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Il rapporto sulle condizioni di detenzione di donne e bambini nelle carceri italiane

Al 31 marzo 2022 erano 2.276 le donne presenti negli istituti penitenziari italiani, pari al 4,2% della popolazione detenuta totale.

Osservando l’andamento del dato percentuale negli ultimi trent’anni, vediamo come variazioni significative siano avvenute nel corso degli anni ‘90, arrivando a superare il 5% tra il 1991 e il 1993 e scendendo al 3,8% nel 1998. Negli ultimi due decenni, la percentuale di donne detenute si è invece sempre attestata intorno al 4%, subendo alcune oscillazioni ma restando costantemente all’interno del punto percentuale.

Guardando poi al resto d’Europa, vediamo come il dato italiano di quest’anno si collochi poco più di un punto percentuale al di sotto della media europea pari a 5,3%, secondo le ultime statistiche pubblicate dal Consiglio d’Europa.

Delle 2.276 donne detenute, 576 sono ospitate all’interno delle quattro carceri esclusivamente femminili presenti sul territorio italiano. Esattamente un quarto del totale. Nello specifico, nelle due Case Circondariali di Roma Rebibbia e Pozzuoli vi sono rispettivamente 321 e 146 detenute, mentre nelle Case di Reclusione di Venezia e Trani sono 64 e 45. L’istituto a custodia attenuata (Icam) per madri detenute di Lauro ospita 8 donne recluse insieme ai propri figli minori di tre anni di età. I restanti tre quarti delle donne detenute erano distribuite nelle 46 sezioni femminili presenti all’interno di carceri maschili.

La detenzione all’interno di un istituto pensato e abitato in larga maggioranza da uomini comporta una lunga serie di problematicità per le donne che vi ci vivono. Dalle carenze strutturali come l’assenza di servizi appositi, alle carenze di risorse come attività sportive e ricreative. Per quanto riguarda i servizi sanitari e igienici, dei 24 istituti con donne detenute visitati da Antigone nel 2021 il 62,5% disponeva di un servizio di ginecologia e il 21,7% di un servizio di ostetricia. Solo nel 58,3% degli istituti visitati le celle erano dotate di bidet, come richiesto dal regolamento di esecuzione da più di vent’anni. Per quanto riguarda le risorse a disposizione per le donne detenute in istituti maschili, in linea di massima possiamo affermare che più le sezioni femminili sono abitate da un numero consistente di detenute, più alta sarà la probabilità che vi siano risorse a loro dedicate. Se invece il numero è piccolo o piccolissimo, tale probabilità scende inesorabilmente.

Per evitare l’eccessiva marginalizzazione delle donne detenute, la riforma dell’ordinamento penitenziario entrata in vigore nell’ottobre del 2018 prevede esplicitamente che le donne ospitate in apposite sezioni all’interno di istituti maschili debbano essere “un numero tale da non compromettere le attività trattamentali”. Sono diversi però gli istituti dove le donne rappresentano una minima percentuale. E’ questo il caso della Casa di Reclusione di Paliano dove su 70 detenuti presenti solo tre sono donne e della Casa Circondariale di Mantova dove su 130 detenuti le donne sono cinque. Questi sono solo gli esempi più estremi, ma osservando la distribuzione della popolazione detenuta vediamo come siano frequenti gli istituti penitenziari dove le donne costituiscono gruppi particolarmente esigui.

Se la disposizione della riforma risulta ancora di lontana attuazione, gli istituti a prevalenza maschile che ospitano sezioni femminili dovrebbero favorire l’organizzazione di attività comuni tra uomini e donne, così da scongiurare il pericolo di marginalizzazione e di ozio forzato per le poche donne ristrette. Dai dati raccolti da Antigone nel corso dell’anno, emerge però come solo nel 4,3% degli istituti visitati con sezioni femminili siano previste occasioni di incontro tra detenute e detenuti.

Ci sono poi istituti maschili con sezioni femminili di grandi dimensioni. Le principali sono nella Casa Circondariale di Torino che ospita 116 donne detenute, nella Casa di Reclusione di Milano Bollate che ne ospita invece 94 e nella Casa Circondariale di Milano San Vittore 83. Seguono poi gli istituti di Vigevano, Bologna, Lecce e Palermo ognuno con circa una settantina di donne detenute.

Per quanto riguarda le quattro carceri esclusivamente femminili, ad eccezione della Casa di Reclusione di Venezia, gli altri tre istituti risultano significativamente sovraffollati. Nello specifico, Trani registra un tasso di sovraffollamento del 140,6%, Pozzuoli del 139% e Rebibbia femminile del 123,5%.

Il numero più alto di donne detenute si trova nella regione Lazio (395), vista la presenza a Roma del carcere femminile più grande d’Europa. Seguono la Lombardia con 365 detenute e la Campania con 314.

