Skip to content

Le storie dei 400 precari del Cnr che rischiano di restare a casa

C’è chi è rientrato da esperienze da ricercatore all’estero, per poi finire per anni nel precariato. Chi si è dovuto accontentare di assegni rinnovati anno dopo anno, a volte di mese in mese, anche da oltre dieci anni senza alcuna garanzia sul proprio futuro. Chi lavora su tematiche ambientali, di protezione dal rischio sismico o idrogeologico. O si occupa di energie rinnovabili e sta già lavorando su progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Tutti, circa 400 lavoratori, pur avendo vinto un concorso e risultando idonei alla stabilizzazione, condividono però ora il rischio di restare tagliati fuori dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), il maggiore centro di ricerca pubblico d’Italia oggi presieduto dall’ex ministra Maria Chiara Carrozza. Da oltre dieci giorni nuovamente occupato dagli stessi ricercatori precari, oggi di fronte al Miur per un flash mob per chiedere che sia completato il percorso di assunzione.

Anche perché i soldi per le stabilizzazioni sono già stati stanziati. Ma, spiegano i lavoratori precari in mobilitazione, “gli attuali vertici dell’ente non vogliono utilizzarli e non ne capiamo il motivo”. Tutto mentre denunciano pure un continuo rimpallo delle responsabilità tra Ministero e lo stesso Consiglio Nazionale delle Ricerche. “Per spendere parte dei fondi del Rilancia Italia per completare il processo di stabilizzazione non serve l’autorizzazione, ma solo forza di volontà”, hanno rilanciato nel corso dell’iniziativa al ministero dell’Istruzione, alla vigilia di un nuovo Consiglio d’amministrazione dell’ente.Erano stati i sindacati Flc Cgil, Fir Cisl e Uil Scuola Rua a spiegare come il direttore generale Giuseppe Colpani avesse “comunicato alle organizzazioni sindacali che 400 precari non saranno stabilizzati, nonostante ci siano le risorse per assumerli a tempo indeterminato”. L’Ente aveva comunicato di voler utilizzare soltanto poco più di tre milioni di euro (a fronte di una disponibilità di circa 33 milioni) per il processo di stabilizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori precari, che da anni attendono, dopo aver superato “almeno due procedure concorsuali”. Una beffa per tanti lavoratori che dal 13 dicembre – quando scadrà l’idoneità acquisita con il concorso di tre anni fa, ndr – rischiano di andare a casa, vedendo svanire nel nulla gli stessi progetti nei quali avevano investito tempo, formazione, speranze. E sui quali erano stati impegnati investimenti da parte dello Stato. “Che senso ha perdere le nostre competenze proprio adesso che con il Pnrr ci sarebbe bisogno della nostra professionalità?“, rilanciano i precari. Senza dimenticare come molti si siano per anni occupati proprio di quella transizione ecologica, tanto sbandierata, ma spesso soltanto a parole dall’esecutivo: “Bisogna investire sul capitale umano, tanti di noi lavorano su questi temi e bisogna saper scrivere i progetti”, c’è chi rilancia.

“Sto già lavorando in vista dello stesso Piano nazionale su un progetto che dovrò presentare a dicembre e che tratta dell’ottenimento di idrogeno da sole e acqua. Ma è paradossale perché non nemmeno se avrò un futuro domani”, spiega sconsolato uno dei ricercatori, tra i circa 700 che avevano vinto il concorso, ma non ancora assunto come altre centinaia di colleghi. “Non c’è volontà perché i soldi ci sono. Ma noi continueremo a mobilitarci finché non si troverà una soluzione. Questa ingiustizia deve terminare”, è l’appello rilanciato dai precari.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 29 novembre 2021

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.

Articoli correlati

Il lavoro povero e il rifiuto del salario minimo
di Enzo Martino /
Il problema non è il reddito di cittadinanza
di Roberta Carlini /