Skip to content

Bella ciao, una canzone è per sempre. Incontro con Giulia Giapponesi

Questa distopica primavera del nostro scontento che non sembra neppure metereologicamente offrirci grandi consolazioni, apre tuttavia la stagione delle celebrazioni laiche, mai come stavolta al centro di emergenze globali di eccezionale gravità. Si profila un 25 aprile da stress test, rifletto, mentre mi dirigo ad una anteprima riservata di questo lungometraggio:Bella ciao-per la libertà, ad opera della film maker documentarista Giulia Giapponesi, una delle più brillanti certezze dell’ambito cinematografico bolognese ormai ben posizionato su scala nazionale e non solo.

Questo sorprendente film che sfugge a facili etichettature sarà in sala l’11-12-13 Aprile in varie località emiliano-romagnole, in particolare il 13, sarà una giornata evento a Bologna e Provincia, poi si vedrà il 22 aprile su Rai Tre. Co-prodotto da Palomar doc (non deve dunque meravigliarci che il produttore creativo sia quel geniaccio assopigliatutto di Andrea Romeo), insieme a Rai documentari e Luce Cinecittà con il sostegno di Regione Emilia Romagna, attraverso Emilia Romagna Film Commission, con il contributo di Bper Banca, partner storico di I Wonder Pictures, ha avuto un battesimo festivaliero in quel di Bari eppoi al Bergamo film meeting.

Se pensavate di sapere tutto o se avreste detto che non ci fosse poi chissà cosa da sapere su un canto che è una certezza rituale annuale per gli habitué dei 25 Aprile nelle piazze della penisola, con connotazioni più o meno oppositive a seconda della fase governativa, o afflato simbolico a seconda dello spirito dei tempi, scoprirete invece,dopo questa vertiginosa carrellata di narrazioni, memorie, opinioni, testimonianze su e giù per le epoche e mezzo e più mondo, di dover riconsiderare diverse questioni anche piuttosto complesse che non è retorica dire, partono davvero da molto lontano nel tempo e nello spazio.

Anzitutto, un domandone su tutti, sottinteso alla prima rivelazione, che è quella della assenza di Bella Ciao nel canzoniere certificato della lotta partigiana :se non è una supposta creazione collettiva per una sorta di autoevidenza, allora chi, potrebbe averla scritta? Ma poi, quando intendiamo “scriverla”, ci riferiamo al testo o alla musica? E quante varianti di testo, conosciamo dunque? A chi appartiene il copyright di questa celeberrima canzone-inno, visto che, come il film si incarica con zelo appassionato di mostrarci, la sua riproducibilità è davvero globale e trasversale? Bella Ciao è un clamoroso esempio di proprietà comune perché in qualche modo è un sentimento, questa una delle poche certezze acclarate che possiamo ricavare da questo dipanarsi di narrazioni, che viene definito più e più volte in conferenza stampa, come un gomitolo di cui non è semplice e forse neppure troppo corretto o quantomeno fruttuoso cercare il bandolo.

A questo punto, appare chiaro come una canzone cosi saldamente incastonata in un contesto popolare, intendendo con ciò diverse accezioni del termine, se da un lato è tradizione, dall’altro ha in sé gli elementi per rinnovarsi costantemente come solo certe mitopoiesi possono fare, autoalimentandosi con riletture ed aggiustamenti di istanze costantemente presenti alle più diverse latitudini.

Quindi scopriamo che da un lato possiamo trattare il caso Bella Ciao come una componente della vasta storia del folklore, dall’altro possiamo interpretare la sua fama imperitura come attestazione di un posizionamento sempre in bilico tra appartenenze identitarie molteplici.

Già, la famosa pluralità di approcci e punti di vista, che da un lato arricchisce l’elaborazione, dall’altro rende più ostico l’inevitabile trascorrere degli eventi dall’insieme delle memorie soggettive, alla Storia maiuscola che pretenderebbe interpretazione. Chi l’avrebbe detto che un film dal taglio documentario ma volutamente pop come una lunga clip,basato su una canzone forse anche un tantino kitsch, come dice qualcuno nelle interviste che in parte lo costituiscono, o addirittura inquietante nei suoi riferimenti martirologici, come con qualche ragione osserva Romeo, potesse sollevare interrogazioni cosi complesse?