Nel 2021 gli ingressi in carcere da parte di donne sono stati il 6,7% degli ingressi totali, una percentuale superiore a quella delle presenze che mostra come le permanenze delle donne abbiano tendenzialmente durata inferiore rispetto a quelle degli uomini. Il maggior numero di ingressi femminili nel corso dell’anno si è riscontrato in Lombardia (440), seguito da quelli del Lazio (330), della Campania (305), del Piemonte (246) e della Sicilia (180).

Delle 2.276 donne detenute al 31 marzo 2022, 727 sono di origine straniera ossia il 31,9%. La percentuale è leggermente superiore a quella degli uomini detenuti stranieri, pari al 31,3%. Per le donne straniere, i primi due paesi di provenienza sono la Romania (24,9%) e la Nigeria (16,5%), seguite a distanza dal Marocco (5,8%), dalla Bosnia Erzegovina (5,1%) e dalla Bulgaria (4%). Se guardiamo al totale della popolazione detenuta vediamo come le nazionalità più presenti cambiano, con il Marocco al primo posto (19,9%), seguito dalla Romania (11,9%), dall’Albania (10,7%), dalla Tunisia (10,2%) e dalla Nigeria (7,5%). Per quanto riguarda la posizione giuridica, le donne straniere con condanna definitiva sono il 70% del totale.

Erano invece 1.118 le donne detenute che a fine 2021 disponevano di un lavoro. Di queste, 925 erano impiegate alla dipendenza dell’amministrazione penitenziaria, mentre 193 assunte da datori di lavoro esterni.

Donne in esecuzione penale esterna

Al 15 marzo 2022, erano 13.642 le donne in carico al sistema di esecuzione penale esterna costituendo l’11,7% del totale. La percentuale è dunque ben superiore rispetto a quella delle donne in esecuzione penale interna, riflesso di pene tendenzialmente più brevi e della maggiore tendenza a prevedere percorsi alternativi in particolar modo per le donne con figli minori. Quasi il 19% delle donne in esecuzione penale esterna sono di origine straniera, provenienti soprattutto da paesi europei.

Guardando alle specifiche tipologie di misure alternative alla detenzione, vediamo come 1.776 siano le donne in affidamento in prova ai servizi sociali, 1.217 in detenzione domiciliare e 24 in semilibertà. Interessante notare come quasi il 60% delle donne in misura alternativa provengano dalla libertà e non da una detenzione già iniziata in carcere.

Le donne condannate ad un periodo di libertà controllata sono 16, mentre le donne a cui è stata applicata la misura di sicurezza della libertà vigilata sono 299. Per quanto riguarda le sanzioni di comunità, 991 svolgono lavori di pubblica utilità, il 94% per aver violato il codice della strada e il 6% per una violazione della leggi sugli stupefacenti. Infine, 3.978 sono le donne che hanno ottenuto la sospensione del loro procedimento penale per svolgere un programma di messa alla prova. Le restanti 5.341 donne sono in carico al sistema di esecuzione penale esterna per indagini e consulenze.

Bambini in carcere

Al 31 marzo 2022, erano 19 i bambini di età inferiore ai tre anni che vivevano insieme alle loro 16 madri all’interno di un istituto penitenziario. Di questi, il gruppo più consistente è composto da 8 bambini ospitati nell’Istituto a custodia attenuata per madri detenute di Lauro, unico Icam autonomo e non dipendente da un istituto penitenziario. A questo segue un gruppo di 4 bambini all’interno della sezione nido della Casa Circondariale di Rebibbia Femminile. Ospitano poi due bambini ognuno, gli Icam interni alla Casa Circondariale di Milano San Vittore e di Torino e la Casa Circondariale di Benevento. Un solo bambino si trova invece all’interno dell’Icam della Casa di Reclusione Femminile di Venezia.

A fine 2021 i bambini in carcere erano 18, il numero più basso registrato negli ultimi decenni. Dopo i picchi raggiunti nei primi anni 2000, quando si sono arrivati a contare anche più di 70 bambini in carcere, negli ultimi dieci anni i numeri sono complessivamente diminuiti seppur con un andamento piuttosto altalenante.

Con l’arrivo della pandemia, la diminuzione dei bambini in carcere è stata invece particolarmente significativa arrivando alla fine 2021 a contare 18 presenze, a fronte delle 48 di due anni prima. Tale calo dimostra quindi come sia possibile ricorrere a soluzioni alternative, tramite percorsi di esecuzione penale che limitino l’ingresso di bambini in carcere e al contempo evitino la separazione dalle loro madri. L’auspicio è dunque che si continui su questa strada anche con il ritorno a tempi ordinari, a prescindere dalle recenti logiche emergenziali.

Il documento è stato pubblicato su rapportoantigone.it

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