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L’origine della guerra e la lezione di Berlinguer

Pubblichiamo in anteprima l’articolo di Aldo Tortorella, in uscita sul prossimo numero di Critica Marxista. La redazione de il manifesto in rete sostiene la campagna di abbonamenti a Critica Marxista, indispensabile per sostenere la rivista e la continuità delle sue pubblicazioni. È possibile scaricare il testo della campagna con le istruzioni per abbonarsi a questo link.

La guerra al centro dell’Europa con la brutale aggressione russa all’Ucraina, fuori da ogni diritto internazionale quali che fossero i motivi dichiarati per giustificarla, ha segnato l’inizio di quest’anno nel quale ci preparavamo a ricordare il centenario della nascita di Enrico Berlinguer non solo per motivi affettivi, ma per riflettere sul suo pensiero e sul secolo che è trascorso. Non più il secolo breve di Hobsbawm (tra la prima guerra mondiale e l’89) ma quello che arriva fino a noi e che viene mostrando ciò che scompare e ciò che rimane o ritorna. Come è possibile che la guerra sia tornata in Europa sin da quando fu bombardata Belgrado dalla Nato per strappare alla Serbia il Kosovo? E perché continuano le guerre più o meno (apparentemente) concluse nel Medio e Vicino Oriente o in Libia a pochi chilometri dalle coste siciliane? Da dove viene il nazionalismo che dilaga nel mondo? Perché si è tanto estesa la tendenza che viene chiamata “populismo”? E come è possibile che dopo le catastrofi generate da fascismo e nazismo quelle idee siano tornate a fare proseliti e a costruire organizzazioni? E, mentre scrivo questo articolo, ci si chiede angosciosamente come sia nato e che cosa provocherà questo nuovo incubo della guerra russo-ucraina in atto. È un mondo tutto all’opposto della vita di Berlinguer, cioè della sua originale visione di un bisogno e di un ideale di pace, di liberazione umana, di giustizia sociale che percorse il Novecento: un ideale che fu il motivo conduttore e l’oggetto della contesa planetaria nel secolo breve. Il “socialismo in un paese solo”, con l’appello alla sua difesa, aveva in parte stravolto ma non aveva soppresso l’ideale internazionalista, quello espresso nel canto che fu comune ai comunisti e ai socialdemocratici novecenteschi dopo che i proletari, anziché unirsi, erano stati indotti a spararsi dalle opposte trincee. Quando, dopo lo stalinismo, dopo Krusciov, dopo il breznevismo e dopo la guerra scatenata e perduta dai sovietici in Afghanistan, venne la speranza, con Gorbaciov, di una radicale riforma democratica del sistema sovietico, la potenza economicamente e politicamente vincente, gli Stati Uniti, volle sopprimere quella speranza, favorendo la grande rapina privatistica dei burocrati, promuovendo e proteggendo il potere di un proprio seguace, quale era Eltsin, affermatosi al potere bombardando il parlamento liberamente eletto. E sottovalutando la inevitabile rinascita del nazionalismo di una Russia convertita al capitalismo più selvaggio e umiliata oltre misura. In Italia quella che ho chiamato la originale visione cui era approdato Berlinguer del bisogno e dell’ideale di liberazione sociale – la visione combattuta dai sovietici e dai partiti legati a loro che prese il nome di “eurocomunismo” e divenne poi la possibile traccia di una nuova sinistra – fu tacitamente sepolta con lui dopo la sua morte precoce da gran parte dei suoi compagni che, poi, pensarono fosse necessario cancellare il loro medesimo partito. Il quale si chiamava “comunista” come tanti nel mondo, ma non era assimilabile ai suoi omonimi eppure scomparve come tanti altri e come l’Unione Sovietica. Per tutto ciò Berlinguer fu definito uno sconfitto, un fallito o, nel migliore dei casi, un sognatore d’illusioni. Ora noi possiamo vedere il seguito della storia dopo la vittoria mondiale, alla fine del secolo scorso, del modello economico capitalistico, pur in difformi versioni politiche e istituzionali. Il 1922 della nascita di Enrico è l’anno stesso che vide il primo affermarsi al potere del fascismo italiano. Un anno prima si era costituito, nel solco tracciato dalla Rivoluzione russa, il Partito comunista come Sezione