Ebbene, partendo quindi da un’altra questione regina che attraversa in maniera sotterranea la pellicola, ovvero se Bella Ciao sia un brano unificante o divisivo, mi tocca avvertirvi che come una matrioska, essa contiene moltissimi altri livelli di lettura, che hanno a che fare con il tema delle metodologie di ricerca, ma anche come una cartina al tornasole, su certi deficit culturali tutti italiani, sulle differenze di attitudine tra maschile e femminile rispetto alle vicende storiche. Le personalità intervistate sono dodici e si alternano nel film prescindendo in un certo modo dalla gerarchia generazionale, dalla tipologia di competenze, dal grado e motivo di coinvolgimento con la canzone protagonista, dalla loro collocazione geografica. Il film vuole entrare nel mezzo delle cose e del nostro rapporto conscio ed inconscio con Bella Ciao, facendoci entrare in confidenza gradualmente con gli interpellati, esplicitando la loro identità in seconda battuta per poi renderli i personaggi all’interno di una storia, che muove sempre sull’ambiguità di essere come la Storia appunto maiuscola, da un lato comune, ma, forse, per diverse ragioni, non sempre e del tutto assimilabile e condivisibile. Partigiani, antichi nel senso nobile del termine, come solo certe piante arboree sanno essere, alternano la loro versione con artisti di grande richiamo odierno, quali Cisco e Vinicio Capossela, artisti della diaspora cilena, musicologi e storici in dissidio e dissenso, splendide signore di lignaggio democratico doc, cresciute a pane e bella Ciao, giovani militanti di oggi tra Iraq, Turchia, Rojava. A questo punto, mi rendo conto sia molto opportuno fare due chiacchiere con Giulia Giapponesi, artefice di questo vero e proprio affresco, riferimento non cosi peregrino se consideriamo che il suo lavoro precedente, incluso nella collezione di Sky Arte, sia inerente le opere d’eccellenza artistica della famiglia Carracci.

Partiamo cosi, dai fondamentali, ovvero se Giulia consideri questo vero e proprio prodotto filmico, per quanto ibrido, un punto di inizio o di arrivo.

In realtà, diciamo che sia un punto di svolta, una specie di boa. Il tema delle eccellenze, come era evidente dal discorso Carracci, mi interessava comunque molto. Intendo qualcosa di locale che poi viene internazionalmente riconosciuto. Ora credo sia indubbio il fatto che se uno cresce in Emilia Romagna, Bella Ciao sia qualcosa che accompagna la sua crescita e formazione in diversi luoghi di aggregazione:una eccellenza popolare, in questo caso. Il resto ce lo hanno messo le serie in rete e la Pandemia. Ho iniziato a pensare a questo progetto alla fine del 2018 e nel 2019, ossessionandomi con questa canzone e le sue infinite versioni. All’inizio, diciamo versioni pop, perché mi aveva colpito come tramite la celeberrima serie Casa di Carta, fosse un brano apparentemente inaspettatamente, cosi popolare tra i giovanissimi di tanti paesi. Si potrebbe dire che il fatto che un brano per noi cosi connotato, passasse di testimone in questo modo, in qualche misura pur diluendo, scolorendo le istanze originarie, finisse poi per sancire, oltre la pura e semplice globalizzazione, una forma di inedito internazionalismo libertario. Chiaramente poi pero, è stato tutto durissimo, sia documentarsi storicamente, che raccogliere le interviste all’estero. Figurati che in tutto questo appunto siamo entrati in diverse fasi di restrizioni e inoltre devo dire, che sia stato fondante incontrare Andrea Romeo, per la capacità produttiva, di sostegno economico e promozionale, altrimenti sarebbe stata un’idea molto più piccola. Un lavoro che mi ha accompagnata per due anni e mezzo, con una fase di montaggio, come puoi comprendere, del tipo studio matto e disperatissimo. Perché io volevo ci fosse velocità, ritmo, nel contempo il materiale accumulato era tantissimo e dove non era tantissimo, la grande perizia nell’operazione di montaggio, ha permesso che la cosa non si notasse.

