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Bilancio in rosso per gli impianti del Corno alle Scale

Con il primo fine settimana di aprile, sul Corno alle Scale si è conclusa la stagione dello sci, iniziata il 4 dicembre dello scorso anno.

Marco Palmieri, il patron di Piquadro che ha investito negli impianti del Corno, ha tracciato su La Repubblica un bilancio di questi mesi invernali. E basta scorrere l’articolo per rendersi conto di quanto sia insensata l’idea di allargare quel comprensorio sciistico.

Anzitutto, il bilancio è in rosso, tanto che Palmieri manda alla Regione un messaggio chiarissimo: senza denaro pubblico, non si va avanti. A suo dire, la colpa è tutta del prezzo dell’energia, schizzato alle stelle, ma in realtà il problema è a monte, ovvero nell’enorme quantità di combustibili fossili e di elettricità che serve per gestire gli impianti, per battere le piste, per innevarle.

Quest’anno ci sono voluti 150mila metri cubi di neve artificiale. Una produzione che non consuma soltanto energia, ma anche acqua, succhiandola da torrenti e laghetti, già molto provati per una siccità invernale che ormai da tempo non è più una sorpresa.

A fronte di queste spese, pubbliche e private, Palmieri dichiara che il comprensorio del Corno ha registrato 42000 presenze, che su 122 giorni di apertura, sono 344 persone al giorno, meno di quante ne fa un baretto di Bologna, ma con un costo energetico e un impatto ambientale mostruosamente superiore.

L’ultimo dato da considerare è quello dell’impiego. Perché, come da italica tradizione, quando un’azienda sa bene di non essere sostenibile sul piano economico ed ecologico, ecco scattare il ricatto del lavoro, delle persone che resterebbero disoccupate se l’impresa chiudesse i battenti.

Stando ai numeri forniti a La Repubblica  che li prende per oro colato – gli impianti del Corno danno lavoro a 100 persone (cifra tonda!) in inverno e “oltre 40 nel periodo estivo”. Ma oltre a noleggiatori, maestri di sci e dipendenti della stazione, la cifra comprende anche il personale delle baite, che non dipende direttamente dall’apertura delle seggiovie. E sarebbe poi interessante andare a vedere che tipo di contratti hanno questi lavoratori stagionali.

Riassumendo: bilancio in rosso, enormi consumi energetici, impiego di acqua in periodi siccitosi, impatto sull’ambiente di un Parco Regionale e 50 lavoratori, in media, sull’arco dei 12 mesi.

Un’impresa del genere non dovrebbe certo porsi l’obiettivo di un allargamento, anche perché non è con una seggiovia in più che si darebbe lavoro a più persone o si avrebbe chissà quale aumento di presenze. Mentre di sicuro aumenterebbero i costi.

Un’impresa del genere, al contrario, dovrebbe cominciare a porsi il problema di una riconversione, cioè di cambiare la propria offerta e il proprio prodotto: anche restando nel settore del turismo, il Corno alle Scale offre tante possibilità alternative allo sci da discesa e al trasporto in seggiovia delle persone sui crinali.

Al contrario, Palmieri chiosa il suo bilancio insistendo appunto sui contributi regionali e puntando il dito sulla burocrazia “che rischia di rallentare le idee nel cassetto”, quando invece, per la nuova seggiovia Polla – Scaffaiolo, l’iter burocratico è stato piuttosto spiccio, tanto che il TAR deve ancora esprimersi sul ricorso del nostro comitato per non aver sottoposto il progetto a una Valutazione d’Impatto Ambientale.

“Il Corno alle Scale è un valore straordinario per il nostro territorio, le istituzioni devono sostenerlo”, spiega Palmieri. Noi siamo d’accordo, ma crediamo che “Corno alle Scale” sia il nome di una montagna, di un’area vasta, di un Parco Regionale, e non soltanto di qualche pista da sci e di una mezza dozzina di impianti di risalita.

Questo articolo è stato pubblicato su unaltroappenino.it il 21 aprile 2022

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