italiana della Terza Internazionale, dapprima secondo l’orientamento di Bordiga, poi ripensato da Gramsci, e trasformato da Togliatti nel Pci alla fine della seconda guerra mondiale. A quest’ultima versione Enrico Berlinguer, come molti della sua generazione, si iscrisse e rimase legato per tutta la vita. La versione di Togliatti, come si sa o si dovrebbe sapere, pensava le idee di trasformazione sociale come indispensabili all’inveramento della democrazia e all’avanzamento della nazione: la “via italiana” era la scelta per la democraticità (come dato nazionale, però) e il legame con l’Unione Sovietica una sorta di garanzia di fedeltà alle idee internazionaliste. Era il tempo in cui alla guerra cruenta – promossa, condotta con crimini orrendi (come la Shoah) e infine perduta dai nazisti e dai fascisti e vinta dal fronte antifascista – seguì mezzo secolo di guerra fredda che aveva come posta lo scacco delle idee che avevano motivato la Rivoluzione russa. Dentro questa contesa Berlinguer visse per quarant’anni come precoce dirigente e poi capo del partito cui si era votato. E così come aveva abbracciato da giovane, anche contro la classe sociale cui apparteneva per nascita, le idee di liberazione sociale e umana, pensandole incarnate nello Stato che aveva dato un contributo decisivo alla sconfitta dei nazisti e dei fascisti, in egual modo ne avvertì la mistificazione da parte di coloro – la dirigenza sovietica – che avrebbero dovuto trarne ispirazione per riformare la creatura ereditata da una storia fatta da eroismi e sacrifici inauditi insieme ad atrocità impensabili poi denunciate da uno di loro, Krusciov. Tuttavia, e fu questa la vera rottura dentro il suo partito ben prima dell’89, opposte erano le idee sul significato del fallimento, sempre più evidente, della esperienza sovietica e cioè della fine, da Berlinguer medesimo proclamata, della “spinta propulsiva” delle esperienze nate a seguito della Rivoluzione d’ottobre. La parte maggioritaria del gruppo dirigente del Pci, come si vide poi, aveva maturato la convinzione che bisognasse aderire senza riserve alla realtà data e dunque rompere totalmente con il proprio passato (cui i più giovani erano ovviamente del tutto estranei) per quanto coraggiosa fosse stata la storia dei comunisti italiani nella ricerca di una propria strada distinta, e alla fine opposta, rispetto a quella sovietica. A partire da Gramsci (la famosa lettera del 1926 sullo scontro interno al partito bolscevico: «…voi state distruggendo l’opera vostra…») e dal suo ripensamento del marxismo. Al contrario dei liquidatori, Berlinguer citava Mitterrand («tagliare le proprie radici pensando di fiorire meglio può essere solo il gesto di un idiota») per dire che non si poteva e non si doveva rinunciare alle proprie ragioni originarie e sostanziali. Alle radici del movimento d’ispirazione socialistica c’è la critica del modello capitalistico: rinunciarvi significa rinunciare alla propria missione. Ma insieme pensava a un altro modo di interpretare quella funzione critica. Innanzitutto con il rinnovamento dei contenuti fondamentali, data l’usura e il crollo di molta parte dell’edificio antico. Non solo quello costruito nell’ultima parte del XIX secolo nel tempo del capitalismo industriale trionfante, il tempo degli imperi e delle colonie messi a soqquadro dalla prima guerra mondiale e dalla Rivoluzione russa. Ciò che crollava era anche la semplificazione estrema – sino alla negazione di ogni funzione dell’iniziativa degli individui – dell’idea di superare la proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio trasformandola in proprietà statale cioè burocratica (con i burocrati sovietici che ne diventeranno padroni). E veniva avanti un’altra trasformazione del modo di essere del modello capitalistico da tempo divenuto finanziario (e diffuso: dai fondi pensione, alle public company, alla mobilitazione del risparmio nei fondi azionari e obbligazionari più o meno pieni di qualcosa o di nulla, eccetera) e già allora impegnato a usare a proprio vantaggio gli effetti della rivoluzione tecnologica e informatica pur senza rinunciare alle più antiche forme di sfruttamento del lavoro