Puoi dirci qualcosa sulla tipologia e il reperimento delle fonti, rispetto sia alle difficoltà incontrate che al metodo? Quale storia di costume italiano emerge, pensando ad esempio alle vicende del Nuovo Canzoniere italiano e al mitico Festival scandalo di Spoleto del 68? Ci sembra molto particolare anche il mondo dei musicologi e dell’antropologia musicale o quantomeno molto di nicchia… raccontaci qualcosa..

Intanto, potrei cominciare col dirti che io credo assolutamente nella legittimità dell’utilizzo, specie se stiamo ovviamente parlando di storia relativamente recente e considerando che questo è comunque un prodotto audiovisivo, sebbene questa espressione non mi piaccia moltissimo, di varie tipologie di fonti, dunque scritte, orali,fotografiche, giornalistiche, audio-visive a loro volta. Purtroppo, quello che emerge in Italia, è una sorta di gerarchia delle fonti, per cui quello che ne consegue è il coltivare orti di sapienza storica che si nutrono prevalentemente di carte. Questo poi comporta il fatto che alcuni ambiti vengano penalizzati. Sto pensando alla Cultura popolare, cui Bella Ciao appartiene. In generale lo studio non viene incentivato e se parliamo poi di ambiti musicali, forse perché si soffre di una certa emarginazione e povertà di mezzi, va a finire che archivi preziosissimi riferiti a luminari della etnomusicologia molto noti, o siano depositati all’estero o pratichino politiche molto particolari rispetto all’accesso e alla fruibilità. Probabilmente manca una regolamentazione a livello centrale, un data base generale fruibile pubblicamente. E, in un certo senso non aiuta che poi le figure di storici eminenti, siano prevalentemente maschili, nel senso che prevale poi automaticamente una certa vocazione al controllo. Nel film si vede ad un certo punto abbastanza chiaramente come alcune delle opinioni a contrasto sulle origini e collocazioni della canzone siano figlie di una scarsissima attitudine a fare rete, a condividere e confrontare le conoscenze, a fare dibattito pubblico. Il famoso Festival dello scandalo cui alludi è in realtà pochissimo documentato, anche se nel film non si nota perché di fatto c’è quello che bisognava far sapere … tuttavia, per dire, la parte filmica è da una parte, la registrazione da un’altra. Quando all’estero, come poi si incarica di rammentarci Cisco, esiste un lavoro sistematico sulla rivisitazione della tradizione musicale popolare . Siamo sospettosi e persino Giovanna Daffini, una figura centrale del folk revival italiano, viene tacciata di non autenticità dal mainstream filologico. Quello che alla fine mi risulta dalle mie esperienze pregresse e più recenti è che in fin dei conti molto più facile occuparsi di storia antica che contemporanea e che questa si consuma e dimentica facilmente prima di essere stata raccolta, sistematizzata, metabolizzata . per questo è molto difficile persino parlare della persistenza e diffusione internazionale giovanile di Bella ciao nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale… Io sono rimasta commossa ed euforizzata dall’aver rintracciato una versione del canto durante un festival della Gioventu a Nizza nel 1951: non è infatti proprio la stessa questione di quando a cantarla in versione chansonnier era Ivo Livi, meglio conosciuto come Yves Montand, del resto partigiano lui stesso. La diffusione nelle masse più giovani al di fuori dello stretto contesto storico che ha prodotto Bella Ciao è una delle ragioni della sua straordinaria longevità e permeabilità alle evenienze del momento e del contesto. Le teche Rai, al di là delle interviste sono state veramente preziosissime come fonte documentale in tal senso. Naturalmente, se gli storici specie riguardo certi periodi ed ambiti sono prevalentemente maschi, c’è da dire che le donne sono predominanti come archiviste ed infatti io devo moltissimo ad Alessia Petitti, Claudia Salietti e Silvia Moretti, operanti a Roma, che mi hanno reso accessibili dei mondi. A proposito di mondi, la constatazione di fondo nel film è oltre alla lettura di Bella ciao come prodotto pop, date le sue innumeri versioni anche in senso strettamente strumentale e musicale è questo di essere vessillo ormai universale di lotta all’oppressione e anelito di libertà, qualsiasi cosa ciò voglia dire.

