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Donne, Resistenza e voto

Per decenni è stato definito ‘un contributo’. Ma il ruolo delle donne fu molto di più: scelsero la Resistenza senza essere inseguite da una cartolina precetto, scelsero pur essendo cittadine senza diritti, nemmeno quello fondamentale del voto che avrebbero esercitato per la prima volta nelle elezioni amministrative del marzo 1946 e in quelle politiche del 2 giugno 1946. Non fu un passaggio scontato, come ha ricordato Marisa Cinciari ‒ che è stata la moglie di Franco Rodano ‒, classe 1921, partigiana e poi impegnata in politica: «Un diritto che venne riconosciuto in extremis nell’ultimo giorno utile per la composizione delle liste elettorali, alla fine del gennaio ’45 ma non fu, come taluno sostiene, una benevola concessione, ma il doveroso riconoscimento del contributo determinante che le donne, con le armi in pugno e soprattutto con una diffusa azione di massa, di sostegno alla Resistenza, avevano dato alla liberazione del Paese».

Infatti, senza le donne la Resistenza non sarebbe stata possibile. Lo diceva chiaramente Lidia Brisca Menapace, classe 1924, nome di battaglia ‘Bruna’, sottotenente della divisione Rabellotti che operava in Val d’Ossola, poi figura di rilievo della politica e del movimento pacifista. Il Covid se l’è portata via nel 2020, ma fino all’ultimo Lidia ripeteva che quello delle donne fu un apporto decisivo. Furono proprio loro a ricoverare e aiutare l’esercito allo sbando dopo l’8 settembre, a garantire i collegamenti tra pianura e montagna portando armi e messaggi, a nascondere fuggitivi e clandestini, insomma a organizzare quella ‘resistenza civile’ che negli anni dopo la guerra sia la politica che la storiografia trascurarono pesantemente.

Ma quante furono le donne impegnate nella lotta partigiana? Difficile rispondere in maniera precisa. Secondo l’ANPI (Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani), quelle coinvolte nei Gruppi di difesa della donna furono 70 mila, quelle a cui a fine guerra fu assegnato il riconoscimento ufficiale di ‘partigiano combattente’ 35 mila (contro 150 mila uomini), 1070 caddero in combattimento, 4653 furono arrestate e torturate, 2750 vennero deportate in Germania, 2812 fucilate o impiccate. Le medaglie d’oro assegnate furono 19.

Ma si tratta di certo di stime per difetto. E non di poco. I criteri per ricevere il riconoscimento di ‘partigiano combattente’ erano adatti solo agli uomini: aver fatto parte di una formazione per almeno tre mesi (in montagna) o sei mesi (in pianura), e aver partecipato ad almeno tre azioni armate. Le donne in montagna ci andavano di rado e ancora più di rado qualcuno affidava loro un’arma.

Eppure, nonostante tutto, quello della Resistenza fu un periodo di presa di coscienza fondamentale e un potente volano di emancipazione. Relegate dal fascismo e da una generale cultura maschilista al ruolo di mogli, madri, fattrici, le donne erano poco istruite e vittime spesso inconsapevoli di una vera discriminazione di Stato. Il regio decreto 2480 del 9 dicembre 1926 escludeva le donne dal concorso a preside e dall’insegnamento di alcune materie nei licei, mentre già la riforma Gentile del 1923 vietava loro di dirigere scuole secondarie. Con la legge 221 del 1934 e poi del 5 settembre 1938 si permetterà di stabilire sin dai bandi di concorso l’esclusione delle donne, fissando un limite del 10% all’impiego di personale femminile negli uffici pubblici e privati e stabilendo una serie di lavori vietati per «ragioni di inidoneità fisica o per le caratteristiche degli impieghi stessi».

La guerra però troverà le fabbriche e gli uffici pieni di donne a fare lavori ‘da uomini’ mentre questi erano impegnati al fronte. Saranno moltissime le lavoratrici che rischieranno la deportazione scioperando per il pane e contro la guerra nelle grandi mobilitazioni del 1943, anno in cui nascono anche i Gruppi di difesa della donna, formazioni di sostegno alla Resistenza. Ma nonostante l’impegno, i rischi corsi e il sangue versato, non appena avvenuta la Liberazione le donne vengono invitate a farsi da parte. In molte sfilate partigiane che celebrano la vittoria viene loro chiesto di non partecipare o, se lo considerano proprio necessario, di farlo indossando la gonna. Nelle fabbriche tornano gli uomini, le donne tornano in famiglia. Ma prima vivono ancora un momento emozionante come può esserlo solo una prima volta. Il 2 giugno 1946 votano per eleggere i membri dell’Assemblea costituente e per il referendum tra monarchia e repubblica.

Il Corriere della sera scrive: «Al seggio meglio andare senza rossetto alle labbra. Siccome la scheda deve essere incollata e non deve avere alcun segno di riconoscimento, le donne nell’umettare con le labbra il lembo da incollare potrebbero, senza volerlo lasciarvi un po’ di rossetto e in questo caso rendere nullo il loro voto». Con il rossetto o senza a votare saranno 12.998.131 donne contro 11.949.056 uomini e sui banchi dell’Assemblea costituente siederanno le prime 21 parlamentari allora chiamate ‘Madri costituenti’ (nove per la DC, nove del PCI, due per il PSIUP e una per il Fronte dell’Uomo Qualunque). Cinque di loro sarebbero poi entrate nella Commissione del 75 incaricata di scrivere la Carta costituzionale: Maria Federici, Angela GotelliLina MerlinTeresa Noce e Nilde Iotti.

Anni dopo Tina Anselmi, partigiana e nel 1976 prima donna ministro nella storia della Repubblica Italiana, riassunse così l’emozione del 2 giugno: «E le italiane fin dalle prime elezioni, parteciparono in numero maggiore degli uomini, spazzando via le tante paure di chi temeva che fosse rischioso dare a noi il diritto di voto perché non eravamo sufficientemente emancipate. Non eravamo pronte. Il tempo delle donne è stato sempre un enigma per gli uomini. E tuttora vedo con dispiacere che per noi gli esami non sono ancora finiti. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica!».

Questo articolo è stato pubblicato su Treccani il 29 maggio 2022

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