salariato o presunto autonomo. Una giungla nuova del capitale e del lavoro, accompagnata da nuove forme di dominio sulle menti. Riorientare l’aspirazione a una società volta a realizzare la “libertà di ciascuno e di tutti” pareva un’opera controcorrente non solo improba ma velleitaria e perdente. L’alternativa a questa fatica, però, consisteva nel rendersi subalterni senza riserve alla potenza vincitrice e alla sua visione dell’ordine mondiale a dominanza americana. E significava acconsentire al rovesciamento della parola riformismo originariamente nata con finalità sociali e socialistiche, e ora stravolta per indicare l’opposto. La parola riformismo stava diventando e diventerà sempre di più (da ciò verranno anche i trattati di Maastricht per l’Unione europea) l’affermazione del privatismo come norma assoluta della proprietà e dell’attività di produzione e di scambio. L’adesione al modello dato e la rinuncia a ogni funzione critica, sino all’ubriacatura neoliberista, sembrava cosa ovvia e venne assunta da ogni parte dei movimenti d’ispirazione socialista e democratica (si ricordino Tony Blair e Bill Clinton). Ma la vittoria del capitale nella lotta di classe (ben dichiarata dal supermiliardario Buffet) non poteva sopprimere le contraddizioni economiche e sociali costitutive del sistema – con le conseguenze note del disastro ambientale con pandemia e della crescita di diseguaglianze paurose. La globalizzazione del mercato dei capitali alla ricerca, secondo la propria natura, del massimo profitto, se giovava ai paesi a basso prezzo del lavoro e arricchiva a dismisura i finanzieri, penalizzava nei paesi ricchi i lavoratori abbandonati dalle sinistre divenute amministratrici del sistema ed esperte, non solo in Italia, dei tagli allo Stato sociale, massima creatura del movimento socialistico novecentesco (ivi compreso il Pci). Venivano di conseguenza la rinascita del nazionalismo (negli Stati Uniti e in tanti paesi del mondo) e l’affermazione del populismo, entro cui trovava posto la ripresa di pulsioni e argomentazioni di tipo fascistico. Ad aggravare la condizione dell’insicurezza nelle società del benessere e nei rapporti internazionali fu la stupidità dei vincitori: nel caso, il sistema militare industriale oltre che gran parte del potere statale, repubblicano o democratico, degli Stati Uniti. Convinti tutti, a dichiarata imitazione dell’Impero romano, della funzione determinante della forza militare – unitamente al monopolio informativo – per l’esercizio del dominio e incapaci di pensare a una egemonia condivisa con altri. Da ciò la tacita insofferenza per il processo di unificazione europea (fino all’inclinazione per la Brexit) e l’umiliazione della Russia, sconfitta nella guerra fredda, circondata di basi militari, combattuta in Serbia e poi in Libia e in Siria in aiuto alle velleità neocoloniali francesi – e con decine di migliaia di morti e milioni di profughi che premono alle porte dell’Europa. Una umiliazione spinta sino al rinnegamento degli impegni assunti per non infilare nella Nato tutti i paesi ex sovietici e sino alla volontà di smembrarne le alleanze più naturali e storicamente intime come nel caso dell’Ucraina. Aveva pienamente ragione l’ex Cancelliere socialdemocratico tedesco Helmut Schmidt (capo della destra del suo partito e fiero anticomunista) a sentire aria di 1914, cioè di guerra, quando nel 2014 ci fu il colpo di Stato in Ucraina per instaurare un regime antirusso e Putin attuò l’annessione della Crimea alla Russia. Schmidt iniziò la sua intervista (doveva essere una delle ultime, fu pubblicata da La Repubblica ed è ancora in rete) dicendo: «Fino ai primi anni Novanta nessuno dubitava che l’Ucraina e la Crimea fossero russe». Dello stesso parere fu Michel Rocard, della medesima tendenza socialista iper moderata ed ex Presidente del consiglio francese. Olaf Scholz era nel giusto quando disse, per poi dimenticarlo, che la sicurezza europea andrebbe costruita «con la Russia e non contro la Russia». Tutto ciò non scarica Putin dalle responsabilità di un’aggressione a un paese che egli stesso vuole proclamare come fratello volendolo suddito, ma fa capire quale follia sia