Per questo, la cantano gli Ucraini, ma anche i filo russi, tanto per aggiungere un elemento ulteriore di riflessione che mi si è presentato ultimando le fasi di montaggio, cosi come gli ebrei e i palestinesi, si sentono rispettivamente legittimati a farlo: la mia speranza è che attraverso anche questo elemento culturale diffuso e comune pur in contesti divisi e divisivi per elezione, si possa affermare nel tempo una visione più no borders delle cose del mondo.

A proposito di visione, a me sembra che il film, senza avere alcuna intenzione di farlo, segnali una diversità di approccio maschile e femminile al problema della storia e della valenza attuale di Bella Ciao. Al punto che se uno volesse capire un poco di teoria della differenza, forse dovrebbe vedere questo film . eppure non c’è alcuna “partigianeria” in questo : quello che io vedo è una sorta di freschezza, presa sul reale da parte delle figure femminili del film, maggiore adesione alla forza d’uso del tema in questione più che alle sue radici identitarie, come di chi si sia affacciato in tempi più recenti alla ribalta storica, quindi con maggiore energia e innocenza. Puoi dirmi qualcosa su questo?

R: Sono contenta tu mi ponga il tema perché il film non ha ancora avuto un vero battesimo in sala e so che è molto diverso dal vederlo in contesti più specialistici, tuttavia le recensioni già uscite leggono il film come una sorta di rivisitazione libertaria o resistenziale al femminile. In realtà non è propriamente cosi. Tutte le testimonianze hanno assegnato il medesimo minutaggio e, vedendo che non riuscivo a fare il famoso 50 e 50 di presenza dei generi, mi sono rassegnata ad avere molti più uomini nel film. Il punto è il ruolo e l’attitudine in cui questi si presentano. In generale c’è una certa distanza dalla narrazione persino nei vecchi partigiani, l’adesione al proprio statuto artistico prima di ogni altra cosa da parte dei musicisti o comunque una disposizione etica e giudicante da parte delle figure più intellettuali. Le donne sono completamente dentro la narrazione che scelgono di sostenere, se pensi all’anziana signora che ha visto bambina la liberazione di Alba dai nazifascisti, che ricorda distintamente di avere allora cantato Bella Ciao e che la ricanta davanti a me, ringiovanendo persino nel timbro vocale mentre lo fa, oppure alla giovane turca perseguitata da Erdogan fino alla carcerazione per l’accusa poi rivelatasi infondata di aver diffuso Bella Ciao dagli altoparlanti delle moschee al posto dell’invito alla preghiera qualche anno orsono. Oggi impegnata in senso ecologista ed umanitario grazie al denaro raccolto in seguito alle cause intentate e vinte contro i suoi molestatori e diffamatori in rete o ancora alla giovane militante curda, che ci rammenta la lotta gioiosa e paritaria delle Donne in Rojava, intanto sperimentando una seconda esistenza in Italia come mediatrice culturale e sindacalista. Per tutte costoro, Bella Ciao non è una polemica, non è un oggetto di studio, non è un cimelio in naftalina, ma una cosa molto concreta. Anche la Donna musicista, che sempre in Turchia canta il nostro inno resistenziale nei concerti, sceglie una interpretazione molto realistica del suo successo perenne e della fascinazione che esercita sulle masse, considerandola una sorta di terapia collettiva che ci permette, attraverso una gamma di sentimenti dal dolore al benessere di uscire dal nostro io individuale e sentirci in tanti:come un mantra, insomma. Potremmo dire, conclude Giulia che se gli uomini nel film sono il significante, le Donne rappresentano la pienezza del senso, ma tutto questo è venuto fuori molto naturalmente, senza una tesi precostituita.

