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Alle radici della lotta antifascista

Non di rado, nelle occasioni commemorative ufficiali, il più noto e straordinario discorso di Piero Calamandrei sulla Costituzione, tenuto il 26 gennaio 1955 a Milano nel Salone degli affreschi della Società Umanitaria a giovani studenti, è stato utilizzato e piegato alle necessità di quella retorica celebrativa che nel corso degli anni anziché valorizzare ha finito per depotenziare la rappresentazione della lotta partigiana. Tuttavia quelle parole ritrovano tutto il loro profondo significato storico, politico e civile (quello inteso da Calamandrei) ogni volta che vengono associate alla biografia di una donna o di un uomo della Resistenza, mostrando quanta distanza si interponga tra la verbosità odierna e l’orizzonte di senso che disegnarono all’epoca.

È QUESTA LA SENSAZIONE che si ha leggendo il pregevole volume, Il più bell’italiano. Vita partigiana del dottor Mario Pasi (Edizioni del Girasole, pp. 272, euro 15) scritto dal direttore dell’Istituto Storico della Resistenza di Ravenna, Giuseppe Masetti. Il libro ricostruisce con un’ampia mole di documenti d’archivio (anche fotografici) la biografia di uno dei più importanti comandanti partigiani della Resistenza operante nella zona di Trento e Belluno. Nato nel 1913 a Ravenna in una famiglia proletaria (padre operaio della Società Elettrica Romagnola e madre lavoratrice prima in fabbrica e poi nelle campagne) di forti idee repubblicane, Mario Pasi è appena un bambino quando lo squadrismo fascista si manifesta in tutta la sua violenza militare e classista in Emilia-Romagna. Fermamente deciso a diventare medico, Pasi frequenta il liceo e poi l’università di Bologna insieme al futuro segretario della Dc Benigno Zaccagnini e al futuro comandante dei Gruppi d’Azione Patriottica, Aldo Cucchi (medaglia d’oro alla Resistenza).

Quella di Pasi è una traiettoria umana e politica che disegna il percorso di quella generazione ribelle che attraversò isolata e in clandestinità «gli anni del consenso» degli italiani alla dittatura mussoliniana non rinunciando a coltivare dissenso e opposizione. È in questo vissuto che Pasi si forma come comunista, operando in un gruppo di giovani studenti collegato al «Partito» da Giuseppe D’Alema (partigiano e dirigente del Pcd’I nonché padre del futuro presidente del Consiglio).

CONOSCIUTO da dirigenti come Pietro Secchia e Ruggero Grieco, Mario Pasi contribuì a quel peculiare processo di composizione sociale nel ravennate che vide l’incontro tra la base operaia e bracciantile ed una gioventù intellettuale formatasi, tanto sul piano morale e culturale quanto su quello politico, prima all’antifascismo e poi all’ideale comunista. Spostatosi a Trento, dopo essere divenuto medico, Pasi si trovò ad attraversare la dimensione «totale» del secondo conflitto mondiale. Qui la sua vicenda biografica, ricostruita e problematicizzata in modo molto puntuale da Masetti, si correla con la «Scelta» definitiva della lotta partigiana ovvero di una guerra politica e asimmetrica combattuta (in uno spazio largo comprendente l’intera società nei suoi aspetti sociali, civili, culturali, militari) dalle forze della Resistenza contro la Wehrmacht, il più potente esercito regolare d’Europa, e contro le milizie collaborazioniste fasciste.
Il libro ricompone la complessità del personaggio e con essa gli elementi ed i fattori che determinarono i caratteri essenziali della lotta partigiana intesa sia come radice fondativa della Repubblica; sia come «fatto d’armi» da cui muove la derivazione della Costituzione; sia, infine, come «teoria dello Stato» su cui rifondare un nuovo patto democratico.

La figura di Mario Pasi incarna fisicamente la tridimensionalità del carattere della Resistenza illustrato da Claudio Pavone. La guerra di Liberazione nazionale contro i tedeschi, la guerra civile contro i fascisti e la guerra di classe contro i ceti proprietari e dirigenti del morente Stato monarchico.

È IN QUESTO QUADRO che il suo ruolo di commissario politico di brigata, di divisione e poi dell’intera zona del Piave, nonché di fondatore del CLN di Trento, rappresenta lo spirito di una nuova sovranità partigiana molto prima che un curriculum militare. Il suo arresto per delazione, le torture subite senza tradire la «consegna del silenzio» e la sua impiccagione il 10 marzo 1945 ad opera dei nazisti (impressionanti le foto d’archivio pubblicate nel volume) non possono non restituirci le parole di Calamandrei riappropriate del loro significato autentico: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione».

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 4 febbraio 2022

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