghiaccio si strappa dal petto le mollissime piume per farne un nido caldo ai suoi piccini” – evocata da Paolo Mantegazza per descrivere il sacrificio delle madri, chiamate a vivere della vita altrui e a non serbare a sé che la felicità degli altri -, nonostante sia passato oltre un secolo, non sembra avere ancor abbandonato del tutto il sentire comune. Per questo è particolarmente gradita la parola delle poche donne che con spudoratezza visionaria hanno saputo dare voce a esperienze considerate “impresentabili” della maternità. Nel suo libro Smarrirsi in pensieri lunari (Grauss editore, Napoli 2007), Agnese Seranis – Agnese Piccirilo, fisica e femminista torinese, morta nel 2008 – scrive:

C’erano dei momenti in cui sentivi di appartenere alla natura e provavi un tale appagamento sapevi perché esistevi: perché la vita continuasse. Ed eri invasa da un sentimento di forza di potenza immensa. Nel tuo utero era innescato un processo delicato complesso le leggi delle fisica e le leggi della chimica giocavano energia (…) E la percezione a volte di essere divorata da dentro da un estraneo che si era introdotto nel tuo corpo nascostamente e che senza pietà avrebbe fatto scempio di te e che c’era in gioco un duello mortale da cui uno dei due avrebbe potuto uscire perdente. Questo essere così inerme in apparenza ha come alleato la Natura o meglio la vita che giocherà tutto per tutto perché nulla la fermi decisa a lasciarti come un tronco vuoto se ciò fosse necessario al nuovo germe. Per lei non fa differenza se esisti tu o se la tua linfa vitale è stata trasferita a un altro essere.

Se la cultura maschile ha per un verso svilito la maternità, considerata la “componente carnale dell’uomo”, e per l’altro esaltata quale “divino principio di amore, unità e pace in una vita piena di violenze” (Paolo Mantegazza), Carloni e Nobili fanno notare, più realisticamente, che essa ha imposto alla madre “uno sfibrante esercizio a tempo pieno, una dedizione assoluta, una disponibilità senza limiti, un totale spirito di sacrificio”. Corpo minaccioso, invasivo e ingombrante per il figlio che si viene a trovare nella posizione di totale dipendenza, la donna vive a sua volta nel timore di essere “vampirizzata” dalle incessanti richieste di lui, privata della sua libertà, costretta a una “cura ininterrotta”. Si può pensare che a rendere la madre che genera e nutre una figura mortifera sia stata la pretesa dell’uomo di prolungare, sovrastandola da una posizione di dominio, l’esperienza dell’infanzia nella vita amorosa e coniugale adulta. Ma non si può trascurare il fatto che di fronte all’insopportabilità di una schiavitù imposta come “naturale”, la donna si sia fatta scudo di una potente rivalsa: che il figlio è suo, soltanto suo.

Di fronte al giudizio di chi ancora, di fronte a questi drammi, parla di “madri snaturate”, viene il dubbio che molta strada ci sia ancora da fare per ricondurre il femminile dentro la storia e la cultura patriarcale che ne ha deciso fin dall’origine il destino, che molti miti siano ancora da sfatare per quella collocazione ambigua che ha visto la donna come la “caduta” e insieme la “elevazione morale” dell’uomo.

Inquietante, per venire al contesto in cui viviamo, è il sospetto che, nel sempre più difficile rapporto tra i sessi, i figli, le figlie, non siano più soltanto gli spettatori della violenza domestica, ma l’“oggetto” attraverso cui passano rancori e vendette tra i genitori, e su cui vanno a confondersi la possessività affettiva delle madri e il potere dei padri.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Riformista il 17 giugno 2022

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