stata e sia quella di concepire la Nato in funzione offensiva dentro e fuori dell’Europa al contrario della presunta natura difensiva. E quanta ipocrisia si celi dietro la presunta difesa della integrità territoriale degli Stati, quando proprio la Nato aggredì la Serbia per fare del Kosovo, culla originaria della chiesa ortodossa serba e della Serbia stessa, una base militare Usa, ora la maggiore nel Sud Europa. E per dare il potere a una banda ora sotto processo davanti alla Corte europea per crimini contro l’umanità, spaccio di stupefacenti e delitti vari. Il mondo umano appare adesso un luogo assai poco raccomandabile, tra guerra guerreggiata e crisi climatica, tra rinascita dei nazionalismi e pericoli di ritorni autoritari, tra ascesa dei violenti e diffusione della violenza – ivi compresa quella, la più vigliacca, contro le donne. Tuttavia, ciò non significa una sterile nostalgia del passato: la guerra fredda non fu un tempo raccomandabile. Ma spinge a capire che la condizione attuale è figlia di una cattiva politica, di una sbagliata lettura di quella vittoria. La speranza di un mondo di pace e di benessere posta nel trionfo del modello capitalistico era assurda e sbagliata. Al culmine della sua espansione il modello capitalistico ha mostrato la impossibilità di continuare sulla sua strada che minaccia la sopravvivenza stessa della specie. E la concezione di un rapporto tra gli uomini fondato sulla forza produce guerra infinita. Il movimento comunista era stato sconfitto in Russia per i suoi tragici errori. Ma non scomparivano, però, come avvertì anche un papa fieramente anticomunista come Wojtyla, i motivi e le ragioni per cui quel movimento era nato. Ed è venuto a ricordarlo un papa nuovo, quali che siano i limiti determinati dalla sua funzione. La speranza non è morta. Non ricordo mobilitazioni giovanili autonome così vaste come quelle contro il disastro ambientale, cui fanno eco in Italia anche nuove e valide mobilitazioni studentesche. Il nuovo femminismo, che parve d’élite, e sembrò in declino, vede una diffusione inedita. Il movimento per la pace nel mondo ha più ragioni che mai per riprendere e riprende fortemente. Episodi di lotta difensiva contro licenziamenti e bassi salari seppure sporadici segnalano una nuova presa di coscienza. E in paesi come la Cina, da cui è venuto un duro dumping salariale, si è costretti a migliorare la con-dizione dei lavoratori. In Italia, il governo detto di unità nazionale conosce, come fu nel passato, la contraddizione tra interessi diversi e volge, diversamente dalla supposizione secondo cui la pandemia avrebbe significato una sorta di rigenerazione automatica, verso una ripetizione del passato pur se obbligatoriamente addolcita da promesse ecologiche e tecnologiche ora interrotte dalla guerra ma già prima non indicative di un autentico mutamento di rotta. Può essere che la visione dell’ultimo Berlinguer fosse troppo avanzata per i suoi tempi, ma si dimostra ancora oggi come l’unica alternativa percorribile ai disastri del presente. Il dialogo tra diversi per la pace (allora si trattava di sgombrare i missili russi e americani dall’Europa centrale e dall’Italia), il bisogno per la sinistra di mantenere una aggiornata visione critica del modello capitalistico, il dovere di rimanere fedeli alle proprie premesse ideali e morali, l’obbligo di stare sempre a fianco dei lavoratori e degli ultimi, la comprensione dell’esigenza, rivelata dal nuovo femminismo, di contrastare il maschile come valore dominante e di riconoscere (e promuovere) l’autorità femminile, il bisogno di volgere le nuove conquiste tecnologiche e scientifiche alla promozione umana. Questa rivista, mai incline alle mitizzazioni, ne parlerà partitamente in relazione alle nuove contraddizioni, alle nuove sfide, all’esigenza di rifare una sinistra capace di contribuire al superamento di un mondo d’ingiustizie e di guerre votato alla comune rovina. Non mi fa velo l’affetto nel dire che l’idea di considerare Berlinguer uno sconfitto o un illuso era e rimane un fazioso errore. I suoi “pensieri lunghi” non sono mai stati tanto attuali.

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