Scegli di chiudere un film avarissimo di sottotitoli, didascalie, note informative, con una serie di dati in sovrimpressione sulla nota classifica statistica di Economist relativa al tasso di piena attuazione democratica di tutti i paesi del mondo, evidenziando infine, anche il nostrano deficit democratico. Pensi che questo fatto susciterà qualche polemica?

Come dicevo, la vera prova provata si avrà alle uscite in sala e comunque qualcuno mi ha già chiesto come mai anche l’Italia. Ma sotto alcuni aspetti, noi non siamo cosi diversi da democrazie imperfette e incompiute come la Turchia, per l’appunto. In un certo senso mi ha deresponsabilizzata che a dirlo fosse l’Economist in tempi non sospetti e mi serviva come ulteriore corollario a suffragio della tesi che finché c’è qualche resistente da qualche parte, quella canzone ci sarà. In un certo senso paradossale, sarebbe meglio non aver bisogno di cantarla, ma penso la strada sia lunga. Non mi pare il tasso di Democrazia realizzata, del resto appannaggio di pochissimi paesi, la netta minoranza anche in questa classifica, si sia elevato. Anzi, direi che dopo la Pandemia, anche i venti di guerra cospirano per abbassarlo ovunque . Purtroppo la frantumazione delle certezze, l’atomizzazione sociale, le forme di propaganda incrociate, l’auto rappresentazione diffusa come forma di post verità congiurano per provocare un irrazionale bisogno di nuovi dogmatismi e una estrema difficoltà di lavoro a chi vuol fare documentazione, informazione, divulgazione. Peccato che tutto questo finisca per penalizzare le Donne quando appunto si stavano affacciando ad ambiti relativamente nuovi per loro.

Io sono certa tuttavia che questo film dalla gestazione cosi lunga e sofferta, saprà darti molte soddisfazioni e che ti toccherà rilanciare. Puoi dirmi qualcosa sui tuoi programmi futuri e se appunto le Donne saranno nel tuo orizzonte?

Intanto, a proposito delle professionalità femminili, devo sentitamente ringraziare le montatrici di questo film che hanno fatto un lavoro pazzesco con questa enorme mole di dati e materiali, una crew di provenienze diverse, Francesca Sofia Allegra, di stanza a Londra, che è venuta giù apposta e Ilaria Cimmino napoletana con base bolognese. Io spero di lavorare ancora con loro. Dopo la promozione del film, magari ci sta una vacanza, ma poi devo rimettermi in pista. Ho sempre in mente di fare una commedia romantica da un punto di vista di genere, che è una cosa ben poco praticata nel nostro paese. Però temo che i tempi suggeriscano altre urgenze e credo davvero che lavorerò sul sociale. Mi piacerebbe molto poter trattare del tema del Lavoro, veramente in maniera antiretorica e spregiudicata. Una maniera sempre pop, veloce, una nuova formulazione della vecchia inchiesta in chiave molto più leggera e centrata sulle Donne e i Giovani, che nessuno ascolta veramente e che hanno punti di vista molto diversi da quelli dominanti:oggi assistiamo alla introduzione di dispositivi e supporti tecnologici su una costruzione di senso sociale molto vecchia, obsoleta addirittura e i risultati sono piuttosto deprimenti.

Ma proprio Bella Ciao ci invita a guardare al futuro: hai presente nel film il ragazzo iracheno che si vive tutta la tragedia di Mosul in mano ai Talebani e con i suoi amici trova tuttavia la forza di realizzare clandestinamente una straordinaria clip in chiave hip hop della canzone, ispirata visivamente alla Casa di Carta e all’immaginario delle maschere di Dali e di Anonymous? Quella sua straordinaria freschezza di sguardo, unita ad un disincanto che non è cinismo, ma solo lo stare sospeso tra due mondi diversi che attendono dopo le macerie, una nuova ricostruzione di relazioni fuori dai fanatismi di ogni fatta, mi ha allargato il cuore e rappresenta forse l’unica speranza che abbiamo al momento.

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.

Articoli correlati

Godard e il maggio francese
di Anne Wiazemsky /